Rai: Masi minaccia i programmi non conformi e zittisce il pubblico dei talk

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    Il dg Rai Mauro Masi

    Con una circolare dello scorso 24 agosto, il Dg della Rai, Mauro Masi, ha informato i direttori di rete che le trasmissioni tv che non hanno correttamente fornito informazioni sul proprio contenuto editoriale, a mezzo di schede appositamente realizzate, potrebbero essere chiuse d’ufficio: a parlarne è Articolo 21, venuto in possesso di una copia di questa circolare. Un nuovo ‘attacco’ ai programmi scomodi dopo il divieto imposto ai talk politici di far applaudire il pubblico in studio?

    Il punto centrale della circolare firmata da Mauro Masi e indirizzata ai direttori di rete e di testata e per conoscenza ai quattro vicedirettori generali della Rai – Gianfranco Comanducci, Lorenza Lei, Giancarlo Leone e Antonio Marano – è la minaccia di chiusura per i programmi che non abbiano provveduto a compilare correttamente le schede informative che raccolgono i dati editoriali o che risultino, una volta in onda, difformi a quanto dichiarato in esse.

    In questa nota si invitano i direttori ”a predisporre le schede in questione complete dei dati e delle informazioni necessarie, con l’obiettivo di evitare che l’incompletezza e l’assenza delle informazioni richieste possa comportare la mancata approvazione delle medesime. E’ inutile sottolineare che le schede devono essere puntualmente ed integralmente coerenti con i palinsesti approvati (peraltro all’unanimità) dal consiglio di amministrazione” scrive Masi che aggiunge che “la realizzazione concreta dei programmi dovrà poi essere integralmente corrispondente alle schede approvate. In caso contrario il programma potrà essere sospeso d’ufficio“.

    Un’iniziativa giudicata pericolosa anche dai consiglieri di minoranza del CdA Rai, che peraltro denunciano l”editto feudale’ con cui Masi ha di fatto vietato al pubblico presente negli studi dei talk di approfondimento di applaudire, al fine di garantire la massima imparzialità. A questo punto meglio toglierlo proprio, no? Ma in Italia non esiste la libertà d’espressione?