Intervista a Lorenzo Favella, sceneggiatore di Guerra e Pace

Intervista a Lorenzo Favella, sceneggiatore di Guerra e Pace

Intervista esclusiva con Lorenzo Favella

    Guerra e Pace il gran ballo

    Come annunciato, incontriamo stasera Lorenzo Favella, sceneggiatore di Guerra e Pace, la miniserie kolossal della Rai che torna domani alle 21.30 su RaiUno con la terza puntata. Una lunga e piacevole intervista (che continua domani, alla stessa ora) per scoprire il dietro le quinte della produzione fictional italiana e per esplorare i meccanismi della scrittura televisiva. Un’occasione davvero imperdibile per gli appassionati di fiction, in esclusiva per Televisionando.

    Credo sia d’obbligo iniziare questa chiacchierata ricordando la tua provenienza cinematografica – dalla collaborazione con Ferdinando Vicentini Orgnani (Mare Largo e Hannover) ad Arrivederci, amore ciao – e soprattutto la tua attività televisiva. Hai lavorato molto nella “scrittura industriale”, come story editor per Un Posto al Sole, Vivere e La Squadra, titoli cardine della lunga serialità, per approdare poi alle miniserie, affrontando un genere particolarmente ostico come la trasposizione letteraria. Due tipi di scrittura molto diversi: quanto e come cambiano le procedure di lavoro e l’approccio alla scrittura? E quanto c’è della tua esperienza nella lunga serialità nelle miniserie di ispirazione letteraria?

    Cercherò di risponderti facendo un breve riassunto della mia vita professionale. Tutto è cominciato con il Centro Sperimentale. Nel 1990 ho superato l’esame di ammissione e ho lasciato il mio paesello su in Emilia per trasferirmi a Roma. La cosa più importante, al di là dei due anni di scuola, è stato ritrovarsi tra coetanei che condividevano le mie stesse aspirazioni. Senza un contesto simile sarebbe stato molto più difficile, forse impossibile, muovere i primi passi.
    Con Ferdinando, mio compagno al centro, è nata subito una collaborazione che poi ha portato alla realizzazione di Mare Largo. Il film, uscito nel giugno del 1998 – in concomitanza con i mondiali di calcio giocati in Francia (sic!) – è stato purtroppo un flop totale…

    Scusa se ti interrompo, ma è stato selezionato in diversi festival come uno dei migliori esordi del 1998…

    Anch’io l’ho rivisto di recente e ritengo non fosse affatto male, ma si sa come vanno le cose con il cinema italiano e la sua distribuzione. E se da un lato non ho mai abbandonato l’idea di lavorare per il grande schermo, la televisione si è via via imposta come una necessità per poter sbarcare il lunario, pagare l’affitto, diventato poi mutuo, ecc ecc…
    La scrittura industriale, soprattutto per quel che riguarda le soap, era quanto di più distante da ciò che amavo o pensavo di fare. Ma tant’è, superato un colloquio di lavoro, sono finito a lavorare per un anno a Napoli, a Un Posto al Sole. Il mio conto corrente ne aveva davvero bisogno, ve lo assicuro. Da lì, è stato come entrare in un meccanismo che davvero non avevo ipotizzato, per cui si sono via via succeduti Vivere e La Squadra.
    La differenza fondamentale rispetto a ciò che avevo scritto, o tentato di scrivere, fino a quel momento è stata quella di ritrovarmi a lavorare “su commissione”, se così si può dire. Se fino ad allora ricercavo storie che potessero suscitare il mio personale interesse, da quel momento ho imparato a scrivere cose che non necessariamente mi appartenevano o collimavano con il mio gusto, talvolta all’interno di progetti cui magari ho contribuito anche in modo rilevante… Questo non vuol dire che io abbia lavorato con “la mano sinistra”, come si dice in gergo. Ma di certo è stata una “rivoluzione culturale” abbastanza netta. Detto questo, non voglio prendere le distanze da quei prodotti. Sono stati una palestra importante. Ma fin dall’inizio, sapevo che non avrei potuto resistere a lungo all’interno di quel genere di strutture narrative.
    La Squadra merita però un discorso a parte. Si è trattato del primo prototipo di poliziesco seriale e riguardava un genere che mi è sempre piaciuto. Anche il taglio narrativo, il più possibile vicino alla realtà di un commissariato di polizia, era ciò che volevo fare. Supervisionare e scrivere la prima serie di 26 puntate da 100’ nell’arco di soli sei, sette mesi – assieme a un ristretto gruppo di colleghi – è stato qualcosa di folle, ma che alla fine mi ha davvero insegnato molto.
    Ora, se penso a Guerra e Pace, la differenza principale sta soprattutto nel tempo a disposizione. La scrittura industriale non ti permette di andare tanto per il sottile. Devi consegnare pagine su pagine di sceneggiatura e spesso è già tanto se porti a casa qualcosa di coerente da un punto di vista narrativo. Spazio per riflettere ce n’è davvero poco. Detto questo, l’esperienza che mi sono fatto nella gestione di una coralità di personaggi - che è alla base dei prodotti seriali – ha finito per aiutarmi anche nell’adattamento del romanzo di Tolstoj.

    Guerra e Pace scena di gruppo

    Dopo La Baronessa di Cariniremake di uno sceneggiato cult più che trasposizione letteraria tout court – è venuto il turno di un “mostro” sacro come Tolstoj, trasposto in quella che viene definita la più grande coproduzione Rai degli ultimi 15 anni. Una bella responsabilità, non c’è che dire, divisa con Enrico Medioli e Gavin Scott. La domanda è banale, ma inevitabile: quali sono state le “chiavi” attraverso cui hai selezionato il materiale narrativo, quali le priorità intorno cui è stata poi costruita la trasposizione?

    Guerra e Pace è un romanzo “mostruoso”, pieno zeppo di personaggi, situazioni, rivoli narrativi, riflessioni storico-filosofiche… chi l’ha letto sa cosa intendo. Personalmente, credo che l’unico modo per trovare una via, all’interno di quella mole immensa di materiale, stia nel seguire i personaggi. In primis, i tre principali: Natasha, Andrej e Pierre. Ma subito dopo anche Hélène, Marja, Nikolaj, ecc. E’ a partire dai loro percorsi che abbiamo sviluppato la sceneggiatura. C’è da dire una cosa, però. Tolstoj scrive il suo romanzo prima dell’invenzione del cinematografo ed è quindi del tutto estraneo alla contaminazione che quel mezzo ha poi avuto sulla letteratura. Vi sono all’interno di Guerra e Pace delle scene imprescindibili, che tutto sommato è anche facile tradurre in immagini, ma il modo in cui Tolstoj vi arriva è, spesso, assai poco “visivo”. La sua capacità di investigare le contraddizioni dell’animo umano ha qualcosa di straordinario, ma riguarda appunto la sfera dell’introspezione. Per questo motivo abbiamo dovuto cercare dei correlativi oggettivi, mettendo cioè in scena quelle che spesso erano solo emozioni, pensieri, riflessioni, su questo o quel personaggio. Alla fine, penso sia principalmente questa la “chiave”: nel rispettare l’essenza dei personaggi, pur inventandosi scene nuove, credo si possa mantenere quella che sento spesso definire “fedeltà allo spirito del romanzo”.

    Quanto tempo ci è voluto per arrivare alla stesura definitiva della sceneggiatura?

    In tutto abbiamo lavorato due anni, a partire da scalette e trattamenti, per poi arrivare a quattro diverse stesure della sceneggiatura, come richiestoci da contratto. Ma bisogna dire che tra la consegna di una stesura e l’altra passavano parecchie settimane, a volte mesi. Questi lunghi intervalli credo siano stati dovuti al fatto che, parallelamente alla nostra scrittura, la produzione stava cercando di mettere assieme il budget di tutta l’operazione.

    La Lux Vide, commissionandoti Guerra e Pace, ti ha dato dei vincoli di budget in fase di scrittura? Oppure ha lasciato spazio per poi eventualmente tagliare in fase di ripresa?

    In televisione stanno molto attenti a non sforare con i costi, quindi è raro che venga girata una sequenza, soprattutto se costosa, per poi tagliarla in fase di montaggio. Di solito si interviene in sceneggiatura.

    Ora, non è che abbiamo ricevuto indicazioni precise in merito al budget. Ma quando abbiamo cominciato a scrivere davvero non si sapeva quanti paesi sarebbero stati coinvolti nella produzione e di conseguenza c’era una certa apprensione riguardo le scene di guerra. Faccio un esempio pratico. Nella prima puntata, la scena del “battesimo del fuoco” di Nikolaj, con il ponte che esplode, rischiava di essere eliminata se il budget si fosse rivelato più limitato di quanto poi è stato…

    Guerra e Pace il battesimo del fuoco di Nicolaj

    Una curiosità: come si fa a scrivere a sei mani? C’è una divisione del lavoro? Qual è stato il contributo di Gavin Scott?

    In realtà abbiamo scritto a quattro mani: io ed Enrico Medioli. Gavin Scott, che non abbiamo mai avuto il piacere di incontrare, è stato assunto in seguito per adattare i dialoghi in inglese.
    Posso quindi parlare solo del nostro lavoro, che immagino simile al modo in cui tutti gli sceneggiatori collaborano fra loro. Si elaborano assieme le scalette e poi ci si divide le puntate quando arriva il momento di scrivere le stesure vere e proprie. Per poi rivedere, modificare e talvolta riscrivere certe scene, nuovamente assieme. E’ uno scambio costante di suggerimenti, idee, interventi… al punto che, a distanza di tempo, mi riesce spesso difficile dire a chi dei due appartenga questa o quella idea di sceneggiatura.

    A tal proposito, sembra che il destino sia una chiave narrativa che accomuna – so che è un azzardo – La Baronessa e Guerra e Pace. Sei d’accordo? Come si declina il senso del destino tolstojano nella versione tv?

    Beh, siamo davanti a due idee di destino parecchio diverse. La Baronessa di Carini è una sorta di racconto gotico, il destino sta addirittura nella reincarnazione dei due amanti del cinquecento. Ci muoviamo insomma all’interno di una dimensione soprannaturale. Con Guerra e Pace il discorso è totalmente diverso. Qui vengono raccontate delle vite, nel loro scorrere, e non mi sento di parlare tanto di destino, quanto piuttosto di scelte umane e di ciò che queste comportano.
    C’è soprattutto un aspetto del romanzo di Tolstoj che mi sta particolarmente a cuore e che spero possa emergere anche dal nostro adattamento. Mi sembra che lo scrittore russo, attraverso la sua narrazione, arrivi a suggerire come sia possibile migliorare e imparare dagli errori che commettiamo. C’è insomma un ottimismo nei riguardi della natura umana che, tanto per fare un esempio, è assai meno riscontrabile in Dostoevskij, per non parlare della narrativa del novecento. In questo, sono d’accordo con chi dice che Tolstoj è stato l’ultimo scrittore profeta. Era come se con questo romanzo volesse indicare una via a tutti noi. E devo dire che per me Guerra e Pace è ormai diventato qualcosa di molto simile a una sorta di bibbia laica. All’interno, vi trovo tutta una serie di “parabole” che mi aiutano ad analizzare il mondo e gli esseri che lo abitano. So di non essere il primo e di certo non sarò l’ultimo ad aver maturato un rapporto così intimo e profondo con questo romanzo. Ogni volta che lo apri, scopri qualcosa che magari ti era sfuggito. Va letto più volte nella vita, in diverse stagioni della propria esistenza. E se il nostro sceneggiato, come ho sentito dire, ha fatto aumentare le vendite in libreria, beh… sono contento di avere dato il mio piccolo contributo all’umanità. :-)

    Beh, su Corriere.tv Aldo Grasso ha dichiarato che “questo Guerra e Pace invita a seguire lo sceneggiato come se tu stessi leggendo il libro, per assolverti dalla preoccupazione di doverlo leggere… E’ forse la prima volta che uno sceneggiato riesce a colmare questa sorta di alibi culturale”. Cosa ne pensi?

    Mi pare di capire, dietro questa affermazione, che evidentemente il film cammina sulle proprie gambe, cosa affatto scontata quando ci si misura con un capolavoro del genere. E visto che questo era un obiettivo che mi ero prefissato nello scrivere la sceneggiatura, fa piacere sentirselo dire. Personalmente, e forse un po’ sfrontatamente, ho sempre mirato a realizzare un film che avesse una sua autonomia e che non fosse semplicemente un adattamento fedele del testo letterario. Si tratta di un problema non facile da risolvere, tanto che la versione di Bondarciuk del 1967 – pur giustamente lodata da molti – aveva secondo me dei difetti da questo punto di vista. Molte scene di quel film, infatti, risultavano non del tutto giustificate o comprensibili, sullo schermo, se non avendo già letto il romanzo. A questo proposito, posso citare un aneddoto che mi venne raccontato da un’amica di Mosca, dove mi ero recato a scrivere la prima stesura della sceneggiatura. Pare che alla fine della prima proiezione del film, Bondarciuk abbia chiesto a un suo carissimo amico: “Allora che te ne pare?” Al che l’amico rispose: “Il film non è male, è il libro ad essere un po’ così così”. Verità o leggenda che sia, lo trovo un aneddoto divertente e per certi versi illuminante.

    Davvero sei stato a Mosca per scrivere la sceneggiatura? Ti è stato richiesto dalla produzione?

    No. È stato un mio scrupolo, o forse è più giusto definirlo un desiderio recondito. Non ero mai stato in Russia e visto che capita una volta nella vita di poter scrivere Guerra e Pace, ho pensato che fosse giusto andarci. Tra l’altro, per pura casualità, l’appartamento che sono riuscito ad affittare si trovava a trecento metri dalla casa di Tolstoj, dove sono ovviamente andato in pellegrinaggio. Non solo. Ho visitato il museo della battaglia di Borodino, una sorta di palazzetto dello sport davanti al quale campeggia la statua di Kutuzov. E poi la via Povarskaja, dove abitavano i Rostov, e che adesso è sede di ambasciate, palazzoni e uffici. E’ ovvio che la Mosca di oggi ha ben poco di quella d’inizio ottocento, ma volevo farmi un’idea, parlando con amici e conoscenti russi, di quale fosse il peso che quel romanzo ha nel “sentire” di quel popolo. Tutti elementi che alla fine mi hanno stimolato e motivato nel mio lavoro.

    L’intervista con Lorenzo Favella non finisce qui. Gli argomenti sono davvero tanti e domani entreremo un po’ nella produzione e nei rapporti con la regia e il cast. Appuntamento a domani sera alle 20.30, per prepararsi alla terza puntata di Guerra e Pace.

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