Rai, il Governo taglia i compensi di dirigenti e collaboratori

Rai, il Governo taglia i compensi di dirigenti e collaboratori

Il consiglio dei Ministri ha approvato la decurtazione degli stipendi dei dirigenti Rai (tra il 5% e il 10%) e dei collaboratori esterni (almeno del 20%)

    Giro di vite sui compensi dei dirigenti Rai e dei collaboratori: il Consiglio dei Ministri ha approvato l’emendamento al Testo Unico dei servizi media radio-televisivi (provvedimento 177/2005) presentato da Roberto Calderoli e Umberto Bossi, col quale il Governo sanciste un taglio del 5% sui compensi compresi tra i 90.000 e i 150.000 euro e del 10% sui compensi superiori ai 150.000 euro. Tutto questo all’indomani dell’approvazione da parte della Commissione di Vigilanza Rai della pubblicazione dei guadagni dei conduttori Rai e degli ospiti/opinionisti dei programmi di Viale Mazzini. Una mossa, quest’ultima, giudicata da Aldo Grasso – critico tv del Corriere – populista e demagogica.

    Partiamo dall’ultima news di casa Rai: il Consiglio dei Ministri ha deciso un taglio dei compensi dei dirigenti Rai e di quanti, pur non dipendendo da Viale Mazzini, vi prestano servizio. Se per i dirigenti le cifre e le percentuali sono quelle presentate prima del salto, per i lavoratori non dipendenti che prestano servizio in Rai gli stipendi saranno decurtati almeno del 20% (fino al 31 dicembre 2013) rispetto alla media dei bilanci del triennio 2007-2008-2009.
    Il Governo ha quindi detto sì alla’emendamento al Testo Unico dei servizi media radio-televisivi proposto dal ministro per la Semplificazione Normativa, Roberto Calderoli, e firmato anche da Umberto Bossi.

    L’emendamento giunge all’indomani del via libera da parte della Commissione di Vigilanza Rai alla pubblicazione dei guadagni dei conduttori Rai nei titoli di coda dei programmi: una decisione che abbiamo già commentato ieri (brevemente ricordiamo che sarabbe utile capire quanto guadagna il programma, oltre che segnalare quanto costa il conduttore o l’ospite di turno) e contro la quale tuona a gran voce il critico tv del Corriere della Sera, Aldo Grasso.
    Una mossa dir poco populista, la definisce Grasso, che finisce per nascondere dietro al simulacro della ‘trasparenza’ il vero problema, ovvero la linea editoriale della Rai: “Il problema di fondo è la linea editoriale della Rai, non i compensi – scrive Grasso - È il tipo di programma che va in onda, non i gettoni di presenza.

    Il denaro non produce idee. Sono le idee che producono denaro. Invece di intervenire su questioni di fondo, si scelgono soluzioni palliative“, con conseguenze immaginabili, e che nulla portano in termini di trasparenza, giudizio e valutazione delle spese della Rai.

    Succederà ora che la gente non guarderà più la trasmissione ma solo i titoli di coda con lo spirito di chi spia dal buco della serratura – continua Grasso nel suo editoriale – Quanto guadagna Caterina Balivo? Quanto prendono Sonia Grey e Alessandro Di Pietro? Quanto intascano Roberto Giacobbo e Massimo Giletti? E Fabrizio Frizzi? E Lamberto Sposini? E succederà anche che molti professionisti sceglieranno di lavorare solo per Mediaset, dove almeno la privacy sui compensi è garantita. La scelta della Commissione di vigilanza, un organismo che in un Paese sano non dovrebbe neanche esistere, è pura demagogia: populismo d’accatto, inettitudine politica, rigurgito di democrazia. [...] Per giustificare la sua presenza, la politica pretende la virtù. Degli altri“. Ci limitiamo a sottoscrivere.

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