Lo sciopero è costato due miliardi di dollari. Oggi la fine?

Lo sciopero è costato due miliardi di dollari. Oggi la fine?

    wga strike

    2 miliardi di dollari: tanto è costato lo sciopero degli sceneggiatori americani che oggi, salvo sorprese, dovrebbe chiudersi con il voto favorevole alla ratifica dell’accordo.

    La maggior parte dei soldi sono stati persi da contractors indipendenti, piccoli proprietari, e in generale da tutti quelli che non partecipano “direttamente” al business delle produzioni televisive e cinematografiche (ristoratori, albergatori, catering, etc etc): se infatti le produzioni hanno perso “solo” 733 milioni di dollari, 1,3 miliardi di dollari sono stati persi dai lavoratori di ristoranti e hotel, costumisti, truccatori, parrucchieri, e simili, molti dei quali non saranno neanche in grado di tornare al giro di affari di prima.
    Oggi, intanto, si terranno due votazioni: una per decidere se lo sciopero deve finire o continuare (fino alla ratifica del contratto), e l’altra – via email – chiederà ai membri se sono d’accordo sul ratificare il contratto: salvo sorprese (ricordiamo che molti sceneggiatori sono “scontenti” dell’accordo raggiunto), lo sciopero dovrebbe concludersi oggi, con gli sceneggiatori che domani (ufficialmente o ufficiosamente) torneranno al lavoro. Di seguito, un’interessante analisi (“La legge dello sciopero”) tratta dal numero del New Yorker della scorsa settimana firmata da James Surowiecki.

    wga strike

    Nell’estate del 1988 gli sceneggiatori statunitensi del cinema e della tv incrociarono le braccia. Lo sciopero, che andò avanti per 22 settimane, fu molto duro e risultò disastroso dal punto di vista economico.
    Costò circa mezzo milione di dollari tra retribuzioni non percepite e incassi mancati e costò alle emittenti tv fino al 9 per cento di share. Ma la protesta influì poco sulle trattative: quando fu finalmente raggiunto, l’accordo tra le due parti non era molto diverso da quello che avrebbero potuto siglare cinque mesi prima. E quasi sicuramente era costato a entrambe più della somma per la quale stavano litigando.
    A vent’anni di distanza, gli sceneggiatori sono di nuovo in sciopero. Questa volta potrebbero essere più fortunati, ma la storia del movimento sindacale è contro di loro. L’occupazione della fabbrica di Flint del 1936, con cui la United automobile workers, il sindacato degli operai del settore automobilistico, riuscì a piegare la General Motors, fu una grande vittoria dei lavoratori.
    Ma la maggior parte delle proteste non finisce così bene (né in genere si conclude così male come lo sciopero del controllori di volo del 1981, in seguito al quale furono tutti licenziati).
    Di solito gli scioperi finiscono senza grandi vittorie né grandi sconfitte, e gli economisti hanno scoperto che in media influiscono poco sul livello dei salari. Paradossalmente, i sindacati riescono a far aumentare gli stipendi, gli scioperi quasi mai.
    Viste le conseguenze economiche negative (la perdita di salario per i lavoratori e quella di guadagno per i datori di lavoro), la cosa più razionale da fare per entrambi sarebbe mettersi d’accordo prima. E allora perché non lo fanno?
    Un ostacolo evidente a questi accordi è che nessuna delle due parti sa qual è la vera posizione dell’altra.
    Secondo gli economisti, gli scioperi sono il risultato di “informazioni asimmetriche”, cioè del fatto che una parte è più informata dell’altra sulla situazione reale.

    Gli sceneggiatori, per esempio, vorrebbero una fetta dei guadagni generati dal loro lavoro nei nuovi media, compresi i programmi trasmessi su internet. I produttori insistono nel dire che le nuove tecnologie richiedono flessibilità e che è troppo presto per sapere quanto pagare per i programmi su internet. Potrebbe essere solo un bluff, ma potrebbe anche esserci una parte di verità: gli sceneggiatori non lo sanno.
    Scioperare è un modo per scoprirlo.

    Se un’azienda cede subito, è segno che stava bluffando. Se è disposta a sopportare un lungo sciopero, forse era sincera. È per questo che più lo sciopero dura, meno è probabile che una delle due parti ottenga una grossa vittoria: dopo un lungo sciopero sei disposto a firmare un accordo che prima non avresti accettato perché dallo sciopero hai capito che l’altra parte non bluffava.
    Anche se quelli che trattano sono in buona fede, mettersi d’accordo è comunque difficile. Tanto per cominciare, è probabile che entrambe le parti sopravvalutino le proprie possibilità di vittoria, grazie alla ben nota tendenza che tutti hanno ad avere troppa fiducia in se stessi.
    Uno sciopero non è sempre un errore: a volte i lavoratori vincono alla grande. Ma se entrambe le parti pensano che lo sciopero favorirà la loro causa, almeno una delle due si sbaglia. L’eccessiva fiducia in se stessi esaspera anche quello che gli economisti Linda Babcock e George Loewenstein chiamano self-serving bias (pregiudizio egocentrico), vale a dire la tendenza a distorcere la realtà in nostro favore.
    Durante un celebre studio condotto negli anni cinquanta, veniva chiesto ai soggetti di assistere a una partita di football tra le squadre di Princeton e Dartmouth e di contare il numero di falli. I tifosi del Princeton videro la squadra avversaria commettere il doppio dei falli rispetto a quelli del Dartmouth. Sembrava che i due gruppi avessero visto “due partite diverse”.
    In altre parole, il modo in cui vediamo i fatti è sempre condizionato dal risultato che vogliamo. Perciò, quando i network sostengono che i programmi su internet (che non prevedono retribuzioni per gli sceneggiatori) sono una cosa completamente diversa da quelli in tv (che invece le prevedono), potrebbero essersi semplicemente convinti di avere ragione.
    E il senso di giustizia ha un ruolo importante negli scioperi, generalmente basati su questioni di equità più che strettamente economiche. L’equità non conta molto nell’economia teorica, nella quale si presume che, se io e voi possiamo stringere un accordo conveniente per entrambi, lo faremo.
    Nel mondo reale, invece, se l’accordo mi sembra ingiusto può anche darsi che io lo rifiuti, pur sapendo che alla fine ci rimetterò. La disponibilità a pagare un prezzo per affermare la propria idea di giustizia è uno dei motivi che impediscono alle parti di mettersi d’accordo.
    Gli sceneggiatori accettano la perdita di salario perché sono convinti di avere diritto a una percentuale dei profitti derivati dal loro lavoro, e i produttori accettano la perdita di guadagno perché sono convinti che i programmi tv e i film sono di loro proprietà. Dato che entrambi ci rimettono qualcosa, dovrebbero risolvere rapidamente il loro conflitto. Ma nei rapporti sindacali la logica non è sempre così stringente.

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