Sformat di Mariano Sabatini – Finalmente la seconda stagione di Downton Abbey, che conferma le attese degli estimatori

Sformat di Mariano Sabatini – Finalmente la seconda stagione di Downton Abbey, che conferma le attese degli estimatori

Finalmente in tv la seconda stagione di Downton Abbey, la serie british ideata dallo scrittore Julian Fellowes

    Contavamo i mesi, le settimane e poi i giorni, noi fanatici del serial inglese Downton Abbey, che ci separavano dall’arrivo della seconda stagione, come sempre la domenica su Retequattro alle 21.30. Dietro all’operazione c’è lo scrittore e sceneggiatore Julian Fellowes, che ha firmato tra l’altro lo splendido Gosford Park e il blockbuster Titanic: una garanzia per quanto riguarda la qualità della realizzazione, i dialoghi, la rotondità dei personaggi. In questo senso Downton Abbey, con la sua matrice anglosassone, s’inserisce nel filone dei film di James Ivory, ricorda Quel che resta del giorno per l’affresco che traccia delle dinamiche della servitù che vivono nella grande casa nello Yorkshire in età edoardiana; mentre sul piccolo schermo il genere aveva avuto un precedente con le puntate di Ritorno a Brideshead, tratto dal romanzo di Evelyn Waugh.

    Per il resto Downton Abbey è un originale televisivo, che si avvale dell’apporto di un grande cast di attori: Hugh Bonneville, Elizabeth McGovern, Michelle Dockery, Jim Carter, la grandiosa Maggie Smith e tanti altri, che danno vita ad una gran messe di personaggi, vicende ed intrighi. Senza mai che la storia scada in patetismi o risvolti poco credibili, si sta con l’ansia di sapere cosa accadrà a questo o quello, di appuntamento in appuntamento. Nella prima stagione tutto ruotava attorno all’eredità del castello, in questa i Crawley, conti di Grantham, devono fronteggiare lo scoppio della prima guerra mondiale con tutti gli stravolgimenti anche sociali che ne conseguono. Non bastava dover digerire che la dimora e il patrimonio fossero ormai del cugino di Manchester, Matthew, uno “che lavora” e che fa l’avvocato, con una madre fissata per l’assistenza ai meno fortunati. Entrambe le cose suscitano lo sdegno della contessa madre Violet, gran linguaccia, alias Maggie Smith, che si oppone anche all’idea di trasformare il maniero in un convalescenziario per ufficiali feriti al fronte.

    Se nella servitù, governata con ferrea disciplina dal maggiordomo Carson, sembra concentrarsi la summa delle umane meschinità e bassezze, perché in fondo sono loro a doversi difendere dalle durezze del quotidiano, i nobili non si rivelano meno inquieti. Pur con degnazione, son costretti a rivolgersi ai sottoposti quando, di fronte a un rovello profondo, si assoggettano a un tuffo di realismo. Il confronto, però, non è tanto tra classi sociali, quanto tra vecchi e giovani, tra chi vorrebbe che tutto restasse immutato (l’anziano servitore, la cui vita ruota tutta attorno ad una tavola apparecchiata) e chi cerca soffi vitali alla guida di un trattore, alla faccia del sangue blu. Comunque la vita, democraticamente, ha in serbo per ciascuno prove più o meno onerose.

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