Lucio Wilson a Televisionando: ”Il Dopofestival? Un grande gioco da incoscienti” [INTERVISTA]

Lucio Wilson a Televisionando: ”Il Dopofestival? Un grande gioco da incoscienti” [INTERVISTA]
    Lucio Wilson a Televisionando: ”Il Dopofestival? Un grande gioco da incoscienti” [INTERVISTA]

    Televisionando intervista Lucio Wilson, autore televisivo e produttore. Professionista di lungo corso, insieme a Giovanni Benincasa, Giorgio Cappozzo ed Emanuele Giovannini, ha firmato il Dopofestival 2016, condotto da Nicola Savino e dalla Gialappa’s Band. Durante il nostro incontro, Wilson ci ha regalato uno sguardo interessante sulla televisione di oggi, su cosa significa fare la TV, scriverla, inventarla, raccontarla. E andare a caccia di talenti, perché Lucio è anche un talent scout: tra i personaggi da lui scoperti, infatti, spiccano Geppi Cucciari e Mary Sarnataro (new entry a Le Iene).

    Partiamo subito dal Dopofestival: un bilancio dell’edizione 2016.
    Abbiamo inventato il programma giorno per giorno. Siamo partiti con l’idea di ringiovanire il cast dei giornalisti perché eravamo abituati a vedere sempre gli stessi: puntare su giornalisti nuovi, sui blogger, che sono molto più seguiti e molto più letti delle pagine di giornali blasonati, è stata una piccola battaglia vinta. Non avendo rapporti privilegiati con gli artisti, si sono rivelati molto ficcanti, c’è stata più verità.

    Avete puntato sull’ironia, giocando, ad esempio, sui limiti della conduzione di Gabriel Garko.
    Si pensa sempre che chi fa comicità sia il lupo cattivo, in realtà, l’operazione simpatia, se la fai con intelligenza, riesce. Il trucco è mettersi in gioco: Garko è stato intelligente a capire che non doveva opporre resistenza, ma doveva giocare. Si è messo in gioco, ha vinto tutto.

    Dopo i successi in termini di ascolti, la Rai non rinuncerà al Dopofestival 2017. Se dovesse riconfermarti, accetterai?
    Magari! Il Dopofestival è stata un’esperienza felicissima, divertente. Di solito chi fa TV si diverte poco perché è sempre preoccupato del pubblico, noi abbiamo fatto un programma da incoscienti, fidandoci tutti degli altri. Abbiamo fatto quattro dirette in quattro giorni: siamo stati costretti a fare l’happening perché non sapevamo chi arrivasse dei cantanti o dei giornalisti né cosa sarebbe successo. L’apertura della Pausini, ad esempio, è stato fulminante, ma anche una grandissima botta di fortuna. E’ chiaro che lei l’ha fatto per amore della Gialappa’s, per amore di Nicola, perché le piace, è una che si diverte, però abbiamo avuto una madrina eccezionale. Da lì tutti si sono prestati a fare delle cose che di solito non vengono loro richieste. Ad esempio, Cannavacciuolo ha fatto finta di essere un autore, Barbieri ha fatto finta di essere un giornalista. Credo che il pubblico da casa abbia partecipato al clima di dietro le quinte, era quasi un backstage. Quando è finito eravamo tutti sorpresi dal risultato, nessuno poteva pensare che andasse così bene.

    Avete smontato l’evento nazionalpopolare per antonomasia.
    La comicità funziona proprio là: se hai una grande istituzionalità, il comico riesce a destrutturarla. Se hai, invece, un Sanremo come quello di Fazio, che è già destrutturato di suo, è difficile fare comicità. Carlo Conti è il trampolino ideale per chi vuole fare comicità perché è la perfezione e la cosa più divertente per il comico è intaccare la perfezione.

    La chiave è raccontare la tv e l’attualità attraverso l’ironia o l’incoscienza?
    Faccio questo lavoro da più di 15 anni, la Gialappa’s da molto più tempo di me, idem Benincasa, siamo abituati sempre a pensare a tante variabili: il target, il pubblico, la rete. Noi non abbiamo avuto il paracadute, è come se ci fossimo buttati senza rete, anzi, ci siamo buttati, e per fare questo ti salva l’incoscienza e, chiaramente, l’esperienza. Noi, sulla base dell’esperienza e della fiducia reciproca, riuscivamo a mettere un piedi un programma lavorandoci dall’ora di pranzo in poi e facendo freestyle in diretta. Tant’è che il programma è, come si dice in gergo, sporco, cioè si vede che ci sono degli errori di linguaggio e anche di scelte; certe cose rifacendole o montandole potrebbero essere perfezionate, ma non ci sarebbe quella verità che è piaciuta a tutti. La tv deve fidarsi un po’ di più di questo: è un grande gioco, non possiamo prenderci sul serio.

    La TV si prende troppo sul serio?
    Quello che rovina la tv ogni tanto è il fatto di voler applicare ricette magiche e miracolose che non funzionano, di voler quasi ingannare il pubblico. Spesso si fa l’errore di non valutare che il pubblico è molto più variegato di quello che immaginiamo. Se stimi il pubblico, lui ti stima un po’ di più. Se lo disistimi e gli rifili la prima cosa che ti viene in mente, ti premia di meno.

    Scrivi da più di 15 anni. Hai firmato tantissimi format: Italia’s Got Talent, Comedy Lab, Zelig, per citarne alcuni. La TV è cambiata?
    Sì, la tv è cambiata, ma siamo cambiati pure noi. Geppi Cucciari l’ho messa sul palco di Zelig per la prima volta e oggi non è la stessa, è diventata una donna matura, più consapevole, conduce Le Iene; allora era una giovane promessa che voleva fare comicità, ma non aveva un’idea ancora chiara. Non siamo più gli stessi, se ci mettessimo a lavorare insieme oggi sarebbe una cosa nuova.

    Il sodalizio con Geppi è in stand by?
    In realtà il sodalizio con Geppi è sia umano sia professionale. Rivendico di essere il suo pigmalione, il nostro rapporto è molto diverso da quello che si ha di solito con un artista, siamo molto legati, per cui, amandoci e rispettandoci molto, ci siamo sempre cercati nei momenti giusti, non in quelli non giusti. Per esempio, quest’anno non abbiamo nemmeno parlato di fare Le Iene: probabilmente ha pensato di farlo con le persone giuste. Io sono molto pop, lei ama molto la satira: quando vuole fare cose un po’ più pop, le faccio volentieri; altre esperienze un po’ più satiriche, sì, mi piacciono da vedere, ma non da fare.

    Sono cresciuto con Fantastico e Happy Days.

    Si parla spesso di crisi della comicità. Sei d’accordo?
    No, non è vero. Virginia Raffaele ha fatto un Festival clamoroso ed è una donna, le donne comiche italiane di oggi sono Luciana Littizzetto, Virginia Raffaele, Paola Cortellesi, Geppi Cucciari e Teresa Mannino, nomi molto più interessanti di quelli maschili. La crisi della comicità è un falso mito, ogni tanto qualche pigro che deve scrivere, ma non ha voglia di scrivere riprende i vecchi clichés, come i gattini e le bufale su internet. Semmai è in crisi un certo modello di comicità, ma non la comicità in sé. Ci sono delle cose che fanno morire dal ridere, come Frank Matano, che non mi sembra uno in crisi, ma con delle idee, diverse da quelle che c’erano anni fa. La comicità cambia, ma cambia anche la tv.

    Sei il produttore creativo della serie tv Alex & Co. Com’è nata l’idea?
    Sono partito da un concept e l’ho fatto diventare prodotto televisivo. Ho formato tutta la squadra, ho fatto scrivere le canzoni, pensando a brani che potessero andare in classifica. Il mio gol è stato fare una serie per far sognare i ragazzi, volevo che sognassero come ho sognato io: sono cresciuto a pane e Saranno Famosi, voglio che vedano cose belle perché devono sognare. Ho creato un gruppo di insospettabili che non avrebbero mai lavorato a un prodotto Disney e li ho coinvolti. Siamo alla terza serie in due anni, è stato molto appagante.

    Indossi anche i panni di talent scout. Come funziona?
    Con imbarazzo dico che è una cosa che appartiene alla mia natura. Faccio l’autore da molti anni, il telefono squilla continuamente, se posso passo lavori. Sono sempre stato molto generoso. Questa cosa è successa anche con i comici: quando facevo Zelig ero responsabile del laboratorio artistico; ho visto Sconsolata, Katia e Valeria, e davo loro dei consigli, le stimolavo a inventare cose nuove. Ho sempre pensato che se lavori a una cosa e ci metti energia, il prodotto migliora. Geppi mi ha telefonato dicendomi ‘’Voglio fare la comica’’ e questa cosa è accaduta, così come Mary Sarnataro, che ha una storia ancora più poetica.

    Ce la racconti?
    Mary faceva le salamelle in fiera, sognava di fare la comica, ma ne era uscita con le ossa rotte perché, se il prodotto è acerbo, in pochi ci scommettono. Io mi sono specializzato in prodotti acerbi. Sono andato a vederla in un postaccio fuori Milano, dopo il pezzo è scesa da palco, temendo qualcosa di feroce, e invece le ho detto di non smettere. Ci siamo conosciuti per un anno e le ho consigliato di fare un percorso diverso dal classico, mettendosi in gioco come donna. A Italia’s Got Talent ha portato un monologo comico mentre un lanciatore le tirava i coltelli. Le ho giurato amore eterno! Dopo IGT siamo riusciti a portarla a Colorado e a Le Iene, che è il suo pane. Sono talmente contento di aver scoperto Mary che non c’è nessuno che vorrei scoprire, voglio vedere cosa riuscirà a fare.

    Sei all’avanguardia, ma lavori molto sull’old style: vai a cercare il personaggio mettendoti a disposizione, cosa che solo un entusiasta riesce a fare.
    L’ho sempre fatto, ma non è tutto rose e fiori, non è la storia di Steve Jobs dell’intrattenimento! Ci sono le volte che mi va bene e posso godermela e delle volte che prendo delle sole, però chi non risica non rosica.

    Scommetti molto sui giovani.
    Sì, ho fondato anche una factory, Ovolollo. Mi sono inventato di industrializzare il mestiere dell’autore, che è molto artigianale: ragazzi molto giovani, ma molto divertenti, che stanno cambiando il modo di fare televisione. In passato sono stato molto chioccia con gli autori: ho scommesso su persone molto brave come Giovanni Todescan, autore di Virginia Raffaele, e Federico Giunta, autore di Alessandro Cattelan. Faccio il produttore con facilità perché so leggere le sceneggiature: chi sa scrivere legge con più facilità; se sai come lavora un comico, sai farlo funzionare. Se ne trovi uno che funziona da solo, dici ”Bingo!”. Gli altri forse non vedono il frutto già maturo ed è il mio vantaggio: non è bravura, ma solo una sensibilità diversa.

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