Sformat di Mariano Sabatini – Proietti nell’Ultimo papa re, detective per caso come don Matteo

Sformat di Mariano Sabatini – Proietti nell’Ultimo papa re, detective per caso come don Matteo

Su Raiuno L’ultimo papa re, fiction con Gigi Proietti liberamente tratto da In nome del papa re, film del 1977 di Luigi Magni

    A volte i peggiori custodi della memoria dei padri sono i figli. La riflessione è giustificata dalla visione di L’ultimo papa re (lunedì e martedì su Raiuno), liberamente tratto da In nome del papa re, film del 1977 di Luigi Magni: un regista che ha dedicato gran parte della sua fortunata produzione cinematografica al racconto degli anni risorgimentali e dello stato pontificio. Interprete feticcio di Magni è stato Nino Manfredi, tanto che alla morte dell’attore il regista ha fatto coincidere la fine della sua attività artistica. Protagonista di Nell’anno del signore, Nel nome del popolo sovrano, La carbonara, Manfredi ha lasciato un vuoto che a Magni dev’essere parso, evidentemente, incolmabile.

    Ci vuole una buona dose di sovrastima di sé per pensare di gareggiare con un regista della storia di Magni e un attore di proporzioni mitiche come Manfredi. Poteva osare tanto solo il figlio di uno dei due. Con gli sceneggiatori Marina Garroni e Massimo Melloni, Luca Manfredi si è cimentato nel remake.

    La storia originale è quella di un alto prelato, membro del tribunale ecclesiastico, che scopre di essere padre di un giovane rivoluzionario, incarcerato per aver tramato contro l’autorità papalina. La crisi di coscienza del cardinale che ne consegue regge l’impianto del film, secondo Paolo Mereghetti troppo sbilanciato sulla figura di Manfredi. Si può dire, infatti, che In nome del papa re sia Manfredi. Perfetto. Mai invasivo.

    Questo per la tv, secondo Manfredi jr, è invece un film corale. Quasi dispersivo, in verità, per la moltiplicazione delle voci e dei volti, necessaria al riempimento del format tipico della miniserie. Come sempre, riprodurre è più agevole che inventare e produrre ex novo, soprattutto se ci si concede il più ampio e meno scrupoloso margine di manovra. Nonostante il coinvolgimento di attori capaci, nell’insieme la confezione dell’Ultimo papa re, anche per via di arredi e luci al risparmio, sembra il saggio finale di una scuola di regia. Senza un briciolo della tensione drammaturgica e della compattezza narrativa del lungometraggio di Magni. Gigi Proietti non si limita al ruolo di giudice, ma si lancia nell’investigazione, un po’ padre Brown e un po’ don Matteo. Tanto per non turbare i telespettatori, sconvolgendo i soliti schemi. Tutto sommato, meglio sarebbe stato ridare il film del 1977.

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