Terremoto Abruzzo, gli orrori dell’informazione

Gli orrori dell'informazione radiotelevisiva nei giorni del racconto del Terremoto dell'Aquila

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    A tre giorni dal devastante terremoto dell’Abruzzo e dopo 72 ore di informazione non stop dai luoghi del disastro, le tv stanno progressivamente allentando il pressing sugli sfollati, sui sopravvissuti, sui parenti delle 272 vittime finora accertate, sui genitori dei ragazzi ancora dispersi.

    Servizio pubblico? Sciacallaggio? Bulimia del dolore? Ognuno ha la propria idea. Tutti concordi, però, sull’orrore provocato non tanto dalle immagini diffuse, ma da certi proclami delle emittenti. In alto il Tg1 festeggia con orgoglio i risultati Auditel dei programmi del 6 aprile, il giorno della tragedia.

    Non c’è bisogno di scomodare gli studiosi della comunicazione per cogliere dal modo in cui è stato trattato il terremoto abruzzese tutti i sintomi peggiori dell’infotainment: dirette non stop dal disastro, telecamere accese 24/24 h in attesa di un salvataggio o di una nuova devastante scossa da registrare in diretta, microfoni spianati a cogliere la disperazione di chi ha perso tutto, di chi aspetta di sapere che fine abbiano fatto i propri figli, i propri genitori, i propri amici. Una telecronaca dell’orrore che finisce per parlarsi addosso e che solo raramente acquista i contorni della comunicazione di servizio.

    Parlarsi addosso, dicevamo, parlare a prescindere per dire la propria, per esserci, per testimoniare la propria esistenza e la propria partecipazione al dolore di migliaia di persone che lottano per trovare un motivo per vivere, ancora, nonostante siano sopravvissuti. Come prendere, ad esempio, le affermazioni del direttore di Radio Maria che ha definito il terremoto un segno del Signore che ha voluto così renderci partecipi della sua Passione? Non ci dilunghiamo in commenti, vi lasciamo all’estratto audio generosamente messo a disposizione de un utente di Youtube.

    Oggi Michele Brambilla de Il Giornale, tra i tanti, evidenzia l’inopportunità di certe domande dei giornalisti che sono massicciamente accorsi sul luogo del disastro e che ormai hanno numeri da contingenti di Protezione Civile: ogni testata ha il suo nugolo di inviati, con annessi cameramen, registi, postazioni mobili, senza contare i tanti inviati delle trasmissioni di approfondimento che hanno mandato i propri ‘uomini’ in prima linea. E ognuno cerca un brandello di tragedia da raccontare, trovando sempre terreno fertile in una città devastata come L’Aquila, ferita in ogni sua frazione, e nel territorio circostante che vede in Onna il simbolo di una terra messa in ginocchio. E così telecamere invadono le tende appena allestite, dove la gente che non ha più nulla cerca un momento di sollievo, dove i bambini abbracciati alle mamme non vorrebbero più sentire i genitori piangere. Senza contare le interviste impossibili fatte ai genitori che aspettano che le macerie restituiscano loro qualcosa dei loro figli.

    Non si può più dire “È la stampa, bellezza”! E qualcosa di più: un vero sciacallaggio dei sentimenti a cui siamo abituati da tempo, che corre sottile e quotidiano nei casi di cronaca nera (insegnano le tante interviste de La Vita in Diretta o di Mattino e PomeriggioCinque cui si sono pienamente adeguati i Tg) con domande del tipo: “Cosa prova ora che suo figlio non c’è più” o l’immancabile “Lei perdona?” di fronte all’ennesimo efferato omicidio. Qua il perdono non si può chiedere, ma il copione resta lo stesso, anzi esplode, si arricchisce, si esalta: “Cosa prova ad essere aiutata” è l’ultimo fulgido esempio ascoltato questo pomeriggio a La Vita in Diretta. Ma vediamo un florilegio di quanto disponibile su Youtube: molti casi aberranti, purtroppo o per fortuna, non sono disponibili. Non a caso apriamo con Vittoriana Abate di Porta a Porta: sono tutti video tratti dalla puntata del 6 aprile e vi chiediamo di prestare attenzione soprattutto agli ultimi tre; da notare il collegamento da Onna dopo il lungo intervento di Matteoli in apertura del secondo video.

    Senza contare il fastidio che ha dato uno degli inviati del Tg1, racontato da Striscia la Notizia.

    Ringraziamo anche un utente di Youtube che ha fatto un confronto tra Tg italiani e tedeschi, nel video in basso.

    Non si informa, si raccontano storie in un interminabile reality che di show non ha niente: e si finisce per essere fagocitati da questo meccanismo. Bieca, orrenda, ma realistica la reazione di Alessandro Cecchi Paone di fronte all’ennesimo brandello di storia raccontata dall’Italia sul Due che a un certo punto sbotta contro la conduttrice, Francesca Senette, dicendo: “Non ci potete lasciare così, dovete dirci come vanno a finire queste storie: la signora l’ha trovata la sorella? E i due ragazzi dispersi sono stati tratti dalle macerie? E il signore che voleva lasciare tutto e andare sulla costa l’ha fatto?”. Ecco, tutte storylines appese, che non possono avere chiusura e per le quali si reclama una conclusione, lieta o triste non importa: l’importante è che si sappia come va a finire. Non sappiamo più gestire la realtà con la sua complessità: il timore è che ormai non sappiamo vivere se non negli schemi consolidati di una narrazione, sia essa fictional o reality.

    E l’orrore continua.