Rai: Maurizio Belpietro da metà gennaio su RaiDue

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E’ ufficiale: Maurizio Belpietro sbarca su RaiDue da metà gennaio per contrastare Annozero di Michele Santoro. Ancora da definire la data di partenza del programma e la sua collocazione, ma di certo nota la funzione: non potendo chiudere il programma di Santoro, che regala ascolti di tutto rispetto alla seconda rete Rai – in gorssa difficoltà a gestire invece la fascia pomeridiana – si cerca di bilanciare le sue posizioni ‘anti-berlusconiane’ schierando Maurizio Belpietro, direttore di Libero. Non solo, ma a tenere alta la bandiera del centrodestra è stato chiamato anche Gianluigi Paragone, che da gennaio prende il posto di Daria Bignardi nella seconda serata del venerdì.

Si confermano le migliori tradizioni del pluralismo, o meglio dell’obiettività giornalistica all’italiana.
Potrebbe andare in onda il lunedì o il mercoledì il nuovo approfondimento giornalistico dedicato alla politica firmato da Maurizio Belpietro. L’annuncio dello sbarco di Belpietro, direttore di Libero, su RaiDue, era stato dato a novembre da Marco Travaglio su Il Fatto Quotidiano, con l’ipotesi di un debutto già ai primi di dicembre. Nonostante i tentativi di ‘depistaggio’ dello stesso Bepietro, che per settimane ha ripetuto che in questa notizia non c’era molto di concreto, arriva ora la conferma ‘ufficiale’: Belpietro arriva su RaiDue a metà gennaio, anche se è ancora sconosciuto il nome e la collocazione del programma.

Di fronte agli ascolti record di Annozero, che ha vinto la serata di giovedì scorso con una puntata sui mandanti politico-mediatici dell’aggressione a Berlusconi, RaiDue non può certo permettersi il lusso di chiudere il programma di Michele Santoro. Ecco quindi il ‘bilanciamento’, che vede arruolato anche Gianluigi Paragone, in onda nella seconda serata del venerdì con 90 minuti che dall’8 gennaio prende il posto de L’Era Glaciale di Daria Bignardi.
Attendiamo dettagli sul nuovo programma.

Sab 26/12/2009 da Giorgia Iovane in

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Mimmo 26 dicembre 2009 22:15
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Belpietro e’ un grande!!!!!!!!!!!!

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Sara 27 dicembre 2009 19:03
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Vogliamo il controbilanciamento anche per i TG !!!! Non è accettabile che minzolini possa essere libero di mistificare i fatti in favore del suo padrone senza conseguenze!! Buttiamo giù la mafia di berlusconi e dell’utri dal parlamento!! berluska in galera subito !!!!

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Anonimo 27 dicembre 2009 22:20
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Dopo italia 1 ora su rai 2 con belpietro la prossima volta in parlamento come tutti i difensori di berlusconi. enrico

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Anonimo 28 dicembre 2009 20:31
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E’ antipatico da morire, lavora e parla solo a favore del suo padrone, direi che se scodinzolasse un pò non avrei dubbi.

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Marco 29 dicembre 2009 21:59
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Ormai siamo al regime. Ma a me non fa paura il regime che può essere comodamente ribaltato, ma i tanti e le tante persone che riescono a credere in questo soggetto abbastanza pericoloso. Questo è il problema. Evidentemente sono persone poco pulite e di pessima estrazione. Non c’è replica.

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Anonimo 19 gennaio 2010 18:29
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Riflessione del sig. Pierluigi da Agrigento (disoccupato ATA con famiglia a carico, “tagliato” dalla Gelmini) per il sig. Maurizio Belpietro.

Nel 2010 e nel 2011 il Governo Berlusconi e i giornalisti di destra diranno che solo poche decine di migliaia (41’000) di giovani lavoratori di ruolo del settore scuola saranno mobilitati verso altri enti pubblici; non diranno che saranno licenziati e che dovranno arrangiarsi per farsi assumere da altri enti pubblici, da enti privati o semi-privati e semi-statali; non diranno che, prima di tali giovani lavoratori di ruolo, resteranno senza lavoro anche 92’000 precari della scuola, sia giovani che non più giovani; questi ultimi non conteranno nemmeno come licenziati ma conteranno semplicemente come lavoratori con incarico scaduto e non rinnovato! Quindi, quelli del Ministero della Pubblica Istruzione, non dovranno fare nemmeno lo sforzo di licenziarci e di farci risultare come licenziati! Per contare come licenziati dovremmo prima essere di ruolo. Sia nel settore lavorativo pubblico che nel settore privato non è affatto vero che dopo un solo anno di precariato si passi tutti di ruolo, si venga tutti stabilizzati; in molti casi accade dopo 4, 5 o 6 anni di lavoro e in vari casi dopo 10-15 anni o mai; in vari casi si resta precari a vita; senza contare i vari casi in cui, dopo vari anni di precariato, si viene contrattualmente licenziati o non rinnovati e si resta disoccupati per vari mesi o per alcuni anni (soprattutto al sud Italia, dove ci sono poche alternative di lavoro).
I politici, sia di destra che di sinistra, quando parlano della situazione della nostra nazione, fanno bene a fare distinzione fra Italia, sud e isole maggiori, in quanto il sud e soprattutto le isole maggiori, dopo oltre 60 anni di pubblica amministrazione sotto la Repubblica Italiana, sono ancora ridotti come un “nord Africa”, economicamente poco sviluppati, poco organizzati e sempre ai margini di ogni interesse nazionale; i figliastri, l’ultima ruota del carro, le cenerentole dei diritti e delle opportunità; i serbatoi di scorta di voti per ogni elezione politica nazionale ed europea.
Il Governo Berlusconi, il ministro Tremonti, quando parlano di segnali di ripresa dalla crisi economico-finanziaria non considerano l’intera popolazione mondiale ma soltanto la popolazione dei lavoratori e dei datori di lavoro; inoltre, della popolazione lavoratrice, non considerano quella parte che lavora da precaria, ad intermittenza, con contratti stagionali o annuali, a part-time e che si trova sotto trattamento di ammortizzatori sociali a tempo determinato (disoccupazione ordinaria, disoccupazione a requisiti ridotti, varie forme di cassa integrazione, altri sussidi e indennità per motivi di salute o per altri vari motivi) ma considerano soltanto quella parte che sta lavorando a pieno ritmo, col posto fisso, da effettiva, con contratto a tempo indeterminato o di ruolo; ma anche per loro c’è qualcosa che non va, che non li rassicura, che non li rende tranquilli, che non gli è garantita: il forte rischio di essere mobilitati da una sede di lavoro ad un’altra sede di lavoro (che può trovarsi in un’altra città, in un’altra regione o addirittura all’estero) e di essere mobilitati da una certa mansione solitamente svolta ad un’altra mansione simile ma mai svolta; intanto, in attesa dell’attuazione della mobilitazione, restano in cassa integrazione per diversi mesi.
Bisogna fare capire una volta per tutte, alla maggior parte degli italiani, che la crisi economica ha poco a che fare con la crisi occupazionale; sono due fenomeni distinti, che possono verificarsi insieme o anche separatamente.
Quando si parla di economia ci si può permettere di parlarne sotto due aspetti: 1) considerando tutta la popolazione mondiale; 2) considerando soltanto la popolazione lavoratrice (datori di lavoro, lavoratori dipendenti e lavoratori autonomi).
Se le imprese riducono la quantità della loro produzione, dei loro pezzi prodotti, e se riducono la quantità dei loro dipendenti, riescono ancora meglio a vendere tutto quel poco che producono, riescono a far lavorare meglio e a pagare meglio quei pochi dipendenti che hanno; riescono a ridurre le spese di produzione, a ridurre le spese di mantenimento degli impiegati (salario, contributi previdenziali e assistenziali, assicurazione etc.), la quantità di materie prime lavorabili da acquistare e le spese di mantenimento in attività del capitale strumentale d’impresa; nelle lavorazioni dove la mano d’opera artigiana è meno richiesta, la continua riduzione degli impiegati nelle imprese industriali, artigianali e commerciali (operai, ausiliari, tecnici, capi reparto, operatori di ufficio amministrativo etc.), viene compensata col progressivo aumento dei robot, dei computer, dei vari macchinari elettronici a tecnologia avanzata, che sveltiscono e perfezionano gran parte delle lavorazioni.
Le imprese riescono a vendere tutto quel poco che producono a tutti quei pochi lavoratori benestanti che sono rimasti nel ciclo produttivo e a tutte quelle poche persone ricche e molto benestanti, per il lavoro che fanno e/o per discendenza, che per campare possono anche fare a meno di lavorare o limitarsi a fare qualche piccolo lavoretto saltuariamente; quindi, con tale sistema, le imprese e soprattutto i loro imprenditori, riescono a guadagnarci di più e a spenderci di meno.
L’economia è una brutta bestia cinica; sotto un certo aspetto, nel valutare la sua ripresa, la sua prosperità, ci si può permettere di non tenere conto di tutta quella parte della popolazione mondiale che vive nei paesi sottosviluppati, che vive di stenti (lavorando pesantemente, senza l’ausilio di strumenti della moderna tecnologia) che è disoccupata, che è povera, che muore di fame, di malattie, di carenti condizioni igieniche etc.
Secondo le regole e le necessità dell’economia capitalista e dell’economia statalista, i licenziamenti di tanti dipendenti, sia nel pubblico impiego che nel settore privato, non sono affatto un problema di cui dover tenere conto obbligatoriamente; infatti i dati statistici della popolazione povera e disoccupata vengono considerati sempre parallelamente e separatamente dai dati statistici sull’andamento, sullo stato dell’economia, delle finanze capitaliste e statali; non vengono considerati mai come un tutt’uno, come una cosa integra, che le comprende, di cui fanno parte; inoltre non esiste alcuna legge che obblighi i governi statali o i capitalisti a fare beneficenza o a dare lavoro nelle aree depresse, alle genti dei paesi del terzo mondo.
Il Governo Berlusconi ha ragione nel dire che presto usciremo dalla crisi economica, perché considera soltanto l’uscita, la ripresa delle imprese (soprattutto le grandi e le medie imprese), dei padroni e dei loro dipendenti che rimarranno a lavorarci; giustamente non tiene conto del fatto che per ogni futuro anno aumenteranno i disoccupati, i licenziati ex posto fisso e i precari con contratto scaduto non rinnovato, i precari con contratti sempre più brevi, quelli che non avranno più un lavoro, che si vanno ad aggiungere ai già tanti che non l’anno mai avuto (soprattutto se parliamo di lavoro in regola, non in nero); fra i disoccupati aumenteranno sempre più quelli che hanno esaurito l’assistenza sociale, gli ammortizzatori sociali a tempo determinato, rispetto agli ultimi che hanno cominciato ad usufruirne; tutto ciò, per le leggi dell’economia capitalista-statalista è e sarà sempre un piccolo dettaglio di cui si può anche non tenere conto.
Una piccola parte dell’umanità, creando il capitalismo industriale-commerciale e istituendo leggi antidemocratiche e antipopolari, ha inguaiato l’umanità intera mettendo illegittimamente nelle mani di poche persone (sfruttatrici, serviliste, avide di denaro e di potere politico-amministrativo) la stragrande maggioranza degli spazi, dei mezzi, degli strumenti di produzione e delle materie prime lavorabili. Un giorno arriveremo al punto che il “proletariato” non possederà nemmeno le mutande che avrà indosso e tutti i beni demaniali saranno in mano a pochi privati straricchi.
Nell’anno 2000 soltanto l’1 % (60 milioni di persone) della popolazione mondiale (6 miliardi di persone) è costituito da gente economicamente ricca; il 49 % (2 miliardi e 950 milioni di persone) è costituito da gente economicamente benestante e il 50 % (3 miliardi di persone) è costituito da gente economicamente povera. Con questo andazzo dell’economia capitalista, si prevede che nel 2050 i ricchi rimangano l’1 % e che diventino ancora più ricchi (di denaro in depositi bancari, di sedi di attività produttive, di proprietà mobiliari e immobiliari); si prevede che i benestanti si riducano al 45 % e i poveri aumentino al 54 %.
Per le vecchie e per le nuove attività imprenditoriali le spese da affrontare, anche se questo Governo le ha un po’ridotte, sono diverse: spese di adeguamento degli impianti e dei macchinari secondo le norme c.e.i.-c.t.i. e secondo le leggi sulle protezioni antinfortunistiche e sulla sicurezza sul lavoro, tasse sui profitti, sul valore aggiunto (Iva), tasse sull’attivazione e sul mantenimento dell’esercizio professionale (Irap), spese d’ingaggio, pagamento del salario, versamento dei contributi previdenziali e assistenziali (Inps e Inail per il titolare e per i dipendenti, assicurazione contro infortuni e malattie professionali, attacchi e bollette di luce, acqua, telefono e gas, ICI oppure affitto per l’immobile sede di lavoro, spazzatura, insegna pubblicitaria del marchio etc.
Purtroppo, in questi ultimi anni, anche la situazione finanziaria del Ministero dei Beni Culturali e Ambientali non è buona; scarseggiano i fondi per la tutela, per la salvaguardia e la gestione dei beni culturali; scarseggiano i fondi per fare altri concorsi e nuove assunzioni di personale nei suoi vari settori funzionali, di impiego (musei, gallerie d’arte, archivi, monumenti, biblioteche, parchi archeologici, aree di pregio ambientale-naturalistico, uffici amministrativi delle Soprintendenze, laboratori tecnici vari etc.); lo Stato Italiano ha pochi soldi da destinare ai Beni Culturali, sia perché la sua economia è in crisi, sia perché il Governo Berlusconi ha voluto ridurre i già esigui fondi di finanziamento; qualcosa di simile sta avvenendo anche in Francia, col Governo Sarkozy: musei, gallerie, archivi, monumenti etc., sia statali che regionali o comunali, a rischio di chiusura decennale o ventennale e a rischio di vendita a privati; i vari enti pubblici che possiedono dei beni culturali di una certa entità, avendo sempre meno fondi per gestirli, preferiscono sbarazzarsene; sono costretti a farlo.
Al Cavaliere interessa di più finanziare le banche, le compagnie assicurative, l’esercito militare, le vecchie e le nuove grandi imprese industriali e commerciali, i nuovi alberghi e i nuovi villaggi turistici (vedi Roccoforte), le compagnie aeree (vedi Alitalia), le compagnie navali e dei treni, le grandi opere pubbliche infrastrutturali (vedi il ponte sullo Stretto di Messina, il Mose della Laguna di Venezia, le ferrovie ad alta velocità, i tunnel autostradali alpini) etc.; intanto, periodicamente, il Ministero dei Beni Culturali va facendo raccolte pubbliche di denari, va quasi chiedendo l’elemosina, ai suoi dipendenti e ai cittadini di tutta Italia, per incrementare i propri fondi finanziari! Con la crisi economica che c’è e con l’orientamento politico-finanziario in atto, si corre il rischio che, entro pochi altri anni, allo Stato italiano e alle regioni convenga addirittura sbarazzarsi della gestione di gran parte dei propri beni culturali vendendoli a privati dotati, possibilmente, di imprese che operano nel settore.

Distinti saluti.

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