Tamarreide, per il regista un esperimento riuscito

Tamarreide, per il regista un esperimento riuscito

    tamarreide claudio alberto donofrio

    Tamarreide è un esperimento riuscito” e le critiche al programma sono figlie dell’ignoranza di certo giornalismo che non sa distinguere tra reality e docusoap: questo il succo dell’intervista al regista di Tamarreide, Alberto D’Onofrio, pubblicata sul blog ufficiale del programma a poche ore dal suo ultimo atto, che seguiremo come sempre in diretta web questa sera. Ma diamo insieme un’occhiata al bilancio stilato dal regista dopo sette settimane di tamarri in tour.

    Tamarreide volge al termine, ma il gruppo creativo cui si deve questo ‘rivoluzionario’ esperimento socio-documentaristico approfitta degli ultimi barlumi di visibilità per tessere ancora la tela della propria difesa, dopo settimane di polemiche e di ascolti calanti.
    Questa volta tocca al regista spiegare al pubblico la filosofia di un programma ‘incompreso’, accusato di essere – tra l’altro – la brutta copia di Jersey Shore: ma Alberto D’Onofrio ci tiene subito a sottolineare che mai accusa fu più miope e ingiusta, visto che l’idea per Tamarreide è vecchia di tre anni (e quindi se c’è qualcuno che può essere accusato di plagio non si trova in Italia).

    Ma vediamo come D’Onofrio descrive questa sua esperienza tv: intanto si ribadisce che le critiche sono essenzialmente figlie della cecità e del pregiudizio della stampa. “I giornalisti non hanno avuto la pazienza di vedere l’evoluzione delle puntate: le critiche che hanno mosso in realtà si trovano nella storia stessa. Gli otto personaggi di Tamarreide fanno continuamente autocritica e si attaccano l’un con l’altro sui loro comportamenti e il loro modo di essere. Tamarreide non è un reality, è una storia vera… – insiste il regista – ma nessun giornale ha tirato fuori rapporti intensi tra i personaggi“. Beh, non siamo giornalisti, ma blogger e non intendiamo rispondere a nome di una categoria: il problema, però, è che di ‘vero’ si è visto davvero poco e questa è stata, a nostro avviso, la pecca più grande per un programma che si è spacciato come docu-soap.

    Un’identità. quella documentaristica, che viene ribadita e sottolineata dallo stesso D’Onofrio, come se si trattasse del primcipale ostacolo alla ‘comprensione’ da parte di ‘critici ottusi’: “In parte il problema di Tamarreide è stato anche generato dalla confusione tra docu-soap e reality… Tamarreide è una storia che ha il tempo narrativo della soap, ma il linguaggio di un documentario: questo è il significato della parola “docu-soap” – spiega D’Onofrio – Non è assolutamente un reality, non si vince nulla, non ci sono eliminazioni. La docu-soap si può fare su qualsiasi cosa: sulla vita nel Bronx, sulle parrucchiere, sui palombari, sui calciatori, sulle donne single: quello che conta è il tessuto narrativo, la storia che viene fuori”. E continua: “Comunque le critiche fanno bene. In Italia il genere documentario non esiste, ce ne sono pochissimi. Quindi anche la docu-soap, che è la sorella più commerciale del documentario, non è stata capita. I tamarri poi sono personaggi esagerati, forti: unire la due cose ha creato grande impatto.

    Certo, se avessi scelto un tema nobile, avrei avuto consenso generale, ma la realtà è fatta anche di altro: e non va edulcorata… I ragazzi online su Facebook e sul blog l’hanno capito, sono andati oltre: hanno seguito la storia, una storia che a loro è piaciuta“. A parte che di documentaristico ci è parso di vedere ben poco, proprio nella ‘storia’ risiede la seconda grave pecca del programma: la ‘storia’ è totalmente assente. Mancano i fondamentali, come l’evoluzione dei personaggi, la crescita interiore (se c’è è stata tenuta ben nascosta e non per colpa dei ragazzi), un pathos narrativo. Il problema non sono i tamarri “antipatici, perché esagerati“, come ipotizza D’Onofrio, quanto la mancanza di un contesto narrativo che rendesse digeribili gag ripetute, prevedibili e giustapposte, animati da protagonisti che per primi sembravano l’ombra di quel che sarebbero voluti essere (i veri tamarri sono altrove).

    Ma il regista è soddisfatto del risultato finale: “Tamarreide è una docu-soap per i giovani, un pubblico molto difficile da intercettare in televisione. Il programma è piaciuto molto anche al direttore di Rete, Luca Tiraboschi: da lui ho sempre avuto carta bianca. Dopo la prima puntata abbiamo solo cercato di non esagerare, per non aggredire il pubblico“…. ah beh, considerato che nella seconda o nella terza ci fu la finta orgia di gruppo, evidentemente non abbiamo colto l’intento ‘pacifico’ del programma.

    Poco importa che i ragazzi all’inizio siano stati difficili da ‘educare’ alla ‘vita reale’: “Io stavo sempre con loro – racconta D’Onofrio – ero quello che doveva aiutarli a tirare fuori quello che avevano dentro, ma riprendere le persone non è facile: i primi giorni i ragazzi tendono a recitare, ad esagerare, e devi togliergli questa voglia di apparire. Il terzo e quarto giorno cominciano ad aver paura, perché vedono che le telecamere vanno molto a fondo. Il quarto giorno passa la paura ed emergono i conflitti, c’è il rischio di risse ogni 5 minuti, come tra Cristiana e Melissa o tra Claudio e Manuel“. L’impressione è che la vera natura degli otto/nove protagonisti (considerata Angelica, unica eliminata dal programma e sostituita con Ketty Passa) sia stata soffocata proprio da una sceneggiatura debole, ma nel contempo invasiva. Un ossimoro? Forse… di certo non una docu-soap. E una seconda stagione non è da escludere.

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