Sanremo 2008, Pippo XIII s’inchina alla Bertè. E dopo 23 anni tornano i Duran Duran

Sanremo 2008, Pippo XIII s’inchina alla Bertè. E dopo 23 anni tornano i Duran Duran

Sanremo 2008, Pippo XIII s’inchina alla Bertè

    Effetto nostalgia per i trentenni che ieri sera hanno potuto rivedere sul palco di Sanremo addirittura i Duran Duran in formazione quasi originale (manca Andy Taylor). Anche gli ospiti ormai rientrano nel novero degli aficionados del Festival, come molti dei big in gara. La serata è rientrata nei binari dell’ortodossia: pur non abbandonando la vena politica che ha fatto da filo conduttore alla prima puntata, l’obiettivo principale della satira di Piero Chiambretti è stata la Tv, Pippo e Festival compreso. E per garantirne la correttezza scende dalla scalinata anche il Commissario Rex. Ma salta tutto quando arriva la Bertè.

    La seconda serata ha l’ingrato incarico di rialzare gli ascolti che ieri sera hanno segnato il record negativo per un esordio dal 2000. Certo, hanno sicuramente pesato gli sviluppi del caso di Gravina, seguiti in diretta su RaiTre da ben 4 milioni e mezzo di telespettatori, ma ha influito senza dubbio anche la scaletta fin troppo diluita. E ieri sera si è ripresa la struttura tradizionale del Festival, sancita dalla discesa di Pippo, che ha abbandonato l’ascensione dalla botola a favore della più nota scalinata, e dal successivo ingresso di Piero Chiambretti. Il comico dalle scarpe tricolori è stato accolto da un’ovazione, un omaggio da parte del pubblico che evidentemente riconosce in lui una sorta di “rappresentante sindacale”. Le sue prime parole sono la manifestazione del pensiero di tutti: “Pippo dobbiamo essere più asciutti, più stringati. Ieri due Giovani alla fine della serata erano pronti per la pensione!”. Ma non ci sono riusciti.

    Nonostante le esigenze di tempo non si rinuncia al siparietto iniziale: alla carica dei Pippi Baudi della prima sera si è sostituita l’invasione dei cloni del Commissario Rex, giunto a “commissariare il festival” e a garantire il regolare svolgimento della gara, già per molti vinta dalla Tatangelo. “Tanti cani in televisione non li ho mai visti neanche al Grande Fratello. Saranno i Raccomandati di Carlo Conti”, e così Chiambretti dà un colpo al cerchio e uno alla botte, mentre a farli fuggire ci pensa lo stesso Baudo, con la sua memorabile interpretazione nel film “Donna Rosa”. Quel film e Katia Ricciarelli sono ormai i “punti deboli” su cui ama giocare Chiambretti.

    Ma il coup de theatre è la scrivania à la Berlusconi sulla quale Pippo Baudo firma il suo personale contratto con gli italiani. “Te lo puoi permettere, hai addirittura due programmi, il Festival e Domenica In”, dice Chiambretti a Baudo, introducendo i punti che Pippo s’impegna a rispettare: abolizione dell’Ici sulla casa discografica, un milione di posti di lavoro (tradotti in 700.000 campioni e 300.000 giovani in gara per il prossimo anno), un referendum per l’abrogazione di Mike Bongiorno e un festival lungo sei mesi. Difficile che non arrivi una replica di qualche portavoce, visto che la risposta di Baudo è stata: “Io firmo, tanto non mantengo”.
    Un altro momento “distensivo” è stato dedicato allo scontro tra Luzzatto Fegiz e Toto Cutugno dell’altra sera al DopoFestival, riproposto in uno sketch da poliziesco. In basso il video del litigio.

    Sensibilmente ridotto, comunque, il ruolo di Piero, che però approfitta di ogni occasione per animare platea e telespettatori, prendendo di mira cantanti e direttori d’orchestra, su tutti Beppe Vessicchio, alias Giuseppe Verdi, “che quando non è qui è in altri programmi (Amici, n.d.r.), prima era ad Elisir con la prostata”.

    Prima di entrare nel merito delle canzoni, cui dedichiamo la parte finale dell’articolo, va sicuramente menzionata Bianca Guaccero, bellissima attrice pugliese che però, a differenza della Osvart, si è impegnata a recitare il ruolo della spigliata. Sa cantare (anche se in playback, come anche ieri per la collega ungherese), e ballare e lo dimostra sia nel balletto d’ingresso (che ha attirato l’attenzione di molti per un corpetto un po’ traditore) che in un omaggio alla sua terra, danzata sulle note di una tarantella pugliese, molto bella, con un pizzico di spogliarello. Per il resto nel confronto con la Osvart, abbiamo preferito la bionda: per temperamento, o forse per il suddetto ruolo, la Guaccero è un po’ troppo confidenziale, troppo “calda” per il palco dell’Ariston. Ma senza dubbio se l’è cavata egregiamente.

    Protagonista assoluta della serata Loredana Bertè, che nei pochi minuti passati sul palco ha scritto uno spettacolo. Agghindata con una tunica nera arricchita da strati di tulle bianco, cappuccio da massone cucito stanotte con i cuscini dell’unico albergo che ha ceduto e l’ha ospitata (“gli artisti sono trattati come saltimbanchi, ci ho messo tre giorni a farmi una doccia”) viene accolta e coccolata da Baudo e dà vita ad una performance che fa invidia a Chiambretti, terminata con un bacio a fior di labbra con Pippo. E’ unica, c’è poco da dire, il brano (Musica e Parole) è accattivante e lei c’è, con il suo personaggio o la sua realtà. Non lo sapremo mai. In basso la sua esibizione.

    Decisamente migliore la qualità dei pezzi e delle esibizioni dei Big in gara: sarà forse che non ci siamo ancora ripresi dalla prima puntata, ma le canzoni ci sono sembrate più interessanti e piacevoli di quelle proposte ieri. Nessuna ha tolto il fiato come avvenne l’anno scorso con Ti regalerò una rosa, ma si sono fatte ascoltare senza eccessivi sforzi.

    Particolarmente orecchiabili e pronti ad essere trasmessi in radio i pezzi di Gianluca Grignani (Cammino nel Sole), Mario Venuti (A Ferro e Fuoco), Mietta (Baciami adesso) e dei Finley . Persino Amedeo Minghi (da noi non particolarmente amato, che ha cantato Cammina Cammina) non ha disturbato. Interessante, non certo facile da interpretare e tanto meno da canticchiare sotto la doccia, ma capace di mettere in luce le qualità delle voci che l’hanno cantato, il pezzo di Giò Di Tonno e Lola Ponce, Colpo di Fulmine, scritto da Gianna Nannini per il suo musical su Pia De’ Tolomei. Un omaggio alla carriera quello di Little Tony (Non Finisce Qui), che segue le orme di Dorelli dello scorso anno.
    Nota veramente stonata i Tiromancino con Il Rubacuori, assolutamente inascoltabile. Hanno confezionato una cattiva filastrocca sul cinismo di un top manager discografico che licenzia la gente: musica zero, evidentemente per partorire un testo più impegnativo Zampaglione non ha avuto tempo e modo di costruire una struttura musicale. Una vera delusione, visto che i Tiromancino avevano abituato ad atmosfere soffuse, testi talvolta ingenui ma spesso emotivamente densi. Qui non c’è niente di niente. E finalmente abbiamo capito da casa derivava l’ostilità della casa discografica, che ha deciso di non firmare il pezzo: altro che testo scomodo, qui siamo di fronte al grado zero della musica. Ascoltare per credere.

    Per fortuna la serata è stata chiusa da Sergio Cammariere, una garanzia per chi ama il genere “chansonnier” mescolato al jazz che già incantò (si, ci piace!) Sanremo con Tutto quello che un uomo nel 2003, e che è tornato con L’amore non si spiega, pezzo nel quale strizza l’occhio alla bossanova.

    I giovani, invece, calano un po’, ma non tradiscono: molti più brani romantici e melodici – dai Sonhora (“la risposta a Paola e Chiara”), per arrivare al tenerissimo 17enne Jacopo Troiani – che inframmezzano due autentiche sorprese, due brani molto diversi ma interessanti. Da un parte i ritmi un po’ etnici e conivolgenti del gruppo La Scelta che con Il Nostro Tempo offrono un altro interessante spaccato della nostra società multietnica (“Io mi sento un africano metropolitano” resta in mente), meno retorica di quella del Grande Sud di Bennato; dall’altra il secco parlato di Signorsì, portato da Rosario Morisco, dedicato ai soldati impegnati nelle missioni di pace. Belle entrambe, con quella dei Frankie Head comporrebbero la nostra terzina vincente. In basso le esibizioni del gruppo La Scelta e di Rosario Morisco.

    Per la serie “i figli di”, dopo Daniele Battaglia, figlio di Dodi dei Pooh, ieri si è esibito Francesco Rapetti, figlio di Mogol, la cui canzone non ci è dispiaciuta, anche se l’interpretazione non è stata proprio convincente. L’ultima cantante, Valeria Vaglio, arriva sul palco a mezzanotte e mezza per tentare di cantare Ore e Ore, che fino a ieri si pensava dedicato ad un amore saffico ma che invece deve questa “fama” ad un errore di stampa che ho confuso un “lui” con “lei”. Bella grinta quella di Ariel, che passa alla finalissima con Troiani, La Scelta e i Sonhora.

    Un tuffo al cuore per gli over trenta è arrivato alle 23.15 quando sono tornati sul palco dell’Ariston, dopo 23 anni, i Duran Duran, introdotti da un filmato d’epoca che ricordava il grande fenomeno di costume che hanno rappresentato a metà degli anni ’80. Non importa che Simon Le Bon non stia al gioco e appaia particolarmente antipatico, che dichiari il playback e legga sul gobbo “Donna Rosa”; non importa che siano cambiati; sulle note di Falling Down ci si è persi nel passato, per canticchiare Save a Prayer.

    Assolutamente magico il musical di Romeo e Giulietta di Riccardo Cocciante, che aveva già stregato Sanremo qualche anno fa presentando in anteprima Notre Dame de Paris.

    In chiusura si ospita la nazionale di calcio vaticana, accompagnata da due donne, delle quali una si chiama Zizza di cognome, (“non saranno i massaggiatori?”, dice Chiambretti) e le battute si sprecano (“Chi si prende la croce al centrocampo?”, “Il portiere la miracoli?”, etc etc). All’una meno un quarto hanno cantanto We Are The Champions in latino… E dire che volevano asciugare la scaletta…
    Vedremo più tardi come sono andati gli ascolti.

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