Rai3 e ‘MasterFlop’, Andrea Vianello: ‘Io direttore di Rete: ho profilo giusto per farlo’

Rai3, Andrea Vianello replica alle critiche per i numerosi flop 'collezionati' dalla terza rete

da , il

    Andrea Vianello

    E’ nipote del ‘vatusso’ Edoardo Vianello, ha vinto l’Oscar del Giornalismo nel 1993, molti lo ricorderanno per aver condotto Mi Manda Rai3 e Agorà, prima di diventare un nuovo dirigente televisivo del servizio pubblico. Non ha alcun dubbio sull’ascesa che gli è stata riservata nel mondo della tv, da conduttore e giornalista a uomo di punta delle scelte della terza Rete italiana:

    «Sono entrato in Rai con concorso pubblico: 12 anni di radio, 12 di tivù. Ho creato ‘Agorà’ dal nulla. Sono stato nominato all’unanimità dal Cda. Credo di avere il profilo giusto per fare il direttore di Rete».

    Si difende così Andrea Vianello, dalle pagine de Il Fatto Quotidiano, da chi lo accusa di aver collezionato, in sostanza, una serie di flop, da quando ha preso le redini della terze rete del servizio pubblico.

    In alcuni casi, però, gli ascolti sembrano pesare di più a fronte dei costi di produzione che non sempre hanno ripagato lo sforzo in termini di appeal sul pubblico. E’ il caso di MasterPiece (la seconda parte doveva andare in onda in prima serata, sempre su Rai3, invece andrà in seconda):

    «Il talent è un linguaggio accattivante, ma non potevamo farlo su frittate o cantanti: siamo Rai3. Così ho scelto i libri. Gli scrittori col sogno nel cassetto non erano mai stati raccontati (…) MasterPiece è un prodotto di qualità. Grazie a noi John Fante è finito nei trending topics. Per gli ascolti aspetterei la fine, e comunque il 4% il quella fascia è sopra la media precedente di rete. La prima puntata ha fatto più della prima di X Factor».

    Dal canto suo, Vianello tiene a sottolineare il successo di alcuni programmi della rete, a fronte dei tanti che o sono spariti, letteralmente, dal palinsesto, o ‘zoppicano’ per Auditel, o non sono stati graditi dal pubblico (si pensi alle serie tv o ai film). Per un Che tempo che fa e Ballarò ci sono gli esperimenti, non proprio riusciti, di Celi mio marito e La Guerra dei Mondi o il poco interesse mostrato dai telespettatori per le serie tv The Newsroom e Scandal.

    C’è il reportage di qualità, Milena Gabanelli (che fa molto meno al lunedì di quanto non facesse di domenica l’anno scorso) che è costretto – dice Vianello – a coprire insieme a Iacona il lunedì sera, altrimenti sguarnito:

    «Siamo gli unici, a parte Santoro, a mandare in onda in prima serata i reportage. Report e Presa Diretta si scontrano con Piazza Pulita e Quinta Colonna. Siamo andati alla guerra bendati: se cade il Governo, noi non ci siamo. Eppure Milena vince sempre e Riccardo quasi».

    Non era meglio far scontrare Rai3 con prodotti diversi, il lunedì, da quelli proposti dalla concorrenza?

    Ma i ‘guai’ a Rai3 sembrano coinvolgere soprattutto la seconda serata, se Antonio Polito – giornalista del CorSera – ha dato forfait alla conduzione di Maracanà, la risposta del servizio pubblico a TikiTaka (Pierluigi Pardo, seconda serata, Italia1):

    «(…)Pardo è bravo e ha fiutato l’aria. Maracanà è stata una ciambella nata male, anzi neanche nata. Mi sono scottato e non so se andrà mai in onda». Insomma, sfighe più che..Sfide.

    Condivisibili o meno, dal pubblico e dagli addetti ai lavori, le intenzioni di Andrea Vianello appaiono chiare, in vista di scelte editoriali non sempre rispondenti alle esigenze dell’Auditel (ma gli ascolti hanno vita propria?), verso decisioni presunte di qualità (che cos’è la qualità?):

    «Un servizio senza pubblico è un controsenso, ma devi innovare. Anche a costo di prendere uova in faccia. La Rai ha il dovere di tracciare nuove strade e generare cultura. Non esiste lavoro più figo. (…) Giudicarmi solo in base ai numeri è limitante, ancor più se si parla di Rai3. E comunque vinco anche lì. A gennaio ho mandato il ricordo di Pippo Fava in prima serata: è andata male, ma lo sapevo e non me ne frega niente. Rai3 ha uno scheletro forte e deve azzardare».

    Sperimentare? Sempre. Ma con o senza presunzione è ciò che fa la differenza?