Nicola Porro, conduttore di Virus: ‘Il talk show politico? Non è in crisi’ [INTERVISTA]

Nicola Porro, conduttore di Virus: ‘Il talk show politico? Non è in crisi’ [INTERVISTA]

Intervista a Nicola Porro, conduttore di Virus - Il contagio delle idee, il talk show politico di Rai Due in onda il giovedì sera

    ‘Virus – Il contagio delle idee’ riparte questa sera, giovedì 15 gennaio 2015, alle 23.05 su Rai 2. Conduttore del talk show sempre Nicola Porro, al timone del programma sin dal suo debutto (la prima puntata risale al 3 luglio 2013), con il quale abbiamo fatto una lunga chiacchierata in cui abbiamo affrontato diversi argomenti: dalla politica in televisione all’importanza del web, dal rapporto con Twitter a quello con Luca Telese (suo ex compagno di avventura a ‘In Onda’ ai tempi di La7), dal ruolo di vicedirettore de Il Giornale al suo amore per la campagna. Cosa ci ha rivelato? Le risposte a tutte queste domande – e non solo – nell’intervista integrale subito dopo il salto.

    Questa sera, giovedì 15 gennaio, riparte Virus: introdurrete alcune novità?

    Gli ingredienti, almeno fino alla fine di questa edizione, saranno sempre gli stessi: due ospiti che dialogano, ma non litigano, la Social room per il rafforzamento dei nostri rapporti con la rete e il fact-checking, che siamo stati i primi a introdurre. Fino a maggio non cambieremo nulla, abbiamo già cambiato molto dall’inizio del programma (luglio 2013, ndr) ad oggi.

    ‘Virus – Il contagio delle idee’ ritorna, ma in seconda serata: perché questo cambio di programmazione?

    Le prime due puntate di giovedì 15 e giovedì 22 gennaio inizieranno dopo perché inizia la Coppa Italia e andremo in onda alla fine delle partite, però soltanto per queste due puntate: il 29 dovremmo già ritornare in onda come al solito. Sarà un Virus un po’ più corto perché durerà un pochino meno, però il principio non cambia.

    Il programma alla seconda stagione: dopo l’esordio non senza polemiche, avete guadagnato terreno; può tracciare un bilancio?

    In realtà, questa è la terza edizione perché Virus è nato a luglio 2013 con una prima edizione estiva, che era una prova e non era assolutamente detto che ne confermassero una seconda. Secondo me, quello che conta sono le teste, non lo share: sono partito da 800.000 teste e sono arrivato a 1.200.000 nell’ultima edizione, quindi 400.000 teste in più, e l’unico dato che conta, il pubblico di Virus, è molto più giovane rispetto a quello di tutti gli altri talk show: utilizziamo un linguaggio che cerca di essere un filo più normale, non aderente alla realtà, ma un filo più normale; parliamo come parlano le persone normali. Rispetto all’esordio siamo andati un po’ meglio e soprattutto siamo andati un po’ meglio quando tutti stanno peggiorando, ma quello che mi interessa di più è riuscire a ringiovanire il pubblico attraverso un tipo di linguaggio diverso, quello è il mio obiettivo. Il bilancio è positivo, ma c’è un conduttore che fa un bilancio negativo del suo programma? Ognuno di noi pensa sempre di essere un fenomeno. C’è ancora molto da fare, ma, se me lo lasciano fare, miglioreremo ancora.

    Qual è lo stato di salute del talk show politico? E’ un genere usurato?

    Non più di quanto sia in crisi la politica in generale: il talk show politico si occupa di politica, se la politica è in crisi, anche il talk show lo è, perché è specchio della politica. Negli anni passati c’è stata una bolla speculativa sui talk show: tutti, dal tassista alla mamma, erano appassionati di politica perché la politica era incarnata da un personaggio straordinario, nel bene e nel male, che si chiama Silvio Berlusconi; quando la politica ritorna nel suo alveo naturale e Silvio Berlusconi non c’è – di fatto – più, allora questa bolla speculativa, come quelle che ci sono in borsa, si sgonfia, e tutti i talk show riprendono a fare quello che hanno sempre fatto, cioè si occupano di politica. Chi pensava di costruire tutto un palinsesto sulla politica, forse non ha azzeccato il momento giusto: è come chi si quota in borsa quando il mercato si sta spegnendo.

    Virus è molto forte su Twitter, spesso siete in TT: come siete arrivati a questo punto e quanto peso hanno oggi i social network sia in termini di ascolto sia in termini di fidelizzazione del telespettatore?

    Non si può mettere in relazione l’ascolto, l’audience, con il numero dei tweet: ci possono essere trasmissioni fortissime su Twitter che, però, non fanno ascolti eccezionali e il contrario, quindi non c’è una relazione, nonostante qualcuno continui a dire che c’è. Vorrei sottolineare un altro aspetto. Non si capisce che la rete è una cosa ancillare alla cosa vera: ci devi lavori, la devi alimentare, far vedere la foto della redazione, chiedere il consiglio, creare una community, twittare sulla preparazione della puntata; è un’attività fondamentale, la rete è fondamentale perché ti permette di raccogliere non solo pubblico diverso, ma informazioni diverse.

    C’è un po’ di snobismo nei confronti del web?

    Ovvio. Il fenomeno del web è come il fenomeno delle radio libere: quando se ne accorgeranno sarà troppo tardi.

    La rete è fondamentale e vorrei insistere su due elementi: primo, Virus nasce dal concetto di viralità ed è così che ci siamo inventati il titolo (‘Virus – Il contagio delle idee’, ndr) quando ancora non si parlava molto di viralità nei programmi televisivi; secondo, ‘il contagio delle idee’: se ce la raccontiamo fra di noi, non contagiamo nulla.

    Cosa pensa della TV ‘urlata’?

    Sono un liberale, per cui chiunque abbia il suo pubblico lo rispetto. Se c’è un pubblico che vuole sentire la televisione urlata, non ascolterà certamente me, ma non ho nessun giudizio negativo su chi la fa; io non la faccio, ma non la considero una cosa di per sé sbagliata.

    A Virus ha portato Vittorio Sgarbi: una mossa vincente o temeva liti in diretta TV?

    Lo utilizzo da solo e per commentare quadri, per la cosa, cioè, che, secondo me, sa fare meglio e lo fa in maniera divulgativa, affascinante e colta. Siccome siamo soltanto io e lui, può litigare soltanto con me e, quando lo fa, mi prendo gli insulti perché valgono il prezzo di avere Vittorio Sgarbi in trasmissione.

    Lei è anche vicedirettore de Il Giornale: come concilia le due attività e quali sono le censure – se ci sono – che si impone?

    In primis, ho lasciato l’operatività del giornale, adesso il mio ruolo è molto più limitato rispetto a quanto potesse essere in passato: sostanzialmente sono un vicedirettore opinionista. Seconda cosa, penso che le interferenze nella vita di ognuno siano migliaia: io stesso, prima che giornalista, sono un produttore agricolo e quindi potrei averle tutti i giorni. L’interferenza sta nella capacità del giornalista nel non farsi coinvolgere nelle cose e poi, in futuro, proprio perché il nostro mondo sta scomparendo, quello che conterà saranno le nostre professionalità, non tanto il giornale, ma la capacità che avranno certi giornalisti di avere un seguito ed essere credibili, quindi avere un network, una capacità di influenza sui blog, una visibilità in televisione e la capacità di scrivere sui giornali; saremo sempre più multimediali. Il vero tema, che non è stato ancora risolto, è capire come retribuire giornalisti e autori: sarà questa la grande sfida del futuro.

    Ha detto che è anche un produttore agricolo. Fra trent’anni si vede in campagna o su Twitter?

    Ho un’azienda agricola di famiglia e probabilmente tornerò a zappare la terra molto prima! Pensi che quando mi insultano e mi dicono ‘braccia tolte all’agricoltura’ rispondo ‘grazie mille’.

    E’ un giornalista con un’idea politica ben precisa, sì, ma sicuramente senza peli sulla lingua: Le ha creato qualche problema o, alla lunga, essere diretti paga?

    Non lo so, io mi sono sempre sentito di destra, ma, a un certo punto, i fascisti mi accusavano di essere comunista, poi quelli di sinistra mi dicevano ‘sei di destra’; la verita è che non me ne frega nulla: sono un liberale e libertario. E’ di destra per me liberalizzare le droghe, ma se lo dice la destra si arrabbiano, però è di destra essere liberisti in economia e se lo dice un socialista si arrabbia, c’è poco da fare. Non ho peli sulla lingua, dove vai con l’ipocrisia?!

    Con Luca Telese formavate una coppia affiatata: sperate di tornare a lavorare insieme?

    Non credo. Mi sento sempre con Luca e, quando andò a Canale 5, ci fu una polemica pazzesca; quando mi hanno cacciato da La7 dissero che i nostri risultati avrebbero fatto la metà di quello che facevamo lì, però non è questo il punto. Il vero motivo per il quale con Luca non ci ritroveremo, sa qual è? E’ che lui conduce un programma da solo a Mediaset, io conduco un programma da solo sulla Rai, su due reti importanti: secondo me, se ci mettessero insieme faremmo le primedonne isteriche, litigheremmo dopo un secondo, mentre prima eravamo due avventurieri. Scherzi a parte, il periodo a In Onda a La7 con Luca è stato un periodo divertentissimo, eravamo due scanzonati che la pensavano in maniera completamente diversa, senza nessun vincolo. E’ stato molto divertente.

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