Le Iene condannate per il test antidroga ai politici

Le Iene condannate per il test antidroga ai politici

La Cassazione condanna Le Iene per il test antidroga estorto ai politici

    Le Iene sono state condannate dalla Cassazione per violazione della privacy in merito al discusso test antidroga cui avevano sottoposto i parlamentari italiani nel servizio d’esordio della stagione 2006/2007. Confermate, quindi, le precedenti sentenze a carico di Davide Parenti, capo degli autori del programma, e Matteo Viviani. In alto una sintesi del servizio tratto da Libero Video.


    Difficile dimenticare lo scalpore e lo scandalo che suscitò nell’ottobre del 2006 il servizio confezionato da Le Iene davanti al Parlamento e che fece da promo alla stagione 2006 del programma più irriverente di Italia1.

    Ad essere immediatamente messa sotto accusa fu l’adozione da parte del team de Le Iene di uno stratagemma per raccogliere i campioni di sudore che sarebbero serviti a valutare la presenza di droga negli organismi dei politici. Furono sottoposti, inconsapevolmente, al drug wipe (un infallibile tampone frontale) 50 deputati e 16 senatori con risultati eclatanti. Un onorevole su tre, infatti, risultò positivo all’uso di stupefacenti (riscontrati cannabis e cocaina): nel dettaglio, del 32% del campione positivo il 24% (12 persone) lo era per cannabis e l’8% (4 persone) per cocaina.

    I campioni furono raccolti con l’inganno, quindi, ma conservati in forma anonima, senza indicazione sul tampone del nome del parlamentare ‘testato’. Non appena, però, si rese pubblico il vero oggetto del servizio, con grandi comunicati stampa che promuovevano la nuova stagione de Le Iene, il Garante per la Privacy ne bloccò la messa in onda, trasmesso solo qualche tempo dopo la data prevista.

    Immediata la denuncia per gli autori del programma: una prima sentenza della Terza sezione Penale del Tribunale di Roma, del 16 ottobre del 2007, condannò ad una multa Davide Parenti e Matteo Viviani in quanto ideatori di un servizio televisivo “avente ad oggetto il consumo di stupefacenti, proceduto, senza il consenso degli interessati e l’autorizzazione del garante, alla raccolta di dati personali sensibili”.
    Seguì un ricorso da parte degli imputati, rigettato ieri dalla Suprema Corte che ha confermato la sentenza di Roma, sancendo la condanna non solo per violazione della privacy, ma anche per lesioni all’immagine pubblica e all’onorabilità del Senato e della Camera. Ma voi che ne pensate?

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