Se The Apprentice 2 Italia non è MasterChef e Flavio Briatore non è Carlo Cracco

The Apprentice 2 Italia, recensione

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    The Apprentice 2 Italia non è MasterChef. Su questo non ci piove. Diciamo pure che il talent sul management, proposto da SkyUno al venerdì sera, non mette al centro il talento come fa invece il cooking show con i piatti, al giovedì.

    Questa ci sembra una prima peculiare differenza. L’altra che mi viene in mente è che, ad un programma simile, non fa così bene avere un imprenditore “filo-Santanché”, Flavio Briatore che, più che un coach – di cui il programma avrebbe bisogno – si erge in tv, quasi in veste platonica, a comandante ufficiale di una barca che rinnega quotidianamente.

    A mio avviso, sarebbe più opportuno che si “cracchizzasse” un po’, tanto per essere vicini al paragone con MasterChef, visto che Cracco non si limita solo a dare ordini, ma piuttosto a dare ordine: fa di un rimprovero un modo per dare – in competenza e umanità – ai “suoi” concorrenti.

    Ché a dire “fuori”, “non vai bene“, e a sparare a zero sui concorrenti, sono tutti bravi; fare coaching invece – quello che manca a Briatore nel programma – vuol dire sapersi dedicare alla competenza dei concorrenti, verso un percorso di crescita o conflitto che può interessare il telespettatore. Invece non c’è.

    Così ti ritrovi Flavio Briatore, per carità guru nella vita imprenditoriale, ma non per forza guru del coaching televisivo. Come la settimana scorsa, quando il marito di Elisabetta Gregoraci si limitava a chiedere per telefono “come vanno le cose” ai suoi collaboratori (Patrizia Spinelli e Simone Avogadro) o, stasera, durante l’assegnazione della seconda prova – stipulare accordi per Groupon -, in pieno stile Amici daytime (Briatore annuncia il contenuto della prova con un rwm da un televisore…). Insomma, nulla di così innovativo o “divino”.

    Di fatto, i concorrenti appaiono dal canto loro piuttosto omogeneizzati nella costituzione delle squadre (maschile Scacco Matto, femminle Concrea), ma sembrano concorrenti del discount: il burro è sempre buono ma la concorrenza insiste e la confezione lascia a desiderare. Anche qui è questione di manager?

    Stasera, nella seconda puntata, a dare un po’ di vitalità ci ha pensato una piccola innovazione nel meccanismo della gara; le squadre, inizialmente solo divise in maschi e femmine hanno subito dei “cambi”: due maschi dalle donne e due donne dai maschi. Insomma, finalmente una l’abbiamo cambiata: questa asfissiante divisione uomini-donne!

    Ma non è meglio comporre le squadre miste, due mondi da sempre “genera-conflitti”, e dunque più accattivanti e dinamiche per il pubblico a casa?

    Anche il momento del brainstorming è sottovalutato; quello che potrebbe essere un bel momento televisivo carico di tensione – meglio in questo senso la boardroom con l’eliminazione – finisce per essere una contrapposizione, talvolta sterile e poco incisiva, che porta in scena più modi di condotta strategica per risolvere la prova settimanale.

    Meglio in questo senso l’ausilio dei coach di Flavio Briatore che suppliscono a quanto non fa il loro “superiore”, occupatissimo a telecomandarli dall’ al di là! Così, che sia l’eliminato della scorsa settimana, Fulvio Cugno o quello della seconda puntata, Milena, poco importa a chi guarda. Perché? Le persone sono storie, raccontabili (meglio se nel modo migliore) e non solo strategie da business.