La Baronessa di Carini e il dogma italiano dell’happy end

La Baronessa di Carini e il dogma italiano dell’happy end

Recensione della miniserie La Baronessa di Carini, in onda su RaiUno con Vittoria Puccini e Luca Argentero

    E’ terminata ieri sera su RaiUno la miniserie La Baronessa di Carini, con Vittoria Puccini, Luca Argentero, Enrico Lo Verso e Lando Buzzanca, che ha fatto registrare ottimi ascolti, vincendo le serate di domenica e lunedi con una media di 6.191.000 telespettatori e uno share medio del 26%.
    Della miniserie e della tendenza della fiction italiana di proporre a distanza di anni i remake degli sceneggiati anni ’60 e ’70 abbiamo già parlato (qui l’articolo) suscitando l’interesse degli affezionati lettori di Televisionando e degli appassionati del genere fiction “storica”. Ma la Baronessa, titolo peraltro piuttosto bistrattato nella promozione Rai, ha stimolato l’interesse per la micidiale scelta di molti sceneggiatori di rivoluzionare le storie-fonte, forzandole puntualmente al lieto fine. E così se nel 1975 la Baronessa Laura Lanza, reincarnazione di un’omonima vissuta 300 anni prima uccisa con il suo amante per mano del marito geloso, tornava ineluttabile al suo destino di morte con l’amato bene, nel 2007 si vendica del marito e vive felice e contenta nei prati siciliani con il suo vero amore. Svolta femminista o semplice violenza narrativa?

    Per rinfrescare la memoria a quanti non ricordino lo sceneggiato Rai del 1975 o non l’abbiano mai visto, L’amaro caso della Baronessa di Carini (questo il titolo della prima versione tv) si ispira ad un antico “cunto” siciliano del Cinquecento – diffusosi in tutta Europa – cha narra la triste vicenda di una nobildonna uccisa dal padre per lavare l’onta dell’adulterio da lei consumato. Circolano presto diverse versioni della ballata da cui, dopo un’attenta ricerca e un lavoro di ricostruzione storico-letteraria, Lucio Mandarà, sceneggiatore della prima versione, ricompone una storia tra il giallo e il noir ambientata nell’Ottocento che ruota intorno alla reincarnazione dei protagonisti del fatto di sangue, che torna, ineluttabile, a compiersi con le stesse modalità 300 anni dopo. Un racconto di suspence, una narrazione fondata su un amore impossibile e sulla predestinazione, che rendono la storia ancor più torbida ed appassionante e che lega il pubblico all’”amaro” destino dei suoi beniamini (all’epoca interpretati da Ugo Pagliai e Janet Ågren). La sigla dell’edizione 1975, che vi proponiamo nel video qui sotto, è proprio la ballata trasmessaci da Otello Profazio, e cantata da Gigi Proietti, che racconta la storia della Baronessa di Carini. Da notare come si faccia esplicito riferimento alla natura “popolare” del soggetto. Inoltre va ricordato che la prima puntata fu introdotta da una “prefazione” dello stesso Mandarà che illustrava al pubblico Carini e la storia della Baronessa, in perfetto stile “tv pedagogica“.

    Da questo materiale partono gli sceneggiatori del 2007 (Anna Samueli, Lorenzo Favella ed Enrico Medioli) ottenuta la liberatoria da Lucio Mandarà ad utilizzare il suo soggetto (e qui ringrazio pubblicamente dell’informazione Vagasilvio, nostro appassionato lettore).
    Senza tornare al “testo-fonte”, che essendo frammentato in centinaia di versioni avrebbe potuto fornire mille altre possibilità narrative per portare sullo schermo un nuovo taglio alla vicenda della Baronessa, gli sceneggiatori decidono di lavorare sul “già fatto” senza rinunciare a lasciare la propria firma. Ma lo fanno nel modo più sbagliato, a nostro modo di vedere, ovvero cambiando il finale.
    Senza scomodare gli studiosi di narratologia, si sa, però, che cambiare il finale non vuol dire dare una nuova interpretazione di una storia già raccontata, bensì raccontarne un’altra. Trasformare la predestinazione (morte) in ribellione e rivalsa (happy end) vuol dire cambiare il senso stesso della storia, la sua “morale”, e modificarne il genere, che da noir venato di mistery diventa un comune romanzo rosa con una spruzzata di esoterismo.


    No, non ci siamo. Tralasciamo gli effetti di montaggio sulle numerose (e a un certo punto ripetitive) sedute di ipnosi che permettono ai protagonisti di ricordare la propria vita precedente, con dissolvenze al bianco e tagli di zoom che ricordano i R.I.S., tralasciamo la recitazione, che però ci permette di riscoprire un bel Lando Buzzanca, ma non possiamo ignorare il finale.
    Sul perchè di questa scelta saremmo davvero curiosi di sentire gli autori (qui però potete trovare le note di produzione rilasciate dalla Rai). La rivendicazione di un amore degno di essere vissuto non può certo reggere, tantomeno qualche giustificazione sulla necessità di liberare la donna dalle violenze di un matrimonio combinato. Questa storia non prevede il libero arbitrio, concederlo vuol dire violentare la propria materia narrativa. Che davvero la fiction italiana sia convinta che il pubblico non accetti un finale diverso da quello lieto? Così parrebbe, se consideriamo un altro capolavoro Rai degli anni ’60, La Cittadella, che nel 2004 non solo non “uccide” la moglie del dottor Manson – moglie che con la sua morte aveva invece determinato la svolta professionale e umana del marito -, ma che per di più le regala un figlio sconfiggendo miracolosamente la sua infertilità.
    Consiglierei a quanti realizzano oggi fiction di rivedere un po’ di titoli degli anni ’70, quando la parola d’ordine era sperimentare.
    In breve sulla scena finale della Baronessa, complice la protagonista e le crinoline, credevamo di essere a Rivombrosa.

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