Studio 5: intervista agli autori del programma condotto da Alfonso Signorini

Studio 5: intervista agli autori del programma condotto da Alfonso Signorini

Intervista a Sergio Bertolini e Simone Gerace, autori di Studio 5, il programma condotto da Alfonso Signorini

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    Mercoledì 7 agosto andrà in onda la sesta e ultima puntata di Studio 5, il programma di Canale5 condotto da Alfonso Signorini, che celebra i primi trent’anni di televisione targata Mediaset. Abbiamo incontrato gli autori Sergio Bertolini e Simone Gerace per scoprire qualcosa in più del programma e tracciare un bilancio di questo viaggio dalle origini del Biscione ad oggi.

    Partiamo subito dai risultati. Avete raggiunto gli obiettivi o vi aspettavate qualcosa in più?

    Sergio Bertolini: Sicuramente non possiamo essere supersoddisfatti dei risultati che stiamo ottenendo perché sono comunque un po’ al di sotto delle aspettative della rete e anche nostre. Ovviamente non erano molto alte perché sappiamo che nella stagione estiva c’è una ricerca da parte del pubblico anche di canali che nei mesi invernali non sono molto cercati e c’è un boom di canali digitali. In questo momento tutte le tivù generaliste soffrono, quindi si vince una serata anche con il 12 %, cosa che un po’ di tempo fa era impensabile, ma i fatti ci dicono questo.

    Simone Gerace: Rispetto agli ascolti non possiamo ritenerci soddisfatti al 100%, nel senso che scuramente ci aspettavamo qualcosa in più. Siamo altresì contenti per aver fatto sicuramente un programma bello, di qualità, come lo volevamo fare, con tanti ospiti che si sono messi al servizio del programma. C’è stato chi si è commosso, chi ha raccontato aneddoti privati, chi ha raccontato il percorso della sua carriera, perché fondamentalmente era questo l’obiettivo: festeggiare le carriere di questi personaggi Mediaset e quello, secondo me, ha funzionato. Purtroppo lo share è sempre un’incognita, ma noi siamo comunque soddisfatti. I risultati sono stati un po’ in media con la rete, per cui non lo chiamerei flop.

    Col senno del poi cambiereste qualcosa?

    Sergio Bertolini: I tempi non ci hanno permesso di avere lo studio che avremmo voluto: il nostro non è quello del grande varietà, è un po’ limitante per le cose che si potevano creare e, compatibilmente con quelle dimensioni, abbiamo cercato di non sviluppare una serie di lanci e basta, ma di raccontare le stagioni televisive, di cui gli ospiti che avevamo in studio erano stati protagonisti, attraverso momenti di spettacolo live.

    Simone Gerace: C’è sempre qualcosa che avresti potuto sistemare. Studio 5 avrebbe funzionato di più con una durata inferiore, un’ora al massimo; però non è un varietà, è un programma in cui ci sono anche molte chiacchiere e Signorini è un giornalista, ti racconta una storia, e con determinati personaggi non può intrattenersi due minuti.

    Cosa rispondete alle critiche?

    Sergio Bertolini: Noi non ci prendiamo sul serio come filosofia di vita: le critiche vanno bene, la democrazia – anche quella della rete – è da conservare, per cui viva la rete: per me è un muro a cielo aperto in cui ognuno può scrivere ciò che vuole e va benissimo.

    Simone Gerace: Sono il primo a dire che le critiche ci debbano essere, è giusto che ognuno abbia la sua opinione. Noi ci siamo divertiti, fortunatamente c’è tanta gente che ci segue e a cui piace, quindi ben vengano anche le critiche. Poi c’è chi lo fa proprio di professione, ma siamo in democrazia ed è giusto che chiunque esprima la propria idea.

    Il programma viaggia sul filo dell’amarcord. E’ una chiave che funziona ancora?

    Sergio Bertolini: L’amarcord è una cosa bella e che può funzionare; sicuramente funzionava molto bene una volta, ora forse con una diffusione così massiccia di youtube e tanti altri siti che ripropongono video di repertorio televisivo, provare a fare una prima serata attraverso questi contenuti comporta dei rischi altissimi, come il rischio di schiantarti con i risultati. Allora l’idea è stata di creare uno studio abbastanza caldo con un pubblico partecipante e che si emozionasse alla visione dei suoi filmati e al racconto che il conduttore e i suoi ospiti facevano e poi, oltre a questi ingredienti, inserire qualcosa di spettacolare, come Cristina D’Avena che canta America e una conduttrice come Alessia Marcuzzi, invece, alle prese con una filastrocca; cioè, piccole idee per movimentare il programma, perché in moltissimi casi si trattava di bellissimi filmati, però, anche già visti.

    Simone Gerace: L’amarcord funziona e funzionerà sempre, ovviamente deve essere fatto in un certo modo.

    Probabilmente l’elemento da aggiustare è la lunghezza: un programma che dura tre ore, in generale, anche nei palinsesti invernali, stanca; a maggior ragione in estate, un programma che dura fino a mezzanotte forse è un po’ tanto. Studio 5 si rivolge a un target, sì, familiare, ma anche abbastanza giovane e i giovani escono, soprattutto in estate. Però l’amarcord può funzionare perché fa scoprire cose nuove a chi non le ha vissute e le fa rivivere, invece, a chi non se le ricorda più.

    Avete proposto filmati molto belli e di qualità. Dobbiamo arrenderci al fatto che quella tv non tornerà più o, invece, serve ripescare quei filmati per ripartire? La tivù di oggi è in gado di sfornare ancora talenti?

    Simone Gerace: Non sono d’accordo che non ci sia più una tv bella. E’ tutto un’evoluzione, la vita, il mondo, e quindi, di conseguenza, anche la televisione. Sicuramente il problema è il budget: un po’ la crisi, un po’ i tempi che corrono, fatto sta che non ci sono più i budget di una volta, di conseguenza si devono fare i programmi con gli stessi elementi di ricchezza, ma con meno soldi. Una delle critiche che ho letto su Studio 5 è che lo studio era molto piccolo e povero. Non sono più quei tempi in cui si possono investire tanti soldi per uno studio; c’è da dire, però, che da noi sono venuti tutti, la nostra ricchezza è stata avere tante facce, tanti volti, tanti personaggi; non si può tornare più a quel tipo di televisione un po’ per il budget, è vero, ma anche perché siamo cambiati. E’ altresì vero che determinati programmi come la Buona Domenica targata Cuccarini – Columbro era un contenitore ricco di giochi, che secondo me oggi, che siamo arrivati a una domenica un po’ più di chiacchiere, non funzionerebbe più. I tempi cambiano ed è giusto che cambino anche le dinamiche del programma e, di conseguenza, cambiano anche i personaggi. E’ stata criticata la presenza di Belén perché non ha fatto la storia di Mediaset, però ha fatto dei programmi che hanno sempre funzionato; tra le nuove leve è tra le più brave e le più preparate, quindi mi è sembrato giusto invitarla, a maggior ragione per la prima volta in televisione con Stefano: è stato un momento molto carino, molto intimo. Era giusto che ci fosse anche lei.

    Studio 5 ha fatto da apripista per il ritorno in tivù di Signorini. Sappiamo che non lo rivedremo al Grande Fratello. State pensando alla terza edizione di Kalispéra?

    Sergio Bertolini: E’ vero che al GF non ci sarà. L’esperienza di Kalispéra non la butterei via, Mediaset è convinta che il prodotto abbia ancora una forza spendibile in futuro, quindi ripartire da quello non sarebbe male, ma siamo anche pronti a cimentarci in cose nuove. Ho scritto Kalispéra insieme ad Alfonso, quindi è evidente che nella nostra scrittura quello sia il nostro prodotto ideale, soprattutto per la seconda serata: la nostra velleità era un Costanzo Show rivisitato, nel caso di Signorini, con tutti gli ingredienti e i toni giusti, che avesse l’alto e il basso. Speriamo, quindi, di ritornare a lavorare su un progetto simile nella forza, nella novità, nella modernità, nella spensieratezza; poi, se sarà un’altra cosa, non ci tireremo indietro.

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