Sanremo 2010, le pagelle dei Big

Sanremo 2010, le pagelle dei Big

Le Pagelle di Marinella Venegoni e di Gino Castaldo ai 15 big di Sanremo 2010

    Mentre i nostri lettori non mancano di inviarci commenti e giudizi sulle 15 canzoni dei Big presentate ieri a Sanremo 2010, vediamo i voti dati ai brani dai critici musicali italiani. Gli esperti sono tutti piuttosto concordi sull’eliminazione di Toto Cutugno con Aeroplani e del trio Pupo-Emanuele Filiberto-Luca Canonici con Italia Amore Mio, mentre avrebbero di certo salvato Jamme Jà di Nino D’Angelo, a quanto pare penalizzata dal dialetto (mentre Zaia, Lega Nord, chiede Par Condicio per 2011 con l’inserimento di un testo del nord la prossima volta). Ma vediamo cosa ne pensano Marinella Venegoni (La Stampa) e Gino Castaldo (Repubblica). In alto Malika Ayane.

    IRENE GRANDI – LA COMETA DI HALLEY
    Marinella Venegoni: Voto 8. Volano briciole di “Bruci la città” (dev’essere il sequel). Ritmo martellante e sapiente melodia per l’aggressiva interprete che, nella banalità di una storia consumata, mostra di preferire la fuga nello spazio ai metaforici rubinetti che perdono.
    Gino Castaldo: voto 7. Puro stile Baustelle. Antiretorico, postmoderno, di grande classe. Come una cometa.

    VALERIO SCANU – PER TUTTE LE VOLTE CHE
    M.V.: Voto 6. Partono, come in un agguato, i “5 giorni” di Zarrillo. Ma Scanu conquista poi autonomia nel brano fresco, rutilante nei versi, coraggiosamente minimalista nell’interpretazione: l’emozione frena le ambizioni (e per il carisma tocca aspettare).
    G.C.: Voto 3. Potrebbe vincere, ma è un ventenne che sembra più vecchio di Cutugno.

    TOTO CUTUGNO – AEROPLANI
    M.V.: Voto 5. Una malinconica, melodica e un poco disperata elegia che vola nei ricordi, alla riscoperta di un tenero sogno: far rivivere un amore già vissuto, compiacendosi di invenzioni già sperimentate in una lunga carriera alla quale nulla si aggiunge.
    G.C.: Voto 4. Fa il suo mestiere con sentimentale semplicità e con una dignità da decano. Però stona.

    ARISA – MALAMORENÒ
    M.V.: Voto 6. Leggiadro coro en travesti delle Sorelle Marinetti, più che comprimarie accanto ad Arisa in replica dal 2009. Furbizie da Trio Lescano campionato si appiccicano alle orecchie, come in un polveroso 78 giri. Un divertissement, leggero leggero.
    G.C.: Voto 5. A riprovarci non conviene. Due filastrocche in due anni sono troppe. Il gioco stanca.

    NINO D’ANGELO – JAMME JA’
    M.V.: Voto 6. Una lambadina spigliata ma impegnata, con il determinante apporto della neomelodica voce di Maria Nazionale, e con un sano senso del battere. Si cantano gli eterni guai di Napoli, imprigionata fra stereotipi e problemi contemporanei.
    G.C.: Un po’ di vita e di vera musica non guasta. E poi c’è un talento come Maria Nazionale.

    MARCO MENGONI- CREDIMI ANCORA
    M.V.: Voto 4. Vincitore di X-Factor n.3 e qui per diritto, s’infila fra Alex Baroni e Tiziano Ferro (copiosamente citato), in un brano esibizionista che fra discese ardite, risalite e frasi assurde («Sarò lupo e rondine per gli occhi tuoi») lascia attoniti e spossati.
    G.C.: Voto 2. Un pezzo di rara bruttezza. Pessimo servizio a un ragazzo che canta bene e merita di meglio.

    MALIKA AYANE – RICOMINCIO DA QUI
    M.V.: voto 9. L’eleganza dell’interprete e l’originalità della voce, si accompagnano a una melodia aerea e guizzante che si allontana dal melodramma e punta alla modernità, in uno dei tanti sogni di fuga di questo Festival. L’arrangiatore di Björk ha ben lavorato.
    G.C.: voto 9. Pura meraviglia canora. Un incanto quasi anomalo per il tono di questo pragmatico Festival.

    SIMONE CRISTICCHI – MENO MALE
    M.V.: voto 8. Audace l’argomento, e poco sanremese: la malainformazione all’italiana. Viene risolto acutamente, per il popolo, con graffi di ironia su Carla Bruni e Sarko-sì e Sarko-no, in un ritmo indiavolato pop-punk buono pure per una notte in discoteca.
    G.C.: voto 6. Come avrebbe fatto Rino Gaetano, se la prende con i media che nascondono le notizie sgradevoli.

    PUPO, EMANUELE FILIBERTO, LUCA CANONICI – ITALIA AMORE MIO
    M.V.: voto: 3. Manifesto tradizionalista (ed elettorale). Dio, Patria, Famiglia. Mandolini.

    Ricordi d’esilio improbabilmente impastati con “Over the Rainbow”, in format di canzone tv, con irresistibile entrata del tenore, rimpinzano una polpetta indigesta (e trash).
    G.C.: Voto 1. troppo brutta per essere vera. Caso di comicità involontaria. Patriottismo che svilisce il tricolore.

    ENRICO RUGGERI – LA NOTTE DELLE FATE
    M.V.: voto: 7. Anche Ruggeri punta a un ritmo compiaciuto dentro una melodia appiccicosa che canta (con esperienza consumata) la capacità femminile di sognare ancora vette inesplorate, attraverso i fulminei ritratti di tre ragazze d’assalto di oggi.
    G.C.: voto 6. Alla fine se la cava, da esperto cantautore, con mestiere fine e buone intuizioni al femminile.

    SONOHRA – BABY
    M.V.: voto: 4. Così vecchi nella loro gioventù, i due fratelli veronesi ricordano le Paola&Chiara del debutto in una ballatona con energiche schitarrate, che contiene un repertorio di banalità amorose Anni Cinquanta (“Baby, ovunque sia il tuo nome t’amo”).
    G.C.: voto 2. Poverini, proprio non ce la fanno a tirare fuori una canzone passabile. Ma sono sempre al Festival.

    POVIA – LA VERITA’
    M.V.: voto 6. Lettera ai genitori, di una ragazza che non c’è più: si sa che è Eluana ma grazie al cielo non viene nominata. Il cantastorie si sarà stufato di fare il fenomeno; agguanta la cronaca e la trascina dal parlato al rock sinfonico, senza sbroccare.
    G.C.: Voto 3,5. Almeno è una canzone. Non particolarmente bella. Ma almeno non scandalizza.

    IRENE FORNACIARI & NOMADI – IL MONDO PIANGE
    M.V.: voto 6. Nella ballad che subito rivela la mano sicura di papà Zucchero, Irene mostra doti gradevoli e più morbide di interprete, prima di scatenarsi con le tonsille. Ma con i Nomadi e la voce di Sacco quasi silente, c’è l’effetto coitus interruptus: un vero peccato.
    G.C.: voto 4. Pezzo impegnato ma piuttosto incolore. Nomadi incolpevoli.

    NOEMI – PER TUTTA LA VITA
    M.V.: voto 8. Anello di congiunzione fra talent-show e lavoro in proprio, con la sua voce non inutilmente eccentrica Noemi sfodera grinta e capacità in un pezzo che vuol uscire da schemi abusati: eppure si ricorda con facilità, ed è amarognolo ma non piagnone.
    G.C.: Voto 6. tra i giovani dei talent show è quella che fa la miglior figura. Sembra perfino ispirata.

    FABRIZIO MORO – NON E’ UNA CANZONE
    M.V.: Voto 5. È l’inno dell’impossibilità di uscire dalla dimensione bamboccione, ma il testo accorto è tramortito da un tremendo “la-la-la-la”. Il rap-reggae musicalmente si perde nel tappeto elettronico e nella inevitabile eco del successo di “Pensa”.
    G.C.: voto 4. D’accordo sul titolo, resta da capire cos’è. Moro dovrebbe cercare la sua strada altrove.

    Con molti dei giudizi non siamo d’accordo: abbiamo trovato particolarmente interessanti Marco Mengoni, Noemi e Cristicchi; una decisa marcia in più Malika Ayane, mentre Scanu ha un po’ deluso. D’accordo con l’eliminazione di Cutugno e di Pupo & Emanuele Filiberto, anche se nelle strofe non è difficile riconoscere la ballata tipica alla Guccini (che il Maestro ci perdoni!). Più che Nino D’Angelo, che comunque chiama a raccolta la tradizione della Tarantella del Gargano per il ritornello, avremmo eliminato a cuor leggero i Sonohra, assolutamente inesistenti. ‘Innocua’ – come l’hanno definita i giornalisti in sala stampa – Irene Fornaciari, mentre della canzone di Arisa si salvano le sorelle Marinetti. Didascalica e scolastica La Verità di Povia (ma l’arte qui dov’è? Musicalmente mille volte meglio Luca Era Gay, imparagonabili), mentre conserva il suo pubblico Enrico Ruggeri, che però non lascia il segno. Non male Moro, mentre Irene Grandi merita un secondo ascolto: forse è la meno adatta all’Ariston, il contesto la penalizza.

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