Sformat di Mariano Sabatini – L’Arena intervista Schettino, e la tv si trasforma in almanacco macabro

Ad un anno dal disatro della nave Costa Condordia, Massimo Giletti intervista il comandante Schettino

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    Schettino in tv a L'arena di Massimo Giletti

    Era inevitabile che questa tv abituata a fare del dolorismo la sua principale attrattiva, incline a trattare la cronacaccia più nera di mezzanotte come specchietto per guardoni, afferrasse l’occasione ghiotta di rievocare il disastro crocieristico della Costa Concordia. Tutta la domenica pomeriggio, da L’Arena a Così è la vita su Raiuno, è stata dedicata al recupero di memoria su quanto è accaduto. Il piatto forte era, come ovvio, un’intervista fuori studio al capitano Francesco Schettino che dice di avere compassione per le vittime: “Quello che io posso dir è di volermi unire sentitamente al dolore di tutte le vittime, dei famigliari delle vittime“. Grazie tante.

    Senza voler entrare in tecnicismi, senza – iddio ce ne scampi – l’intenzione di anticipare sentenze, ma assecondando sensibilità e buon gusto, se davvero fosse preoccupato delle vittime e dei loro parenti, Schettino se ne starebbe quieto a casa, ad attendere serenamente l’esito dell’iter giudiziario. In questo la televisione, che si trasforma in almanacco macabro, ha le sue responsabilità. Inalienabili. Ben lungi dall’inseguire notizie degne di nota, non ce ne sono in assenza di pronunciamenti della magistratura, talk show come quelli di ieri si trasformano in passerelle per avvocati capelloni e assistiti col pelo sullo stomaco, salottini per giornalisti ansiosi di esibire il medagliere degli scoop (?) o semplicemente lieti di metterci la faccia. Pronti, al voltapagina, ad occuparsi di canzonette e Sanremo con la stessa passione.

    Serviva L’Arena per sentirci dire che Schettino non avrebbe dovuto abbandonare la nave (Massimo Giletti) e che non deve giocare a scaricabarile e anzi chiedere scusa (Klaus Davi)? Di fronte a certo giornalismo d’intrattenimento, che porta l’inviata del programma a chiedere “che effetto fanno le parole di Schettino, un anno dopo?”, meglio, molto meglio il silenzio. Una consapevole dimenticanza o un ricordo veloce, che evitasse di aggiungere frastuono ed emotività alla palpitazione per i trentadue morti, meglio di certo approfondimento inerziale avrebbe rispettato il dolore dei parenti delle vittime.