L’autunno caldo di PierFrancesco Favino

L’autunno caldo di PierFrancesco Favino

Pierfrancesco Favino parla di Narnia 2 e della prossima miniserie per RaiUno, Pane e Libertà

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    Al GFF per presentare Le Cronache di Narnia – Il Principe Caspian (proiettato domani in anteprima al Festival), PierFrancesco Favino ha parlato del suo autunno caldo al cinema e in tv. Una definizione non causale, visto che in autunno sarà sul piccolo schermo con Pane e Libertà, miniserie per RaiUno con la regia di Alberto Negrin, dove interpreterà Giuseppe Di Vittorio, padre del sindacalismo italiano. “Un ruolo non ideologico” ha tenuto a precisare Favino “anche perché l’ideologia cieca è uno dei mali della nostra società“.

    Un anno di lavoro in uscita tra estate ed autunno: questo il denso 2008 di PierFrancesco Favino, dal 14 agosto nei cinema con Le Cronache di Narnia – Il Principe Caspian (di cui è protagonista con Sergio Castellitto e presentato domani in anteprima al GFF, poi tra settembre e ottobre in giro per festival e sale con Miracolo a Sant’Anna, di Spike Lee (a settembre al Toronto Film Festival) e con L’Uomo che Ama accanto a Monica Bellucci con la regia di Maria Sole Tognazzi.

    Versatile, affascinante e disponibile, PierFrancesco Favino si è però dilungato con passione sulla miniserie Pane e Libertà, su RaiUno in autunno, fiction incentrata sulla figura di Giuseppe Di Vittorio, padre del sindacalismo italiano. “Non è un’operazione nostalgica quella portata in tv – detto Favino – non è un modo per dire che negli ’50 si ‘stava meglio’, ma è un’operazione che definirei ‘civile‘. Di Vittorio incarna quello che noi verremmo dalla politica, rappresenta il paradigma della politica che nasce dal reale bisogno degli individui“.
    Sinceramente ‘innamorato’ del suo personaggio ha cercato di ricostruirlo attraverso i pochi materiali video conservati nell’archivio dei sindacati. “Di Vittorio non era certo un personaggio mondano, da qui la difficoltà di recuperare materiali, ma un uomo per il quale era difficile scindere la vita politica da quella personale. Aveva 8 anni quando ha partecipato al suo primo sciopero, in un’epoca in cui scioperare era reato. Per cosa si combatteva? Per una goccia d’olio in più sul pane bagnato, il pranzo degli operai. Spero che la miniserie riesca a far aprire gli occhi alla gente, ma non in mome di un’ideologia, non per polemica. Anzi uno dei grandi mali della società è proprio l’ideologia, intesa come pensiero imposto, come ostacolo a guardare le cose con il proprio sguardo”.

    Questa ‘ideologia malata‘ riecheggia anche nella scrittura cinematografica e televisiva di oggi. Il paragone con l’ultimo lavoro di Spike Lee è immediato: “Nel suo ultimo film, incentrato sulla lotta partigiana in Garfagnana, il mio personaggio, capo della resistenza, ad un certo punto si domanda ‘Davanti a Dio i fascisti appariranno meglio o peggio di noi?‘. Ecco, non credo che questa battuta troverebbe mai spazio in un nostro film o in una nostra fiction”. Del resto Favino si lascia andare ad una serie di considerazioni sulle differenze tra produzione audiovisiva italiana e americana: “Le produzioni Usa mettono gli attori in condizione di fare il proprio lavoro, qui ci si basa sul talento dell’interprete e sulla sua buona volontà.

    C’è troppa approssimazione. Non mi avrebbero mai messo su un cavallo con una spada di 3 kg senza un’adeguata preparazione, qui invece quando ho girato Bartali ho fatto tutto da solo: ho studiato i materiali d’archivio, mi sono allenato in bici per prendere il suo passo, ma come fosse un’iniziativa personale”. E anche da Favino arriva una steccata alla tv e al sistema cinematografico italiano: “Il talento non basta, ci vuole un’organizzazione seria alle spalle, altrimenti non c’è crescita. Senza un sistema adeguato cosa diventerà la recitazione, cosa diventerà il giornalismo, cosa la ricerca universitaria. Preparare tutto con minuzia è un segno di rispetto per il pubblico ancor prima che per l’attore”.

    Ma la lezione che arriva da PierFrancesco Favino ai giurati del GFF è ancora più diretta: “Finchè non ci libereremo dei modi di pensare preconfezionati non potremo mai crescere. Dobbiamo imparare a guardare le cose in maniera autonoma e dobbiamo ritrovare le emozioni. A 40 anni dal ’68 sarebbe questa la vera rivoluzione da fare, una rivoluzione emozionale. Ma ormai tutti ci considerano, e ormai lo facciamo anche noi, solo dei consumatori”.
    Insomma il ‘maestro’ Favino si inserisce nella scia degli ospiti finora giunti al Giffoni Film Festival: aprire gli occhi è l’unico modo per crescere davvero.

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