Intervista a Diego Dalla Palma, conduttore di Come si cambia Academy

Intervista a Diego Dalla Palma, conduttore di Come si cambia Academy

Diego Dalla Palma conduce Come si cambia Academy e si racconta a Televisionando

da in Interviste, Rete 4
Ultimo aggiornamento:

    Diego Dalla Palma Come si cambia Academy

    Diego Dalla Palma è ritornato sul piccolo schermo con Come si cambia Academy, in onda ogni sabato alle 10.30 su Rete4. Il maestro del make-up per antonomasia, puntata dopo puntata, aiuta le donne a migliorare il proprio aspetto, grazie ai suoi preziosi consigli e al lavoro svolto dalle due squadre di esperti che lo affiancano.

    Cosa ci può dire di Come si cambia Academy?

    Come si cambia Academy è innanzitutto una gara: ci sono due squadre di giovani, capitanati da esperti in materia, che si cimentano per migliorare l’immagine di due donne; il gruppo si misura con la scelta dell’acconciatura, del trucco e anche degli abiti e degli accessori. Entrambe le squadre ricevono un voto dal nostro “osservatorio di stile”, composto da due esperti autorevoli del campo della moda, che giudica il migliore lavoro eseguito. C’è anche un’appendice dedicata agli uomini: un amico di una delle due donne, infatti, riceve una messa a punto per migliorare la propria immagine.

    Nel programma vi occupate dell’immagine completa delle protagoniste, non soltanto del make-up, quindi, ma anche dei capelli e dell’outfit. Stare bene fuori per sentirsi bene dentro?

    Stare bene fuori sicuramente aiuta, ma non è di fondamentale importanza. Il passaggio è l’inverso: cercare di stare bene dentro per stare bene anche fuori. Sta di fatto, però, che cominciare a stare bene anche fuori può essere un primo passo.

    E’ certamente il più autorevole esperto di trucco. In questo programma ha deciso, però, di indossare i panni del supervisore e non è più il diretto interlocutore delle protagoniste. Come mai questa scelta?

    Ho scelto di dare spazio ai giovani per cercare di dare un senso alle tante lezioni che la vita mi ha dato. Sono un supervisore che, a volte, condiziona un po’, ma non impongo niente; sicuramente i ragazzi mi stanno a sentire e cerco di essere un attento osservatore, ma lascio anche molto spazio. Sono ben contento quando mi arriva un’idea brillante da questi giovani. L’ho fatto perché c’è un momento in cui i giovani devono avere delle opportunità; un esempio è Alessandra Dini, una ragazza che ho scoperto su Facebook e alla quale ho lasciato una certa libertà (la ragazza dei tutorial, ndr). Nella mia vita ho avuto delle possibilità e adesso bisogna darle ai giovani; penso che dare un senso alla mia professione sia anche dare una chance agli altri di esprimersi.

    Le concorrenti si fidano dei Suoi consigli e sono sempre soddisfatte del cambiamento?

    Sono due gli atteggiamenti che ho registrato nei confronti dell’approccio con la trasmissione da parte delle protagoniste del passato. Il primo atteggiamento, il migliore, riguarda chi ha fatto tesoro della trasformazione e si è sentito migliorato anche dal trucco e dalla pettinature; sono donne contente di essersi viste, almeno una volta, valorizzate e, quindi, vedere un potenziale diverso rispetto al passato, ha lasciato loro un atteggiamento positivo nei confronti della propria immagine riflessa allo specchio. Il secondo aspetto è legato al fattore psicologico e, cioè, io non faccio niente per me stessa e, anche se ieri mi sono sentita bellissima, oggi la rinuncia prevale e torno come prima; questo è un atteggiamento purtroppo molto, molto abituale.

    Qual è il punto di forza del programma?

    La cura. E’ un programma in cui nulla è lasciato al caso e questa attenzione deriva dalla mia esperienza decennale come costumista; è un elemento molto importante perché, a livello visivo, aiuta tantissimo. Questo bagaglio mi è servito per avere un certo tipo di visione diversa rispetto alle altre trasmissioni perché ormai so cosa può essere televisivo e cosa no.

    Anche voi non siete rimasti indifferenti alla moda dei tutorial e la rubrica di Alessandra Dini ne è un esempio.

    Cosa pensa dei fenomeni nati in rete e affermatisi, poi, anche in televisione?

    La vedo positivamente: non si diventa mai un fenomeno se non si ha niente da dire. Qualcuno potrebbe dire che si cavalca l’onda del momento, ma non è vero perché un risultato e un consenso non dipendono mai dal caso, o meglio, dipendono dal caso qualche giorno, ma, a lungo andare, la professionalità deve venir fuori; Clio, ad esempio, ha avuto alcune attenzioni che altri non hanno avuto. C’è una cosa, però, su cui polemizzo: osservo con spirito critico chi copia chi e devo dire che vedo tante copie di Clio, vedo tante copie di personaggi vincenti; ecco, quello non va bene. Ultimamente ho visto tutorial fatti da ragazze su varie emittenti o su altri mezzi di comunicazione che scopiazzano e questo non va bene, bisogna avere una propria identità. Nella mia professione ho sempre dato un taglio atipico a tutto ciò che ho fatto, non ho mai cercato la strada del consenso facile, ho sempre voluto una certa originalità, una certa diversità da tutto e da tutti, e questo ha fatto sì che per quarant’anni abbia svolto in maniera soddisfacente la mia professione.

    E’ stato un antesignano del make-up in tv. Che effetto Le fanno i programmi che danno consigli di stile, occupando diverse fasce orarie dei palinsesti?

    Rispondo da osservatore attento alla soglia del costume: quando c’è un consenso, che sia un consenso, che siano due consensi, quando, cioè, si arriva a qualcuno, in ogni caso è interessante, per cui, se faccio un programma che ha una professionalità o una cura particolare, non penso affatto che chi non ha lo stesso taglio faccia delle scemate perché, se una persona – faccio un esempio assurdo – propone un rossetto sbavato come cosa innovativa e ottiene un risultato, ben venga perché non è detto che sperimentare non sia utile, soprattutto perché la sperimentazione, e Clio ne è un esempio, è un atto sempre di coraggio e la persona che fa un atto di coraggio è sempre da premiare.

    Quindi tutti questi programmi dedicati al trucco non La infastidiscono?

    No, io ho fatto queste cose anni fa con La fiera della vanità, una rubrica dell’Almanacco del giorno dopo, in onda prima del Tg1 della sera, in cui davo suggerimenti sulla storia della cosmetica. Poi sono stato a Tele Monte Carlo, ho partecipato a varie trasmissioni, stando sempre su una linea che credo sia stata abbastanza coerente con tutto quello che ne è derivato. Mi dispiace quando questo non si ricorda e si pensa che abbia iniziato adesso a fare questo mestiere. Adesso, dopo quarant’anni di professione, sto mettendo in stalla dei giovani puledri perché imparino a correre da soli.

    Cosa, invece, La ferisce?

    Mi dispiace quando percepisco grandi rivalità fra gli addetti ai lavori, quando su un canale di comunicazione qualsiasi vedo attaccare questo o quell’altro senza ragione: me perché sono vecchio, Tizio perché fa il cialtrone, Caio perché è un burino e potrei continuare; ecco, quasi sempre queste voci provengono dal nostro stesso settore, dai falliti, cioè, ex parrucchieri, ex truccatori o ex costumisti che non hanno avuto un ritorno nella loro vita professionale e si accaniscano contro chi, invece, ha avuto successo. Questo non vuol dire felicità perché può essere più soddisfatta una truccatrice di una piccola città piuttosto che una persona che lavora in televisione, però, gettare benzina sul fuoco delle polemiche è certamente un segnale del proprio fallimento.

    Protagonista di Come si cambia Academy è la gente comune, ma ha mai pensato di tornare alla formula de Il Trucco c’è, il programma che conduceva anni fa con Rita Dalla Chiesa, in cui a raccontarsi erano, invece, i personaggi famosi?

    Il trucco c’è è una trasmissione che porto nel cuore, è stata la cosa più bella che ho fatto, mi è servita molto di più a livello umano che professionale. La ricordo ancora, l’ho fatta per cinque anni, ma purtroppo nessuno la ripropone; sono convinto che avrebbe successo ancora oggi. Una cosa simile l’ha fatta Monica Setta, un buon tentativo, ma secondo me non ha colto l’essenza di quella trasmissione, che era la rilassatezza del racconto, lo sviscerare lati molto interessanti dei personaggi famosi, cosa che è mancata perché molto spesso, quando la gente si trova davanti alle telecamere, ha la frenesia di dire qualcosa di interessante, rischiando di diventare, invece, ridicola.

    Si è spesso espresso contro la chirurgia estetica: a chi vuole andare sotto i ferri, consiglia, quindi, di rivolgersi prima ad un bravo visagista?

    Certamente rivolgersi a un bravo visagista può essere un espediente per valorizzare la propria bocca, trovare il taglio adeguato, il trucco giusto per il proprio taglio d’occhi; sono contrario all’uso smodato della chirurgia, però, se la chirurgia estetica ti fa sentire bene perché hai un naso enorme, un doppio mento esagerato, delle palpebre cadenti che ti coprono gli occhi, non sono contrario, anzi, ben venga; l’unico limite è non esagerare, ad esempio, togliendo le rughe d’espressione, ecco, quelle proprio no.

    C’è un programma nel palinsesto televisivo italiano che Le piacerebbe condurre?

    Mi piacerebbe condurre Tale e Quale, un programma in cui il trucco è fondamentale. Sono sicuro che potrei contribuire con delle sfumature che francamente un conduttore normale non aggiunge perché non sa cosa c’è dietro alle trasformazioni. Nel corso delle puntate ho visto le imitazioni di Mietta e di Gigliola Cinquetti e ho pensato “Che meraviglia!”; è un programma che offre mille stimoli. Inoltre, mi piacerebbe ritornare a condurre, ma non da solo, Il trucco c’è: in quel programma ero la spalla e Rita Dalla Chiesa la conduttrice, io ero il peperoncino e lei la cipria; adesso vorrei invertire i ruoli. Ci tengo a dire che conservo un bellissimo ricordo de Il Trucco c’è, Rita Dalla Chiesa è un’amica carissima, una persona generosa che mi ha lasciato sempre tanto spazio.

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