Rai, polemica sugli spot in dialetto per l’Unità d’Italia

Rai, polemica sugli spot in dialetto per l’Unità d’Italia

L'Italia si riscopre unita nel condannare gli spot lanciati dalla Rai per celebrare i 150 anni dell'Unità d'Italia 'ridicolizzando' i dialetti

    Infuria la polemica sugli spot lanciati dalla Rai per celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia, improntati ai tanti dialetti della nazione che vengono però rappresentati come incomprensibili. A far scattare la protesta di politici, rappresentanti regionali, gente comune e linguisti soprattutto il claim della campagna che recita “Se gli italiani fossero quelli di 150 anni fa, probabilmente comunicheremmo ancora così“, come dei barbari insomma. In alto gli spot Rai.

    15 dialetti per 15 personaggi (il prete lombardo, la vigilessa friulana) che si rivolgono nel proprio dialetto a parlanti di lingua italiana, che restano basiti e del tutto disorientati: questo l’idea centrale della campagna Rai lanciata da qualche giorno nella quale si fonde l’intenzione di celebrare i 150 anni dall’Unità d’Italia con il tradizionale memorandum per il rinnovo del canone Rai. Una campagna che intendeva strappare un sorriso e ricordare agli italiani il ruolo centrale ricoperto dalla Rai nella diffusione di una lingua comune in un’Italia caratterizzata fino alla seconda guerra mondiale dall’uso, in famiglia e fuori, dei dialetti locali.

    Peccato che il risultato sia stato ben diverso: in poche ore il web e i centralini Rai sono stati subissati di proteste assolutamente trasversali che hanno accomunato politici, uomini di cultura e gente comune, tutti concordi nell’accusare la Tv di Stato di aver approntato una campagna offensiva nei confronti delle tipicità linguistiche territoriali. A scatenare le rabbiose reazioni sopratutto il claim “Se gli italiani fossero quelli di 150 anni fa, probabilmente comunicheremmo ancora così” che suona piuttosto male: “È come sostenere che le lingue locali sono roba da barbari e l’italiano le ha finalmente cancellate” tuona l’assessore veneto Ciambetti e non gli si può dare tanto torto.

    “Dietro questi spot sembra esserci una falsa idea: e cioè che per imparare l’italiano sia necessario cancellare ogni traccia dei dialetti appresi in precedenza. E invece è vero proprio il contrario: più codici linguistici si conoscono più diventa facile impararne uno nuovo” afferma il linguista Tullio Telmon, cui fa eco Luca Serianni, che tenta però di spezzare una lancia a favore degli spot, cercando di metterne in luce il sottotesto: “Dagli anni 50 abbiamo tutti imparato l’italiano e questo è un bene da tutelare. Se poi a casa si parla anche un’altra lingua va benissimo a patto che non diventi esclusiva. Altrimenti, da mezzo di comunicazione, il dialetto diventa mezzo di esclusione“.

    Nessuno può coscientemente negare il ruolo avuto dalla televisione nella diffusione di una lingua di uso comune su tutto il territorio nazionale nel secondo dopoguerra, quando ancora in Italia regnava l’analfabetismo e solo da poco si iniziavano a sentire gli effetti di una scolarizzazione di massa, come sottolineò Tullio De Mauro nel suo fondamentale ‘Storia Linguistica dell’Italia Unita‘: da qui, però, a trattare i dialetti come delle ‘lingue morte’ e ‘tribali’ ce ne passa. Del resto studi piuttosto recenti dimostrano come negli ultimi anni si sia rafforzato l’uso dei dialetti soprattutto in famiglia, una forma di ‘recupero’ della propria specificità linguistica che rende gli italofoni versatili nell’uso del proprio repertorio linguistico, caratterizzato proprio dall’esistenza di un ‘diasistema’ vivo e articolato.

    Insomma, si può dire che gli ideatori della campagna, diretta da Alessandro d’Alatri, abbiano sbagliato il focus: di certo un risultato si è avuto, l’Italia si è ritrovata unita nel condannare la Rai.

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