Sformat di Mariano Sabatini – Minoli rivela una tenerissima lettera di Mina a Califano, artista purtroppo sottovalutato

Giovanni MInoli dedica a Franco Califano uno speciale de La storia siamo noi dove emerge il ritratto di un'artista troppo sottovalutato

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    la lettera di mina a franco califano

    Ogni artista ha il suo carma, un destino che s’intreccia ai percorsi di vita e alle circonvoluzioni della carriera. E nella sua immediatezza la televisione può essere molto utile a strappare alla furtività degli eventi luttuosi significati, brandelli di verità, risvolti inediti di un’esistenza votata alla musica, agli eccessi, alla solitudine come quella di Franco Califano. Se n’è appena andato e già una grande nostalgia pervade i suoi estimatori, viveva appartato, in una non lussuosa villetta di Acilia, periferia di Roma per niente chic. Quando veniva richiamato in scena (da Fiorello a Stasera pago io o da Carlo Conti a Tale e quale show), era preceduto dal sorriso, dallo sberleffo, dall’ironia che si ha nei confronti del personaggio, sì popolare, sì amato, dotato tuttavia di componenti buffonesche. Califano digeriva tutto o quasi – mi pare di ricordare che non gradì un’imitazione strepitosa di Max Tortora al Festival di Sanremo – con il fatalismo delle sua romanità, mescolata al sangue napoletano dei genitori.

    Non credo che, in vita, il suo genio sia stato apprezzato quanto meritasse. Per onestà va detto che, in tempi non sospetti, prima l’editore Alberto Castelvecchi, che gli pubblicò il Calisutra (l’ars amatoria secondo il Califfo), e poi il giornalista Pierluigi Diaco, che scrisse con lui l’autobiografia Senza manette, contribuirono ad ammorbidire l’emarginazione a cui il cantautore si era condannato. Gli autori di Music Farm lo avevano voluto nel cast e Califano, nella sua simpatica veracità, aveva salvato quell’edizione.

    Eppure, poi, la tv tornò ad ignorarlo. Ha fatto bene Giovanni Minoli a dedicare all’autore di tanti capolavori della musica pop un appuntamento della Storia siamo noi, in onda ieri notte e stamattina su Raitre. Minuetto, La musica è finita, La nevicata del ’56, La mia libertà, Tutto il resto è noia… basterebbero questi titoli a comporre il cursus honorum di un grande musicista, quelli di Califano vanno ben oltre. Era un uomo amato da chi lo conosceva: Minoli ha proposto le testimonianze del suo collaboratore più stretto, di Fiorello, di Mita Medici, che ebbe una storia con il Califfo, di Edoardo Vianello. Ma l’essenza di Califano è in quelle poche righe, della cui esistenza apprendiamo grazie a La storia siamo noi, che Mina gli spedì in carcere. Non tornarci più in quel posto, scriveva la Tigre di Cremona, con una tenerezza che solo un uomo buono può suscitare. La malinconia per la sua scomparsa, in questo momento, è acuita da quella che pervade le parole e le atmosfere delle sue belle canzoni. La malinconia passerà, non le canzoni, per fortuna.