Tg1, guerra tra ex: Mimun vs tutti e Borrelli risponde

Tg1, guerra tra ex: Mimun vs tutti e Borrelli risponde

E' ormai guerra a botte di interviste sul Corriere tra Clemente J

    Clemente J. Mimun e Giulio Borrelli

    Due libri, uno già in vendita un altro ancora alla ricerca di un editore, stanno agitando il Tg1 questo strano agosto poco festivo: qualche giorno fa, in un’intervista al Corriere della Sera, Clemente J. Mimun, ora direttore del Tg5, si toglieva qualche sassolino dalle scarpe contro gli ex colleghi, da Lilli Gruber (“una belva”) a Giulio Borrelli (che dipinge come un raccomandato di D’Alema) passando per Francesco Giorgino (descritto come un ‘calcolatore’). Borrelli, dal canto suo, non ci sta e, fresco autore di un libro intitolato Le Mani sul Tg1, risponde all’accusa di ‘raccomandato’ peraltro proveniente da un ‘predicatore’ “che proviene dalla scuderia di Arcore, emette giudizi e sputa sentenze“.

    Clemente J. Mimun, direttore del Tg5, ha deciso di scrivere un libro di memorie sulla sua carriera di giornalista e sebbene ancora alla ricerca di un editore (ne vorrebbe uno piccolo, confessa alla stampa) dà ampie anticipazioni sui contenuti che gli ronzano nella mente, focalizzati per lo più su suoi ex colleghi. Molte frecciatine, qualche lode: come nel caso di Lilli Gruber, che definisce ‘bonariamente’ una belva, con grande senso dello show e delle telecamere. “Indubbiamente brava. Mi è simpatica perché è una belva e non fa niente per nasconderlo. La portai io al Tg1 e l’idea piacque anche all’allora direttore Bruno Vespa che ricompensò capeggiando la rivolta al Tg1 contro di lui“.

    Decisamente meno simpatia mostra per Francesco Giorgino, descritto come un ‘viscido doppiogiochista’ malato di divismo: “Mi chiedo se ci sia un suo gesto privo di un calcolo. Dirigevo il Tg2, lui era a Sanremo per un Dopofestival. Mi vide e mi salutò in diretta: ecco Mimun, un grande direttore, speriamo venga presto da noi… Mi vergognai per lui. Poi, quando ero al timone del Tg1, lui che era sempre stato di centrodestra, in un momento politicamente complicato, in un’intervista prese le distanze da Berlusconi e attaccò la mia gestione. Non ebbi dubbi: io lo avevo portato all’edizione delle 20 e io di lì lo tolsi. Fui tormentato da decine di telefonate che ne chiedevano il perdono. Parliamo di una persona che ha scritto un manuale di giornalismo e non ha messo in copertina una foto di McLuhan.

    Ma di se stesso“.

    Non solo arrivisti e falchi nel Tg1 di Mimun, però, che ricorda con stima, in primis Vincenzo Mollica, innamorato talmente dal suo lavoro da disdegnare incarichi di responsabilità e annessi compensi, ma anche Stefano Campagna, Valentina Bisti, Luigi Monfredi, Claudio Fico, Riccardo Colzi: “Gente che lavora. Non divi“.
    Ma c’è spazio anche per una frecciata a Giulio Borrelli, da poco nelle librerie con un suo libro, Le Mani sul Tg1 al proposito del quale Mimun non risparmia qualche commento appuntito: “Giulio Borrelli ha esagerato. Mi ha tirato in ballo perché sono stato in Rai poi in Mediaset per tornare in Rai… Dimentica che lui è arrivato da l’Unità, più che organico al partito. Che poteva contare sulla protezione di Roberto Morrione, gran professionista che, lui sì, avrebbe meritato di dirigere il Tg1, ma anche militante Pci, poi Pds e Ds, infine Pd. Che alla direzione del Tg1 lo mise D’Alema. Mi dispiace di averlo trattato sempre con i guanti bianchi, come quando gli passai un’intervista a Bush nel 2002. Sono stato uno sciocco. Ora ha scritto quel libro perché è a un passo dalla pensione e poiché molti del tg1 hanno trovato posto in Parlamento. Si sarà detto: non si sa mai…“.

    Non ha perso tempo Giulio Borrelli per rispondere a tono, sempre sul Corriere, ribattendo con le date le accuse rivoltegli da Mimun: in primis ricorda di essere stato nominato direttore del Tg1 nel giugno 1998 (ruolo che ricoprì fino al 2000) quando al governo c’era Prodi, mentre D’Alema sarebbe arrivato solo nell’ottobre del ’98; in secundis ricorda che la sua prima intervista a Bush fu nel 2001 e che l’aver passato a lui quella del 2002 – considerato che intervistare il presidente Usa è il sogno di ogni giornalista – è stata evidentemente una scelta ‘di comodo’, non testimonianza di un atteggiamento di favore. Insomma, quelli di Mimun sarebbero sono giudizi velenosi dovuti al carico ‘pericoloso’ contenuto dal suo libro: “Non mi perdonano di aver abbattuto tanti tabù legati al Tg1; questo libro è scomodo perché dimostra come una certa lobby politico-editorial-giornalistica trasversale imponga la nomina di direttori esterni alla Rai, non per migliorare il prodotto ma per assoggettare l’informazione del servizio pubblico al potere di turno“. To be continued…

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