La Baronessa di Carini e il dogma italiano dell’happy end

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E’ terminata ieri sera su RaiUno la miniserie La Baronessa di Carini, con Vittoria Puccini, Luca Argentero, Enrico Lo Verso e Lando Buzzanca, che ha fatto registrare ottimi ascolti, vincendo le serate di domenica e lunedi con una media di 6.191.000 telespettatori e uno share medio del 26%.
Della miniserie e della tendenza della fiction italiana di proporre a distanza di anni i remake degli sceneggiati anni ’60 e ’70 abbiamo già parlato (qui l’articolo) suscitando l’interesse degli affezionati lettori di Televisionando e degli appassionati del genere fiction “storica”. Ma la Baronessa, titolo peraltro piuttosto bistrattato nella promozione Rai, ha stimolato l’interesse per la micidiale scelta di molti sceneggiatori di rivoluzionare le storie-fonte, forzandole puntualmente al lieto fine. E così se nel 1975 la Baronessa Laura Lanza, reincarnazione di un’omonima vissuta 300 anni prima uccisa con il suo amante per mano del marito geloso, tornava ineluttabile al suo destino di morte con l’amato bene, nel 2007 si vendica del marito e vive felice e contenta nei prati siciliani con il suo vero amore. Svolta femminista o semplice violenza narrativa?

Per rinfrescare la memoria a quanti non ricordino lo sceneggiato Rai del 1975 o non l’abbiano mai visto, L’amaro caso della Baronessa di Carini (questo il titolo della prima versione tv) si ispira ad un antico “cunto” siciliano del Cinquecento – diffusosi in tutta Europa – cha narra la triste vicenda di una nobildonna uccisa dal padre per lavare l’onta dell’adulterio da lei consumato. Circolano presto diverse versioni della ballata da cui, dopo un’attenta ricerca e un lavoro di ricostruzione storico-letteraria, Lucio Mandarà, sceneggiatore della prima versione, ricompone una storia tra il giallo e il noir ambientata nell’Ottocento che ruota intorno alla reincarnazione dei protagonisti del fatto di sangue, che torna, ineluttabile, a compiersi con le stesse modalità 300 anni dopo. Un racconto di suspence, una narrazione fondata su un amore impossibile e sulla predestinazione, che rendono la storia ancor più torbida ed appassionante e che lega il pubblico all’”amaro” destino dei suoi beniamini (all’epoca interpretati da Ugo Pagliai e Janet Ågren). La sigla dell’edizione 1975, che vi proponiamo nel video qui sotto, è proprio la ballata trasmessaci da Otello Profazio, e cantata da Gigi Proietti, che racconta la storia della Baronessa di Carini. Da notare come si faccia esplicito riferimento alla natura “popolare” del soggetto. Inoltre va ricordato che la prima puntata fu introdotta da una “prefazione” dello stesso Mandarà che illustrava al pubblico Carini e la storia della Baronessa, in perfetto stile “tv pedagogica“.

Da questo materiale partono gli sceneggiatori del 2007 (Anna Samueli, Lorenzo Favella ed Enrico Medioli) ottenuta la liberatoria da Lucio Mandarà ad utilizzare il suo soggetto (e qui ringrazio pubblicamente dell’informazione Vagasilvio, nostro appassionato lettore).
Senza tornare al “testo-fonte”, che essendo frammentato in centinaia di versioni avrebbe potuto fornire mille altre possibilità narrative per portare sullo schermo un nuovo taglio alla vicenda della Baronessa, gli sceneggiatori decidono di lavorare sul “già fatto” senza rinunciare a lasciare la propria firma. Ma lo fanno nel modo più sbagliato, a nostro modo di vedere, ovvero cambiando il finale.
Senza scomodare gli studiosi di narratologia, si sa, però, che cambiare il finale non vuol dire dare una nuova interpretazione di una storia già raccontata, bensì raccontarne un’altra. Trasformare la predestinazione (morte) in ribellione e rivalsa (happy end) vuol dire cambiare il senso stesso della storia, la sua “morale”, e modificarne il genere, che da noir venato di mistery diventa un comune romanzo rosa con una spruzzata di esoterismo.
No, non ci siamo. Tralasciamo gli effetti di montaggio sulle numerose (e a un certo punto ripetitive) sedute di ipnosi che permettono ai protagonisti di ricordare la propria vita precedente, con dissolvenze al bianco e tagli di zoom che ricordano i R.I.S., tralasciamo la recitazione, che però ci permette di riscoprire un bel Lando Buzzanca, ma non possiamo ignorare il finale.
Sul perchè di questa scelta saremmo davvero curiosi di sentire gli autori (qui però potete trovare le note di produzione rilasciate dalla Rai). La rivendicazione di un amore degno di essere vissuto non può certo reggere, tantomeno qualche giustificazione sulla necessità di liberare la donna dalle violenze di un matrimonio combinato. Questa storia non prevede il libero arbitrio, concederlo vuol dire violentare la propria materia narrativa. Che davvero la fiction italiana sia convinta che il pubblico non accetti un finale diverso da quello lieto? Così parrebbe, se consideriamo un altro capolavoro Rai degli anni ’60, La Cittadella, che nel 2004 non solo non “uccide” la moglie del dottor Manson – moglie che con la sua morte aveva invece determinato la svolta professionale e umana del marito -, ma che per di più le regala un figlio sconfiggendo miracolosamente la sua infertilità.
Consiglierei a quanti realizzano oggi fiction di rivedere un po’ di titoli degli anni ’70, quando la parola d’ordine era sperimentare.
In breve sulla scena finale della Baronessa, complice la protagonista e le crinoline, credevamo di essere a Rivombrosa.

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Ponchia 16 ottobre 2007 13:04
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Giorgia, mi hai tolto le parole di bocca.
Partiamo proprio dalle note di produzione: “La Pegna e Pietro Lama realizzano per Rai Fiction il remake della tragica vicenda della baronessa aderendo con entusiasmo all’idea di far rivivere una storia che il pubblico di allora ricorda ancora. Come molti spettatori, anche Massimiliano La Pegna ha impresso nella memoria alcune scene quali la mano insanguinata della baronessa e il motivo della ballata.”
Remake..vuol dire rifacimento..non stravolgimento.
“far rivivere una storia che il pubblico ricorda ancora” e se è così è perchè la storia piaceva così com’era..è rimasta indelebile nei nostri ricordi senza l’happy end.
“il ricordo della ballata” qui completamente assente. In un blog ho trovato il commento (che condivido) di chi ha vissuto la ballata negli ultimi 25 anni come un “marchio a fuoco” impossibile da cancellare ed ha atteso per tutta la durata di questo “remake” di poterla risentire..

Ingiustificabile.
E’ come se comprassi un’edizione qualunque di Romeo e Giulietta e vi trovassi il racconto del matrimonio con Montecchi e Capuleti che banchettano in allegria festeggiando gli sposi..
O come se andassi a vedere la Turandot e al “nessun dorma” trovassi invece il tenore che canta.. con te partirò..paesi che io non ho mai.. veduto e vissuto con te..

Quale che può essere stato il motivo per cui si è deciso di cambiare il ben noto finale, cancellare la ballata e varie…non riusciranno a convincermi.

Un passo falso da parte della produzione e una Fiction da dimenticare al più presto.

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Giorgia Iovane
Giorgia 16 ottobre 2007 15:10
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so che un articolo del genere piò farmi tacciare di conservatorismo, ma non è questo. Credo che soprattutto i finali, per quanto ho spiegato, debbano essere blindati.
Ho amto fiction recenti “insospettabili, tipo “renzo e Lucia” di Archibugi (già citato in un commento) che faceva ad esmepio di Don Rodrigo un innamorato folle e perseguitore e che creava di fatto un prequel al romanzo manzoniano. Una scelta per molti azzardata, che però 1)ha avuto una sua precisa forma narrativa; 2) si inseriva in una delle reticenze manzoniane…etc etc
Non sono, come immagino tutti, del resto, contro i remake, semplicemente ci sono delle regole e vanno rispettate… ;-)

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VAGASILVIO 16 ottobre 2007 15:34
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AMICI!!! Non vi disperate…
“Oggi, la parola d’ordine per i remake di sceneggiati, non storici, e’ “IL LIETO FINE”, questo è quello che la produzione ha imposto agli sceneggiatori, perchè questa, dicono, è la nuova tendenza”. Questo è quanto mi ha riferito Lucio Mandarà.

Intanto, vi trasmetto, attraverso queste righe, il caloroso saluto del Maestro Lucio Mandarà. Sono andato a trovarlo questa mattina, portandogli in assoluta anteprima, il cofanetto con tanto di copertina personalizzata, contenente i DVD registrati, delle due puntate de ” Il Dolce Caso della Baronessa di Carini”.

Saluto Ponchia, certo, tuo marito ancora non capisce la tua risata finale, come, molti non capiscono e si chiedono perchè di questa “happy end”. Intanto complimenti a Giorgia per l’articolo ben fatto con una attenta e precisa analisi storica degli anni in cui gli sceneggiati italiani, iniziarono a popolare in TV (lo farò leggere a Lucio). Si è vero erano altri tempi, non c’era ancora, concorrenza televisiva, gli sceneggiati avevano dei tempi lenti, lunghi dialoghi, tante puntate, ma lo spettatore rimaneva incollato davanti al tubo catodico per gustarsi ogni parola ogni momento della storia che veniva interpretata senza ombra di dubbio da attori altamente professionali. Pensate, che certi dialoghi duravano anche parecchi minuti, e che la sequenza di ripresa era unica, continua, senza stacchi. Era incredibile!! I tempi erano appunto teatrali.

Oggi la concorrenza mediatica, porta ad avere un prodotto “mordi e fuggi”, tutto sottoforma di spot televisivo, le produzioni macinano sceneggiature una dopo l’altro, è nel caso de “La Baronessa di Carini”, che viene sbandierato come il remake degli anni settanta, questo modo di creare prodotti “mordi e fuggi”, ha portato a stravolgere, completamente, la vera essenza della sceneggiatura originale che era basata sulla leggenda della maledizione.

Naturalmente, Lucio Mandarà non ha approvato il lieto fine, anche lui, è concorde a dire che è un’altra storia, basata sul soggetto iniziale che è L’amaro Caso della Baronessa di Carini. Sapeva dell’happy end, aveva anche dato qualche suggerimento verbale, ma, come mi ha riferito, la produzione RAI ha imposto il finale a lieto fine agli sceneggiatori.

L’anziano sceneggiatore, ultra ottantenne, vedovo, che convive con gli inevitabili problemi della vecchiaia, mi confessa: “mi hanno solo proposto di riutilizzare il soggetto della mia sceneggiatura, tenendo fedeli i personaggi, ma rielaborando la storia per potere avere un finale diverso, un finale in cui trionfa l’amore sul male”. Che potevo dire: “fate, ma in questo modo porrete fine alla leggenda popolare, e le leggende sono leggende perchè non hanno mai un fine”.

Purtroppo, la saggezza di un vecchio, ma grande, ed esperto sceneggiatore non è stata ascoltata, ma ai produttori questo non interessa, interessa soltanto i grandi numeri degli indici di ascolto, e le interminabili pubblicità che l’effetto remake, a portato alle casse della RAI!!!

Segnalo una cosa importante….a Lucio Mandarà è piaciuta molto l’interpretazione di Donna Laura Lanza da parte di Vittoria Puccini, dice: “la Janet Agren, era più fredda nel recitare, la Puccini, ha saputo trasmettere, attraveso i suoi occhi, il dramma interiore di una donna oppressa dal marito violento nonchè padrone del suo corpo, e dal tormento ossessivo della sua reincarnazione. Amici a presto!!!!

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Giorgia Iovane
Giorgia 16 ottobre 2007 15:58
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Grazie Vagasilvio per la testimonianza del maestro Mandarà, che spero tanto possa concederci un’intervista e soddisfare molte nostre curiosità sull’epoca d’oro degli sceneggiati. Ringrazialo da parte nostra e confidiamo nella sua disponibilità. inutile dirti che basterà un tuo commento con un “si” e mi metterò in contatto con te. :-)
Non c’è niente da fare, come dice Vagasilvio la saggezza (e il buon senso, oserei dire) non viene più ascoltata…

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Lorenzo Favella 16 ottobre 2007 16:45
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Sono uno degli sceneggiatori che ha lavorato al remake della baronessa di Carini e visto che Giorgia mostra interesse nel conoscere l’opinione degli autori ecco qui il mio contributo.

Fermo restando che ho il massimo rispetto delle vostre opinioni, ho sbirciato sui vari blog riguardanti la baronessa e devo dire che la maggioranza degli interventi è in favore di questa nuova versione. Le critiche sembrano arrivare soprattutto da coloro che molto hanno amato la versione originale e che in qualche modo si sentono traditi. Tutto ciò è legittimo, ci mancherebbe, ma ho la sensazione che talvolta la memoria giochi brutti scherzi. Ci tengo a dire che il tema della reincarnazione è in assoluto la vera novità di questo remake e non era presente nella prima versione, dove invece si suggeriva una ripetizione del destino, che è ben altra cosa.

Partendo da questo presupposto, non vedo perchè ci si debba così scandalizzare per il finale modificato. In conferenza stampa Anna Samueli (anche lei sceneggiatrice della fiction) ha ben spiegato che l’utilizzo delle ipnosi (altro elemento inedito rispetto alla versione originale) è un modo di raccontare quelli che sono i prodromi della moderna psicanalisi. Da qui l’idea che attraverso l’ipnosi, e quindi la ricerca dentro se stessi, si possa trovare “una via d’uscita”. Un argomento che viene esplicitamente affrontato da Don Ippolito/Buzzanca. Rivendico quindi una coerenza nella nostra impostazione che apre alla possibilità di un lieto fine, anche se capisco che possa far storcere il naso ad alcuni di voi.

Considerate anche che un conto è il fatto storico avvenuto nel cinquecento, altra cosa è l’ambientazione ottocentesca alla base dello sceneggiato del 75. Quest’ultima è un’invenzione – assai brillante secondo me – ma come tale suscettibile di qualsiasi modifica da parte di autori successivi. In fondo è questo il bello. Da quel tragico evento del cinquecento sono nate innumerevoli varianti della canzunedda. Ogni autore ha messo del suo. E su questo solco ci siamo inseriti anche noi modificando – e perché no? – l’impostazione di Mandarà.

Il vecchio sceneggiato si concentrava sull’indagine del delitto a trecento anni di distanza, noi abbiamo privilegiato la storia d’amore e reincarnazione. Può piacere oppure no, ma tutto sommato il pubblico ha premiato questa nuova versione. E questo non vuol dire cancellare ciò che è stato. Un saluto affettuoso a tutti voi.

ps
è vero che la ballata cantata da Gigi Proietti è assente, ma è comunque presente nella storia, attraverso il personaggio del cantastorie, e quindi non del tutto dimenticata.

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Giorgia Iovane
Giorgia 16 ottobre 2007 19:49
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Sono davvero colpita dall’intervento di Lorenzo Favella, che ringrazio profondamente per aver risposto alla nostra sollecitazione e aver arricchito la discussione. Non scherzo, sono emozionata, anche se pronta a continuare con lui (se vorrà) un dibattito a mio avviso interessante. Mi spiace che possa essersi sentito eccessivamente “criticato” dal mio intervento. Come dice Eco, è il lettore che partecipa alla costruzione del testo, e pertanto ogni interpretazione può essere lecita. Ma il testo definisce dei limiti, oltre i quali non si partecipa più alla costruzione del testo, se ne scrive un altro, che ha una completa dignità, ma che merita di essere differenziato, a mio avviso, già negli elementi paratestuali (e togliere “amaro caso” non mi sembra sufficiente, se poi la promozione è giocata tutta sul remake).
1) Parto col dire una banalità: il fatto che a molti sia piaciuto (e i risultati di ascolto, per quanto valgano, lo dimostrano) non esime dal poter avere un’idea diversa (lo dimostra Aldo Grasso sul Corriere di oggi, anche citarlo sa di presunzione). E fin qui nulla con il quale l’universo non possa essere d’accordo. Non basta però trincerarsi sempre dietro gli ascolti per liquidare un tema che travalica il titolo in oggetto, ovvero il dominio del lieto fine, del quale però la Baronessa è, al momento, il miglior testimonial. Avessi scritto l’articolo 3 anni fa avrei parlato della Cittadella più o meno negli stessi termini.
2) il mio non è amarcord. Ho visto la Baronessa in dvd, non ho un età che mi permette di ricordare le sensazioni vissute con l’originale, per cui non rischio l’effetto nostalgia. E se anche fosse, ciò non delegittimerebbe (come peraltro riconosciuto dallo stesso Favella) la mia opinione, tenuto conto per di più l’evoluzione del genere fiction non passa necessariamente per la trasformazione dei finali, bensì, secondo me, per la maggiore possibilità espressiva del mezzo, per la maggiore esperienza accumulata, per una maggiore libertà espressiva (almeno sulla carta) per duemila altri motivi su cui gli sceneggiatori saranno ben più ferrati di me.
3) Tengo a precisare che l’aver usato il termine “reincarnazione” potrà essere un’imprecisione, ma non cambia la sostanza. Nel 1975 Laura riviveva la vita di un’altra Laura che riconosceva attraverso la ballata e con la quale trova piena identificazione nella morte. Le analogie passano attraverso il racconto della leggenda, della “maledizione” che aleggia nel castello. Non ci sarà consapevolezza, ma almeno aderenza e legame tra il cunto-fonte e la trasposizione. Non immaginavo la svolta psicoanalitica (che mi lascia ancor più perplessa a dire il vero, ma qui davvero siamo nelle opinioni personali, che tralascio), non credevo, ingenuamente, che vi fosse la volontà di indicare nell’“ipnosi, e quindi la ricerca dentro se stessi, la “via d’uscita”. Freud inizierà a lavorare sull’ipnosi intorno al 1885, qui siamo nel 1860, quindi onore al merito a Don Ippolito, ma del resto certe idee sono nell’aria…
4) A proposito della coerenza interna, non ne discuto. La scelta dell’ipnosi, dell’individuazione della via d’uscita, è sicuramente propedeutica alla lieta svolta. La coerenza si perde quando si vuole ancorarsi ad una storia nota (e recente, la prima versione tv è di 30 anni fa, i dvd ne permettono la visione ripetuta) per attirare il pubblico. Così si moltiplica il rischio di deluderli (ricordiamo che lo zoccolo duro della tv generalista è over 50), anche se ci si garantisce un buon ascolto. Ma questa è una “polemica” che investe il committente/broadcaster e le sue strategie di marketing, non certo gli sceneggiatori, che probabilmente possono essere solo “penalizzati” da una scelta del genere.
5) (manca poco alla fine, giuro!) Gli slittamenti temporali sono del tutto legittimi e non disturbanti. Sempre Aldo Grasso proponeva una versione contemporanea, e nulla osterebbe. Peraltro Mandarà costruì una storia articolata praticamente sul nulla: scelse un’ambientazione del tutto arbitraria (il 1812) con le conseguenti questioni sul baronato e sui feudi, che nulla avevano a che fare con la novella cinquecentesca, inventò personaggi e situazioni, trasformò il marito in assassino, mentre la ballata parla del padre di lei, ma mantenne il riferimento alla novella nella componente gotico-noir, la morte dei protagonisti.
Vado brevemente verso la conclusione, ringraziando ancora chi ha avuto la pazienza di leggere questo commento fiume e ancora una volta Lorenzo Favella che lo ha stimolato. Non posso però che rivolgere a lui la stessa domanda con la quale avevo chiuso l’articolo e di cui evidentemente non ho capito la risposta: perché il lieto fine? Giuro che non è una domanda retorica, ma davvero una richiesta di spiegazione da chi ha scelto (si è trovato) di narrare una storia già data. Perché tradire la ballata (giustamente appena accennata, a questo punto)? Perché qui non è solo la versione del 1975 ad essere chiamata in ballo, ma la storia stessa di Laura Lanza, la tradizione popolare. Forse la mia domanda è orientata ad un tipo di risposta ben preciso, probabilmente parto da dei pregiudizi (ma a pensar male non si sbaglia mai ), ed è forse anche scorretto aspettarsi “la Rai ha voluto così”, anche perché verrebbe sminuito il grande lavoro che proprio per questa ragione chi scrive è costretto a fare, per dare un senso a una storia diversa che parte dalla stessa materia narrativa. Ma, vi prego, il perché no? non vale…
:-)
ps. mi sarò alienata definitivamente le simpatie (se c’erano) di Favella(sigh)

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Lorenzo Favella 16 ottobre 2007 21:12
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Cara Giorgia,
non ti sei affatto alienata le mie simpatie perché sono solito rispettare le opinioni altrui. D’altronde quando si scrive un progetto destinato ad un ampio pubblico è normale sottoporsi ai giudizi più disparati e non si può pretendere di soddisfare tutti sempre e comunque. Quindi ben vengano le critiche, soprattutto quando sono “sentite”, da parte chi ha visto un film con la giusta attenzione.

Ora, tu stessa affermi di partire probabilmente da un pregiudizio quando vorresti sentir dire che gli sceneggiatori si sono piegati a un diktat della rete nell’inserire un lieto fine. Io potrei dirti di essere entrato a lavorare nel progetto quando il nuovo soggetto già prevedeva il lieto fine, ma devo anche dirti che la cosa non mi ha infastidito minimamente.

L’importante è che questo nuovo finale sia motivato da una nuova concatenazione di eventi. E nel fare un remake questa è una libertà che non vedo assolutamente perché un autore non dovrebbe cogliere.

Tu stessa dici che “Mandarà costruì una storia articolata praticamente sul nulla: scelse un’ambientazione del tutto arbitraria (il 1812) con le conseguenti questioni sul baronato e sui feudi, che nulla avevano a che fare con la novella cinquecentesca”.

E allora perché mai noi ci dovremmo sentire necessariamente legati mani e piedi a quella versione? E’ questo che non capisco. Criticate la qualità della scelta, NON la libertà di poter scegliere. Non esistono regole così severe quando si lavora a un remake. E non abbiamo affatto tradito la tradizione popolare che racconta il delitto del cinquecento. Quell’antefatto rimane assodato anche per noi.

Aggiungo solo un’ultima cosetta. Ho parlato di “prodromi” della moderna psicanalisi, so bene che Freud è venuto dopo. Ma l’ipnosi comincia ad essere esercitata già verso la fine del settecento. All’inizio è più che altro un fenomeno da baraccone per guitti e prestigiatori, ma nella prima metà dell’ottocento comincia ad essere utilizzata per curare i malati di mente.

La scena in cui Don Ippolito suggerisce questo metodo per “aiutare” la baronessa è stata un po’ tagliata in sede di montaggio. Nella versione scritta, venivamo a sapere che dopo il 48, Don Ippolito aveva soggiornato a Parigi e là aveva conosciuto questa pratica. A dirla tutta, questa è stata una delle ragioni per cui abbiamo spostato l’azione nel 1860. Se avessimo mantenuto l’ambientazione nel 1812 l’ipnosi sarebbe davvero stata improponibile.

Per finire, sono ovviamente contento dei risultati dell’auditel, ma non mi baso su quelli quando dico che, leggendo i vari blog, ho avuto la sensazione che la nostra baronessa sia stata apprezzata. Certo, quelli a cui non è piaciuta magari non si prendono nemmeno la briga di intervenire. Ma se devo basarmi sui giudizi del “popolo della rete”… beh, non ho davvvero di che lamentarmi troppo.

Saluti e abbracci a tutti voi

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VAGASILVIO 16 ottobre 2007 21:26
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Amici.. Sono molto contento, perchè grazie a questa discussione, generata, dal “remake” di uno sceneggiato televisivo, come la Baronessa di Carini, e grazie anche al potente mezzo internet, ci si può confrontare democraticamente, su idee e posizioni magari diverse.

I miei complimenti a Lorenzo Favella, sceneggiatore insieme ad Anna Samuele, della fiction “incriminata” per essersi messo a disposizione, confrontandosi con gli utenti di questa discussione. Alcuni spunti, del “remake”, comunque sono geniali, come il ritrovamento delle lettere, che altrimenti non avrebbero potuto giustificare la discendenza di Luca Corbara con la dinastia del Vernagallo…

Ma, quello che sottolinea Giorgia, è, il perchè stravolgere la vera essenza di una storia (d’accordo totalmente inventata), e la leggenda,(leggenda vera nel ricordo e nella tradizione popolare)che ha ispirato la stessa, con il finale a lieto fine?

Allora, avrebbe, molto probabilmente, avuto un senso, se fosse stata la continuazione dello sceneggiato di Daniele D’Anza del 1975, e non il “remake”. Allora, l’happy end, avrebbe giustificato a pieni voti, il tanto reclamato, “…DOPO 300 ANNI SI CONCLUDE LA LEGGENDA”, che lo spot televisivo ha enfatizzato!!!!

Per quanto riguarda, l’affermazione del Favella: “…devo dire che la maggioranza degli interventi è in favore di questa nuova versione…”, ma è naturale, pochi conoscono la versione del 1975, non è stata mai ritrasmessa sul circuito nazionale, tranne noi che teniamo questa discussione e gli over 40tenni, tutti gli altri hanno visto per la prima volta un prodotto nuovo, ma soprattutto, molti hanno tifato per i loro beniamini attori che in questo momento sono in voga!!! Quindi, non il “remake”, poteva essere “La baronessa di Carini”, sottotitolo, La fine di una leggenda. Saluti a tutti!!!!

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Ponchia 17 ottobre 2007 10:47
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Una giornata particolarmente impegnativa mi ha tenuta lontana ieri… con sommo dispiacere visto come è continuato questo confronto.

Sono altrettanto onorata della presenza di Favella e non mi aspettavo tanto..
MA.. :-) non me ne voglia..(come avrà letto io sostengo lo “zoccolo duro”) non ha risposto a mio parere in modo esauriente ai perchè di Giorgia..ha parlato di libertà..di scelta..e di ottimi ascolti..

Non mi ripeterò perchè tutto ciò che avrei voluto dire l’ha scritto VAGASILVIO (e Giorgia in precedenza) ma..
siete davvero certi che non avreste ottenuto il doppio del successo mantenendo integra la versione del 1975 incorporando così non solo coloro che seguono i reality o comprano gli album di figurine ma anche chi ha superato gli anta e non ha modo di accedere ai blog?

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VAGASILVIO 17 ottobre 2007 11:37
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AMICI!!! L’ultimo mio intervento che ho postato, non ha tenuto conto del secondo intervento del disponibilissimo e simpaticissimo Lorenzo Favella (stavo scrivendo il mio intervento), grazie a lui, questo blog di discussione si pone tra i blog più “accreditati” a poter discutere con una certa competenza l’argomento in questione. Voglio dire in parole povere qui si trovano persone che veramente possono dire la loro, senza cadere nella semplice banalità, o presa di posizione a tutti i costi.

Infatti, mi sono fatto un giro in rete andando a scovare diversi blog che hanno in atto la discussione, vi posso assiurare che questo è l’unico, e mi ripeto, che discute proprio l’argomento. Ecco, forse il perchè del nobilissimo intervento di Lorenzo Favella a partecipare e confrontarsi al nostro forum e noi siamo onorati di questo.

Nelle discussioni degli altri forum, la tendenza, per la maggior parte è sempre la stessa, la critica sulla scelta del finale a lieto fine, la ballata della Baronessa, non enfatizzata… Altri blog si limitano essenzialmente ad elogiare o criticare i vari interpreti dei personaggi, e quelli che elogiano la fiction, dichiarano di non aver mai visto lo sceneggiato oroginale del 1975. Tutto questo lo potete verificare, non dico fesserie.

L’ultimo intervento del Favella, è un vero atto di confessione: “…L’importante è che questo nuovo finale sia motivato da una nuova concatenazione di eventi. E nel fare un remake questa è una libertà che non vedo assolutamente perché un autore non dovrebbe cogliere.”…..segue dicendo: “…E allora perché mai noi ci dovremmo sentire necessariamente legati mani e piedi a quella versione?”.

BENISSIMO!! Ma allora perchè avete usato, il soggetto originale di Lucio Mandarà, usando in toto i personaggi principali, il dramma del marito geloso, la connessione dei Beati Paoli nella vicenda a fine di riscattare la morte di Nele Carnazza e non solo…. Certo, per voi è stato molto più facile, “contaminare” la vecchia versione con nuovi spunti e nuove idee di racconto per avere al più presto una sceneggiatura finita. Ma se si dice: “…..perché mai noi ci dovremmo sentire necessariamente legati mani e piedi a quella versione?”, io rispondo: “potevate benissimo inventarvi di sana pianta una nuova versione, tutta vostra con questo lieto finale”, allora eravate legittimati a dire:”…L’importante è che questo nuovo finale sia motivato da una nuova concatenazione di eventi…”, così, potevate difendere a spada tratta il vostro lieto finale, nessuno avrebbe potuto criticarla.

Tengo a precisare, che per me il lieto fine non mi scandalizza, se il “TARGET” degli ascoltatori preferisce le storie a lieto fine che ben vengano. Io, come tantissimi altri, critico, l’aver stravolto un soggetto, appunto quello di Lucio Mandarà, considerato tra i migliori in assoluto della televisione italiana,non solo ha fatto scuola, ma ha anche segnato l’inizio di un nuovo modo di sceneggiare e di produrre, infatti per la prima volta le telecamere riprendevao in esterno, un fatto epocale.

Inoltre, e concludo, voglio elogiare il lavoro, svolto da Anna Samueli, e da Lorenzo Favella, nell’attuale panorama televisivo italiano. I più importanti sceneggiati degli ultimi anni della RAI portano la loro firma, anche l’attesissimo remake di Guerra e Pace porta la firma di Lorenzo Favella. Sono convinto, che oggi, il mestiere di sceneggiatore soggettista è molto difficile, perchè ci si trova contemporaneamente a lavorare su diverse sceneggiature, e la richiesta è sempre più incalzante, la concorrenza di mercato in questo settore è spietata!!

Voglio, augurare di cuore, un in bocca al lupo ad entrambi per le “nuove storie” che ci farete gustare. Saluti a tutti!!!

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Giorgia Iovane
Giorgia 17 ottobre 2007 11:59
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A rischio di diventare noiosa, ringrazio ancora Lorenzo Favella per essere intervenuto. Non capita spesso che un autore si metta in discussione con dei “semplici” telespettatori (perdonatemi Ponchia e Vagasilvio) e con una blogger un po’ rognosa (:-) lo ammetto, so’ rognosa). Di fatto il nostro accoramento (parlo per me, ma immagino che gli altri lettori saranno d’accordo) dimostra quanto si sia ancora legati alla televisione e ai suoi contenuti, alle sue storie, alla sua potenza immaginifica, al suo valore narrativo, considerandolo assoluto. Non riusciremo, purtroppo e per fortuna, ad addivenire ad un “accordo”, la differenza è il sale della vita. Del resto io parlo da una prospettiva tendenzialmente più comoda, chi guarda, rispetto a quella di “chi fa” e mi riconosco un atteggiamento “integralista” nei confronti di alcune regole che considero basilari, e non posso che ribadire la sacralità del finale (chi nasce tondo…). Devo ammettere anche che l’intervento di Lorenzo (:-) mi sia concesso l’uso del nome proprio) mi ha fatto ricredere su alcuni aspetti, colpevolmente pregiudizievoli, che riguardano il mondo “autoriale”. La passione con cui Favella parla della sua Baronessa attenua alcuni miei accenti, me ne rendo conto, perché entra in gioco immediatamente il rispetto per il lavoro fatto, indipendentemente dal “gradimento” che esso può aver riscontrato presso il pubblico (sia quello entusiasta che quello più critico).

In poche parole resto sulle mie posizioni che, ricordo, travalicano La Baronessa ed entrano proprio nel merito di quella “libertà” che, forse con toni dittatoriali, non riconosco. O meglio, non posso non riconoscerla così come mi viene posta, non posso certo ergermi a censore della libertà artistica, ma mi perplime. Pertanto è legittimo cambiare le cose, e farlo con la coerenza che sicuramente la Baronessa esprime, nelle ambientazioni, nei costumi, nelle scelte narrative, nella definizione dei personaggi (un po’ meno nelle scelte tecniche degli effetti di montaggio, a mio avviso, che stridono un tantino ma è un peccato veniale, con le atmosfere create dalla scrittura). Il mio “problema” è che parto da una prospettiva traduttiva, perché penso che i remake appartengano al vario campo della traduzione: si parte da un testo e lo si traduce in immagini, si parte da una miniserie di 30/40 anni fa per “tradurla” in una forma audiovisiva più consona all’epoca in cui vive il pubblico (in traduttologia si parla in questo caso di versioni target-oriented), in linea con lo “spirito del tempo”. Così come ci sono versioni source-oriented. E’ successo con i grandi classici. Evidentemente il linguaggio fictional contemporaneo è diverso da quello della paleotv. E gli happy end fanno parte di questo nuovo linguaggio.

Con questo concludo, e ringrazio ancora Falvella per la sua squisita disponibilità. A lui non posso non domandare se stia lavorando a qualche altra fiction. So che dopo una discussione del genere la mia domanda può sembrare una “chiamata alle armi” :-) . Non è così, garantisco. Qui emerge la mia curiosità per i progetti non ancora pubblicizzati e soprattutto per le procedure del lavoro creativo. Spero, inoltre, che sia inutile invitarlo a prendere parte alle nostre future discussioni, e non solo per i lavori in cui è direttamente coinvolto. La sua disponibilità mi fa sperare di poter avere ancora con noi la sua “voce”, la sua opinione dal punto di vista dell’autore. Gli sono sinceramente grata per aver arricchito la nostra discussione e spero che non ci abbandoni :-) .

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Ponchia 17 ottobre 2007 13:12
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Non semplice.. semplicissima.. :-)
Mi unisco al tuo appello e spero anche io non abbandoni questo blog perchè è bello avere delle domande.. ma ancor di più delle risposte.

Alla prossima fiction..

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VAGASILVIO 17 ottobre 2007 14:37
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Amici!! Sapete qual’è la verità? Non si riesce ad avere sceneggiarture con storie nuove ed originali, o, forse, si ha paura di metterle in scena, perchè è meglio puntare sul sicuro. Si preferisce puntare su personaggi famosi, santi, fatti storici, storie di cronaca, remake di grandi film, e capi mafiosi, questo è il quadro della situazione.

Io, sono convinto, che bravi sceneggiatori come Anna Samueli e Lorenzo Favella e tanti altri, avranno nel loro cassetto, storie sicuramente originali ed avvincenti. Ma, ritorniamo a dire, e ne sono più che convinto, che i produttori e chi programma i palinsesti televisivi vogliono andare sul sicuro. D’altronde gli investimenti per un set di fiction sono enormi, pensate che per le riprse de “Il Capo dei Capi”, che andrà in onda su canale 5 la prossima settimana, le unità di ripresa erano due, con due registi ed altrettanto staff tecnico.

Ho avuto modo, di collaborare alle riprese della fiction con l’unità del Regista Enzo Monteleone. Pensate, più di tre mesi di riprese per tre puntate, tutte girate in Sicilia nel Ragusano, la mia terra!! Sono stato diverse volte sul set di ripresa, con gli attori il regista e lo staff tecnico. Sicuramente mi invidierete!!! Ma vi dico di più, ho fatto un reportage fotografico del set e di alcuni attori principali, volete un nome.. Daniele Liotti, Simona Cavallari, Massimo Venturiello e tanti altri!!! Insomma Affilate i coltelli, ne avremo di materiale da commentare.

Dovete sapere che la provincia di Ragusa da un bel po ti tempo è diventata la location ideale di alcuni grandi e fortunate fiction, vedi “Il Commissario Montalbano”, “l’Ultimo dei Corlionesi” per non parlare di produzioni cinematografiche non ultima, “Viaggio Segrteto” di Roberto Andò. Di tutte queste produzioni e di tante altre anche passate, ho del materiale fotografico inedito!!! Rinnovo a tutti i miei saluti, per la cronaca, domani vado a trovare il maestro Lucio Mandarà. Goodby!!

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Anonimo 17 ottobre 2007 17:42
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AMICI!! Vi segnalo l’interessante critica opinionistica di Giovanni De Stefano su L’opinione.it dal titolo: A Carini va in scena lo Stanislavskij invertito. Questo è l’indirizzo: http://www.opinione.it/pages.php?dir=naz&act=art&edi=225&id_art=6990&aa=2007
Non perdetevelo!!!

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Anonimo 17 ottobre 2007 18:03
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Nello stesso sito, vi segnalo un altro interessante articolo di Lucilla Bicocchi dal titolo: Donne e anziani lanciano la Baronessa, questo è il link: http://www.opinione.it/pages.php?dir=naz&act=art&edi=225&id_art=6991&aa=2007

Insomma, si premiano gli indici d’ascolto, è va bene, è un dato di fatto, ma, a poco a poco la verità viene a galla. Un conto sono gli indici d’ascolto(bisognava vederlo per dare un parere o un’opinione), tutt’alrto conto il parere favorevole al remake con il lieto fine…. O NO?

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Anonimo 18 ottobre 2007 11:55
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Amici la mia affermazione: “Non si riesce ad avere sceneggiature con storie nuove ed originali, o, forse, si ha paura di metterle in scena, perchè è meglio puntare sul sicuro.” viene ripresa da un interessante ed oculato articolo di Francesco Lener, sempre su l’Opinione.it http://www.opinione.it/pages.php?dir=naz&act=art&edi=225&id_art=6987 a proposito del tanto enfatizzato sceneggiato (come il più grande “KOLOSSAL”RAI degli ultimi anni), GUERRA E PACE…

Francesco Lener dice: “….le direttive sulla fiction sono tutte affidate agli apparati, sia alla Rai che a Mediaset, ma sono apparati burocratici, che non stimolano la creatività….” questo riconferma e rafforza quanto, il maestro Lucio Mandarà, mi aveva detto a proposito del perchè del lieto fine… CARTA CANTA!!!!!! Fatevi sentire AMICI…….

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Anonimo 18 ottobre 2007 12:07
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Una fiction d’altri tempi
La Rai ormai si rifugia solo su soggetti stranoti. Stefano Munafò: “Manca il coraggio di innovare il linguaggio”
di Francesco Lener CLICCA QUI: http://www.opinione.it/pages.php?dir=naz&act=art&edi=225&id_art=6987

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Giorgia 18 ottobre 2007 12:51
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sono lieta che il dibattito si estenda, ma vorrei pregare i lettori/commentatori di non eccedere nel linkare pagine di altri siti. nello specifico ci sono ben 4 link ad uno stesso sito! Credo che tutti abbiano capito che tratta argomenti inerenti alla nostra discussione, non c’è bisogno, credo, di linkarlo tante volte, eh Vagasilvio, che ne dici? ;-) Non ne abbiate a male, ma a questo punto si dovrebbero linkare tutti i post di internet che trattano dello stesso argomento magari con posizioni diverse. Non mi piace la parzialità, mi piace discutere con chi ha idee diverse, pur difendendo le mia, non rendere questi articoli un attacco all’industria fictional. Perdonatemi, ma la penso così. Grazie a tutti.

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VAGASILVIO 18 ottobre 2007 13:53
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:-( ………….. Ho solo cercato di rafforzare con altri pareri autorevoli, il pensiero che accomuna la nostra discussione, tutto qua!!

Scusate se ho calcato troppo la mano, ma volevo dare altri contributi esterni per arricchire la nostra discussione, non vorrei essere definito come un “terrorista” della fiction moderna.

Scusate, inoltre, se i miei post erano anonimi, ma non mi sono accorto di non averli firmati, cmq, si è capito benissimo di chi fossero… Saluti a tutti!!!

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Dom 21 ottobre 2007 13:12
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saluti a tutti.
è la mia prima volta qui. diciamo che sono uno spettatore molto molto occasionale di fiction, ma ho fatto, come tanti, un’eccezione la settimana scorsa spinto dai ricordi (e da una ri-visione dell’originale) e devo esprimere la mia delusione. dico subito che personalmente ho trovato buoni la puccini (meno bella, ma più brava dell’Agren) e buzzanca. il resto un disastro, forse lo specchio della nostra italia, incapace di accettare la realtà e ansiosa di rifugiarsi nel magico e nella fantasia.
secondo me la forza dell’edizione del 75 era nel suo spietato realismo: il male vinceva sul bene e gli eventi erano spinti da bieche questioni di interessi e potere. l’ intelligenza dell’impianto anzi era proprio quella di far pensare che la vicenda fosse mossa da amore, forze soprannaturali, reincarnazione, ideali anarcolibertari, per poi svelare alla fine che niente di tutto questo era, almeno del tutto, vero.
l’eroe si scopre mosso dalla voglia di recuperare il feudo più che dall’amore per la baronessa; non c’è nessuna reincarnazione, ma solo suggestioni generate da, diciamolo, un pò di ignoranza che, non a caso, non contagia gli uomini di potere abili invece ad usarle cinicamente contro chi abbocca; persino il capo dei beati paoli non sogna davvero la rivoluzione e la giustizia ma l’eredità di don mariano d’agrua.
insomma che grande messaggio educativo al pubblico dell’epoca: diffidate di leggende, amori, magie, rivoluzionari e fantasmi, alla fine è solo una questione di soldi.
una verità troppo dura per il pubblico di oggi. meglio lasciarli a sognare di amore eterno, ipnosi regressiva, magia, reincarnazione e rivoluzionari in buona fede.

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Giovanni de Stefano 25 ottobre 2007 18:19
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Non potete capire quando invece rende felice me vedere linkato quattro volte il sito del giornale su un blog che non precede tvblog sul mio feed reader solo per motivi cronologici, ormai.

Complimenti davvero.

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Giorgia Iovane
Giorgia 27 ottobre 2007 01:06
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Grazie davvero Giovanni per i complimenti. E contraccambio sinceramente (ormai sei nei miei “preferiti”, se ti può interessare :(
Credimi, non è stata certo una questione “personale”, solo un modo per frenare una tendenza che sarebbe potuta diventare poco gestibile. Se ti interssa domani esce la prima parte di un’intervista a favella, che è intervenuto per la baronessa. Sai dove trovarci ;-)

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Anonimo 8 novembre 2007 09:35
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Buongiorno a tutti, ecco il mio commento:

La tristezza di questo remake risiede principalmente nella pochezza di idee che circondano gli sceneggiatori fidati della rai.
Ormai le fiction sono di moda, cosi hanno o sono stati costretti, ha scopiazzare l’idea e la sceneggiatura originale messa in scena da un grande regista, qual’è Daniele D’anza e hanno spruzzato dentro qualche novità, con un lieto fine che era inevitabile inserire, in quanto il pubblico medio degli spettatori italiani nel caso di un finale cupo e mortale non avrebbe potuto prendere sonno la notte.
Secondo me è una mancanza di rispetto non tanto verso il pubblico, ma verso chi ha realizzato la versione originale.
Non si può presentare un remake di un film al quale aveva partecipato VERI attori (del vecchio sceneggiato erano tutti formidabili!!!) che vantano nel loro curriculum personale partecipazioni al grande fratello o robaccie simili.
E ci credo poi che questo remake abbia conquistato moltissimi ascolti…
Anche io se prendo due attori come Luca Argentero e quell’altra salma (senza offesa, è il mio pensiero) di cui non ricordo nemmeno il nome e faccio un documentario sulle formiche conquisterò gli ascolti poichè il pubblico italiano non richiede un ottima sceneggiatura ma dei primi piani sui visi degli attori “famosi” con faccie pulite che tranquillizzano e ti fanno dormire la notte senza pensieri.
Però a me, gli incubi, li fanno venire la recitazione di questi attori OGGI tanto in voga .
Concludo dicendo che non ce l’ho tanto con chi ha contribuito alla realizzazione del remake ma con le menti vuote, con chi guarda la tv sperando che non debba concentrarsi troppo per comprendere la trama, con gli spettatori che ormai hanno perso ogni dignita’.

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VAGASILVIO 18 marzo 2009 01:03
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VOLEVO INFORMARE, QUANTI L’ABBIANO CONOSCIUTO O APPREZZATO COME STRAORDINARIO SCENEGGIATORE E SOGGETTISTA RAI,CHE IL 16 MARZO 2009 SI E’ SPENTO A ROMA TRA GLI AFFETTI DEI SUOI CARI, IL MAESTRO LUCIO MANDARA’, CON LUI LA SUA INESAUSTA E PROLIFERA MENTE.

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