Sky, vittoria di Adiconsum sui costi di recesso

l'agcom ha dato ordine a Sky di applicare i giusti costi di recesso dopo una richiesta inviata da adiconsum

da , il

    Agcom ordina a Sky di applicare i giusti costi di recesso, vittoria per Adiconsum

    Nella “lotta” tra Sky e Adiconsum sui costi di recesso la spunta (dopo un anno!) l’Associazione dei Consumatori. L’Autorità Garante delle Comunicazioni ne ha infatti sancito la “vittoria”, seppure a metà.

    Attraverso una recente delibera l’Agcom ha certificato che Sky “non ha rispettato” la legge Bersani nel momento in cui ha chiesto ai suoi utenti “un corrispettivo non pertinente” al diritto di recesso. Per questo ha ordinato alla pay tv satellitare “di adeguare, entro 60 giorni, le Condizioni generali d’abbonamento” in modo che l’abbonato che vuole esercitare il diritto di recesso paghi un importo pari alla somma tra quanto dovuto da Sky agli addetti Sky Service al ritiro del decoder e quanto pagato alla società che fornisce i servizi di logistica per recuperare i decoder presso gli stessi Sky Service, compreso anche il successivo invio al Cat e il trasporto ai magazzini Sky.

    Tutti questi passaggi equivalgono alla somma di circa 11 euro, e tanto dovrebbero dunque pagare i consumatori per i costi di recesso. Di meno sì ma non certamente di più come accaduto finora.

    A questa decisione l’Agcom è giunto grazie alla richiesta di sanzionamento per Sky (che però non c’è stato) che inviò nel giugno 2007 l’Adiconsum, ravvisando proprio la violazione della legge Bersani. L’associazione a difesa dei consumatori, seppur soddisfatta di tale perentorio ordine a Sky, non lo è comunque a pieno, sia perché l’Agcom non ha sanzionato la pay tv satellitare nemmeno con una multicina e sia perché la delibera è arrivata a distanza di un anno.

    La cosa grave è sì la lentezza della procedura ma soprattutto il fatto che durante questo lungo arco di tempo gli utenti hanno dovuto pagare un importo (assai) maggiore rispetto a quanto dovuto per i costi di recesso.

    Un’altra prova insomma che i più deboli sono sempre i consumatori!