Le Iene, per i video ‘rubati’ si rischia il carcere: anche altre trasmissioni appese a un filo

Le Iene, per i video ‘rubati’ si rischia il carcere: anche altre trasmissioni appese a un filo

Le Iene, per i video 'rubati' si rischia il carcere: anche altre trasmissioni appese a un filo

    Timori per Le Iene, il programma d’Italia 1. Per la diffusione di video ‘rubati’ si rischia il carcere fino a quattro anni? E’ così, di sicuro se passa il nuovo Disegno di Legge sulle intercettazioni. Quest’ultimo pone di fatto anche altre trasmissioni sul filo del rasoio: Striscia la notizia, Report, Piazza Pulita o ogni altro programma che può definirsi appartenente al genere dell’inchiesta televisiva che usa come ‘materia prima’ le telecamere nascoste, al fine di svelare presunti criminali o di dare una notizia che abbia una rilevanza pubblica.

    Dopo le polemiche, il Governo sembra voler accogliere l’ipotesi di riformulare l’emendamento in alcuni punti, anche se finora si è parlato di quattro anni di carcere per chi diffonde i video cosiddetti rubati ‘al fine di recare danno alla reputazione o all’immagine altrui, riprese o registrazioni di conversazioni svolte in sua presenza e fraudolatamente effettuate‘.

    Un testo che, letto così, lascia immediatamente spazio alle prime considerazioni: ci sarà pure una differenza – vien da dire – tra pubblicare un video ‘rubato’ con lo scopo di diffamare o trasmetterne invece uno che contiene una notizia (per questo di rilevanza pubblica)? Con qualche probabilità è su questo punto che si concentrano le repliche degli addetti ai lavori in ambito televisivo. Prima di tutto Le Iene, che in un certo senso è il programma simbolo per via degli effetti della norma, ma anche Striscia la notizia, che negli anni ha smascherato un’infinità di chiacchierati personaggi, proprio grazie alle telecamere nascoste.

    Lo spiega a Il Tempo l’inviato de Le Iene Filippi Roma, che si sente ‘depennato’ di uno strumento ritenuto fondamentale. Quello di raccontare i fatti senza il consenso dell’altro, perché – qualora ci fosse una notizia che ha una rilevanza pubblica – quale ladro (ad esempio) vorrebbe che si sapesse in giro?

    ‘Per noi farlo di nascosto è assolutamente essenziale. E’ vero che a volte succede che documentiamo dei reati e il materiale finisce in mano ai magistrati, ma quasi sempre le nostre inchieste non vanno a finire agli atti dei processi.

    La telecamera nascosta è la nostra penna’, dice, riferendosi poco dopo allo scandalo dei cosiddetti furbetti al Comune di Roma, preso ad esempio per molti altri casi.

    In un certo senso, gli fa eco Antonio Ricci, che in un comunicato stampa firmato Striscia la notizia rievoca il diritto (leggasi inviolabile) della libertà d’espressione. Il caso-emblema riportato? Due servizi su una lite fuori onda tra Busi e Vattimo, nel backstage della trasmissione Rai L’altra edicola. Dopo una sentenza favorevole per i due, Ricci si è appellato alla Corte Europea per i diritti dell’uomo per la quale, secondo quanto riferito dall’ufficio stampa del programma di Canale 5, da parte della Giustizia Italiana ‘vi è stata violazione dell’articolo 10 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali‘.

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