Michael Jackson Memorial, i video

Indegno lo spettacolo offerto dalla famiglia Jackson per il Memorial dedicato a Michael Jackson: uno spettacolo che non aveva niente a che fare con il ricordo del cantante,peraltro maltrattato dallo speciale Studio Aperto

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    Si è consumato ieri sera (per noi italiani) il Micheal Jackson Memorial organizzato dalla famiglia allo Staples Center di Los Angeles dove, inattesa, è giunta la bara d’oro con le spoglie mortali del Re del Pop, o meglio di colui che è stato definito durante la cerimonia il più grande showman di tutti i tempi. In alto la figlia Paris, per la prima volta senza maschera, saluta il padre, circondata dai suoi zii.

    Proprio l’immagine di Paris, la figlia dodicenne di Michael Jackson, che con la voce rotta dal pianto saluta il padre (la cui bara giace davanti al palco sommersa da rose rosse) può essere considerata la sequenza simbolo dello show (spesso di cattivo gusto, almeno per noi europei) andato in onda in tutto il mondo dallo Staples Center di Los Angeles. 11.000 ‘fortunati’, stipati nel palazzetto gestito dalla AEG, e più di un miliardo di persone incollate davanti al video per tutte le tre ore di commemorazione hanno visto Paris far fatica a parlare nel microfono (come amorevolmente consigliato dalla zia Janet) per rivolgere al padre poche parole, ma probabilmente le più sincere tra tutte quelle spese per ricordare il Re del Pop Michael Jackson. Il tutto mentre i fratelli e le sorelle di Jacko le stavano intorno, dando l’impressione di forzarla a fare qualcosa che non ‘meritava’ né le telecamere né il clamore dettato dal mega-evento costruito per l’ultimo saluto pubblico a Michael. Sembrava di assistere alla sintesi della vita del cantante, soffocato da una famiglia ingombrante che ha fatto di tutto per mettere la sua firma sulla sua esistenza e sullo show dedicato alla sua morte.

    Ma andiamo con ordine: il tutto si è aperto con l’arrivo, a sorpresa, del feretro di Jacko, deposto in una bara dorata ormai chiusa (del valore di 25.000 euro come subito hano fatto notare i media) e accompagnato dai fratelli.

    Non l’hanno portata a spalla, come uso da noi, ma spinta su un carrello che è stato posizionato ai piedi del palco su cui si sono alternati i colleghi (da Mariah Carey a Lionel Ritchie, da Stevie Wonder al 12enne finalista di America’s Got Talent, messo lì quasi a voler ricevere l’eredità dell’11enne Michael, star dei Jackson Five) e gli amici di vecchia data che l’hanno ricordato con brevi discorsi. Tra loro il fondatore della Motown e Brooke Shields, sua vecchia amica e per un certo periodo sua ‘fidanzatina’: proprio a lei si debbono le parole più sentite e commosse di tutta la serata (fatta eccezione per Paris, s’intende) che ha ricordato la cristallina e pura risata di Michael e la sua immensa voglia di giocare. “Più che il Re del Pop per me resta un Piccolo Principe” ha detto e mai definizione è stata più adatta. La rivediamo in basso.

    Tutta la scaletta, blindata ai media, è stata studiata in una sorta di filo logico che ha legato tra loro interventi musicali, ospiti e discorsi, conditi da immagini che scorrevano sul grande schermo che ha fatto da scenografia al palco, circondato di fiori e di corone listate a lutto. Così la Shields ricorda la canzone preferita di Michael (Smile, tratta dalla colonna sonora di tempi moderni) e subito dopo compare il fratello Germaine a cantarla, in una sorta di racconto che scivola via senza intoppi, perfettamente sincronizzato come se il tutto fosse provato da tempo.

    Ma la sensazione che traspare dalle riprese della CNN (che ha fatto degli avvistamenti del fantasma di Jackson uno dei suoi cavalli di battaglia in questi giorni) rimbalzate in tutto il mondo, dalle parole della maggior parte degli interventi e dalle esibizioni è un certo distacco: le telecamere non staccano mai sul pubblico, che fa solo da cornice, ma si concentrano sulla famiglia, compatta in prima fila, che ha pensato bene di presentarsi con una delle sue solite ‘maschere’. Tutti i maschi della famiglia (a eccezione del pade) indossano una specie di divisa, ovvero abito nero con cravatta gialla, rosa rossa nel taschino, grandi occhiali da sole ostentati per tutta la cerimonia e il guanto bianco diamantato che fu il simbolo di Jacko. Una vera appropriazione della memoria del fratello/icona, che emerge in tutta la costruzione dello ‘spettacolo’. Domina la musica black and soul, regna la cultura afro-americana, da cui Jackson era pur partito all’epoca dei Jackson Five (ad appena 10 anni), ma da cui aveva poi cercato di prendere le distanze, inaugurando una sua forma musicale. Afro-americani i cantanti (con qualche rara eccezione), afroamericani i testimonial (anche qui con pochissime licenze), ma di Michael sembra non esserci davvero nulla. Non si sente mai la sua voce, se non in qualche brevissimo spezzone che serve a introdurre gli ospiti, e anche alla fine, quando ci si aspettava che lo Staples Center venisse inondato per l’ultima volta dalla sua voce, parte la base di Man in The Mirror, ma la voce non c’è: resta un occhio di bue isolato ad illuminare un microfono senza anima, mentre la gente inizia a lasciare il palazzetto, disorientato. Tocca poi a un rappresentante della famiglia occupare quel posto per invitare astanti e pubblico a casa a prendere per mano il proprio vicino e rivolgere una preghiera collettiva per Michael.

    Tutto questo dopo i ringraziamenti della famiglia, da cui è stato estrapolato il messaggio di Paris, ma che rivediamo integrale in basso.

    Le parti conclusive hanno visto la famiglia sempre più protagonista: prima dei saluti finali e della preghiera, tutta la famiglia e gli ospiti giunti a ricordarlo sono saliti sul palco per intonare We Are the World e Heal the World, con tanto di bambini a far da coreografia.

    L’impressione finale è che di Michael Jackson ci fosse pochissimo in questa commemorazione e non è un caso che fossero assenti proprio le sue amiche più care, Liz Taylor e Diana Ross. Tutto è parso dominato dalla volontà della famiglia, nel momento della sua morte così come successo nella sua vita. Quanto c’era di Michael Jackson, del suo vero carattere, delle sue volontà nella sua commemorazione e quanto invece della famiglia in questa non stop di tre ore che è parsa soprattutto voler celebrare la famiglia Jackson, che con la morte di Michael ha perso il suo cardine, come ammette alla fine uno dei suoi fratelli.

    Alla fine la ‘maschera’ che ha avvolto la vita pubblica di Jacko ha invaso anche il tributo funebre: tutto molto, troppo studiato. Il simbolo di quanto realtà e finzione si siano fuse in questo spettacolo può essere incarnato dall’esibizione di Usher, l’unico che sembra rompere il copione avvicinandosi alla bara di Michael ma che sembra perfettamente consapevole dell’effetto mediatico di ogni suo minimo gesto. Lo rivediamo in basso.

    Insomma, quel ‘carrozzone’ mediatico che ha avvolto la vita di Jacko ha trionfato anche nel giorno dei suoi funerali, come ha ben notato Linus durante lo Speciale Studio Aperto trasmesso da Italia1, sul quale ci sarebbe moltissimo da dire, ma che cerchiamo di sintetizzare con una parola: inguardabile. Nonostante gli sforzi degli ospiti, la conduzione di Giorgio Mulé è stata imbarazzante: ha puntualmente interrotto i momenti più significativi, giustificandosi con il fatto di essere costretto ad andare a braccio in assenza di una scaletta e non ha mai fatto terminare un discorso ai suoi ospiti. Senza parlare dello studio (un antro nero con qualche sagoma a grandezza naturale di Jacko) e della regia, che ha lasciato spesso e volentieri i microfoni aperti e staccato sugli ospiti senza un criterio. Linus e Kay Rush hanno cercato di fare di tutto per alzare il livello del commento, così come Tarek Ben Ammar, finanziere ed ex manager del cantante, che ha fatto ben capire che la morte del cantante può essere dipesa dalla dipendenza dalla morfina, o meglio dal Demerol (peccato che i suoi aneddoti siano sempre stati interrotti dall’abile conduttore), mentre David Zard, in collegamento da Roma, ha chiesto vendetta gli accusatori di Jacko che hanno ritirato le accuse di pedofilia proprio qualche giorno fa. Il ragazzino che trascinò anni fa in tribunale il cantante ha detto di essere stato costretto dal padre a raccontare menzogne sul conto di Jackson: “Mi auguro che la giustizia americana li persegua per falsa testimonianza” è stato l’appello lanciato da Zard per tutta la sua permanenza nel programma, che ha lasciato più o meno a metà.

    Che dire: tra quanto visto allo Staples Center e quanto trasmesso malamente da Italia1 ci viene solo un commento sul memorial, indegno. Noi preferiamo ricordarlo con i suoi video, che potete rivedere qui.