Mike Bongiorno, il perché di un successo

Mentre si celebrano nel Duomo di Milano i solenni funerali di Stato di Mike Bongiorno, noi vogliamo ricordarlo riproponendovi un'intervista dell'autunno 2008 rilasciata ad Alain Elkann per La7: una perfetta sintesi del suo stile tv, quello che l'ha 'trasformato' nel Padre della Tv Italiana

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    Mike Bongiorno laureato Honoris Causa

    Mentre si celebrano nel Duomo di Milano i solenni funerali di Stato di Mike Bongiorno, noi vogliamo ricordarlo riproponendovi un’intervista dell’autunno 2008 rilasciata ad Alain Elkann per La7, replicata di recente. Non è solo il racconto della sua vita e della sua carriera dalla sua stessa voce, ma anche una perfetta sintesi del suo stile tv, quello che l’ha ‘trasformato’ nel Padre della Tv Italiana. Di seguito il video.

    Dopo l’affondo, sì lucido ma in fondo anche un po’ ingeneroso di Cesare Lanza, pubblicato ieri su Il Giornale, vorremmo lasciare a Mike Bongiorno, di cui si stanno celebrando le esequie di Stato proprio in questi minuti (in diretta tv su Tg4 e SkyTg 24), una forma di ‘difesa’, riproponendo L’Intervista rilasciata ad Alain Elkann lo scorso anno, in occasione dell’uscita della sua autobiografia.

    Quello che ci ha colpito nel rivederla è stato proprio lo stile del parlato, tanto criticato da Umberto Eco nella sua Fenomenologia di Mike Bongiorno che porta, badate bene, la data del 1961: un ‘Diario Minimo’ che affrontava Mike come simbolo di un mezzo di massa che stava necessariamente cambiando, per il quale il modello teatrale e radiofonico non bastava più e stava adeguandosi a una società pronta a trasformarsi radicalmente.

    Scriveva Eco (qui l’articolo integrale): “Mike Bongiorno parla un basic italian. Il suo discorso realizza il massimo di semplicità. Abolisce i congiuntivi, le proposizioni subordinate, riesce quasi a tendere invisibile la dimensione sintassi. Evita i pronomi, ripetendo sem­pre per esteso il soggetto, impiega un numero stragrande di punti fermi. Non si avventura mai in incisi o parentesi, non usa espressioni ellittiche, non allude, utilizza solo metafore ormai assorbite dal lessico comune. Il suo linguaggio è ri­gorosamente referenziale e farebbe la gioia di un neo-posi­tivista. Non è necessario fare alcuno sforzo per capirlo. Qualsiasi spettatore avverte che, all’occasione, egli potreb­be essere più facondo di lui“.

    Innegabile, senza dubbio: rispetto alla retorica fascista, allo stile aulico che aveva dominato in Italia per tutto il Ventennio, che era rimbalzato in radio e in teatro (avanspettacolo e rivista a parte) per almeno trent’anni, il suo era davvero un basic italian, un ‘italiano dell’uso medio’ (varietà riconosciuta dei linguisti, non una diminutio pseudo-intellettualistica) che ha permesso agli italiani divisi ancora dai dialetti di avvicinarsi per la prima volta, davvero, a quna lingua ‘estranea’, imposta, istituzionale, ma non vissuta.

    E come suona aulico adesso il suo ‘basic italian’, ora che a tener banco sono le sconnesse espressioni del ‘vero’ uomo comune, che ha dimenticato le basi della propria lingua (portando addirittura le università a fare corsi di recupero per le matricole, ma questo è un altro discorso).

    Peccato che proprio Mike sia visto come l’artefice di questa débâcle linguistica: un giudizio senza dubbio ingeneroso, che fa ricadere sulle sue spalle le colpe di una tv (e di una società) cresciuta forse troppo in fretta e senza regole.

    Ma al di là di questo, quello che ci ha colpito (come dicevamo in apertura) è il suo continuo riferimento al telespettatore nei suoi racconti: usa sempre il voi, parla sempre al pubblico, lo coinvolge nelle sue storie ‘evocandolo’ con continui “pensate, amici ascoltatori“, “voi non eravate ancora nati“, e con uno stile che parte sempre dal presupposto di dover spiegare a chi ascolta di cosa si sta parlando, senza dare nulla per scontato. Un difetto? Per noi un pregio, che affonda le sue radici nella tradizione della narrativa orale, quando la conoscenza passava per il racconto e per l’ascolto.

    L’abbiamo sentito parlare per tanti anni eppure non avevamo mai fatto tanta attenzione a questa funzione ‘fàtica’ del discorso di Mike: un modo per avvicinarsi all’uditorio, per mettersi alla pari ed eliminare quella distanza, schiacciante, sperimentata dagli italiani durante la dittatura e poi durante la guerra.

    E quel suo “Allegria!“. “Vorrei chiedergli ciò che non ho mai avuto il coraggio di domandargli in vita… Ma di che? Ma perchè?” si è chiesto ieri Lanza? Beh, dopo una guerra sanguinosa, nel difficile periodo della riscostruzione, quando la gioia di essere vivi non bastava a guardare con fiducia al futuro, forse un appello all”Allegria’, per quanto fatua e superficiale, ci stava anche bene. No?

    Vi lasciamo all’intervista: abbiamo parlato anche troppo.