Il ruolo dello sceneggiatore televisivo secondo Paolo Braga

Il ruolo dello sceneggiatore, figura di rilievo in America, sta acquistando sempre più importanza anche in Italia

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    O Professore Sergio Castellitto Fiction

    Lo abbiamo incontrato qualche settimana fa per chiedergli un parere sulle serie tv americane e sulle fiction italiane ma Paolo Braga, durante quell’incontro, ci ha anche parlato del ruolo dello sceneggiatore, figura di punta in un contesto come quello Americano ma che sta acquistando sempre più importanza anche in Italia. Le storie delle fiction e delle serie tv sono un tassello fondamentale per l’ottima riuscita del prodotto televisivo. Abbiamo chiesto al Prof. Braga, che a gennaio pubblicherà il nuovo libro dal titolo Parole in azione. Forme e tecniche del dialogo cinematografico in cui si parlerà anche della televisione, com’è la situazione degli sceneggiatori italiani, che consiglio si può dare a chi sogna di fare questo mestiere, come stanno cambiando i canoni di scrittura delle Fiction e in che direzione stiamo andando. Ecco che cosa ci ha raccontato.

    • Negli Stati Uniti una delle figure più importanti nella realizzazione di una serie è proprio quella dello sceneggiatore, figura che in Italia è presente da pochi anni o forse non lo è ancora totalmente. Secondo lei come cambierà la situazione nei prossimi anni? La figura dello sceneggiatore acquisterà il peso che merita, così come è negli Stati Uniti, oppure resterà sempre un profilo un po’ in secondo piano? Allora l’industria e anche gli addetti ai lavori sono sempre più coscienti della centralità della storia come chiave del successo di un prodotto televisivo e cinematografico e quindi dell’importanza della figura dello sceneggiatore. Questo sia al cinema che in televisione e anche in Università non si parla più di cinema solo in termini di regista. Si parla sempre più di chi ha collaborato con il regista nella definizione della storia e del prodotto finale. In Italia c’è un ritardo cinquantennale sugli Stati Uniti d’America nella pratica di formazione degli sceneggiatori che, con tutte le difficoltà del caso, si sta colmando e ci sono diverse scuole di formazione tra cui proprio quella dell’Università Cattolica di Milano.
    • Che consiglio darebbe a chi vuole intraprendere la carriera di sceneggiatore o vuole accostarsi al mondo della serialità televisiva? Un consiglio è quello di leggere più sceneggiature possibili e soprattutto sceneggiature americane, confrontare la pagina scritta con la scena girata, sintonizzarsi sullo stile di scrittura di chi scrive le sceneggiature, per esempio quelle del cinema mainstream che superficialmente può essere considerata una scrittura strumentale alla messa in scena, poco ricercata. In realtà è una scrittura attentissima, studiata, fin nella scelta della parola, dell’aggettivo e assolutamente pregevole nel suo essere selettiva e limata nella scelta di ogni singola parola.
    • Come stanno cambiando i canoni di scrittura negli ultimi anni? In realtà si può parlare solo di un trend in generale che non è cambiato nella sostanza ma forse si è acuito. Il trend generale è quello di una progressiva affermazione del modello drammaturgico narrativo cable, cioè chi fa da apri pista e detta le linee delle storie che vengono imitate e adattate ai diversi pubblici sono le reti via cavo (HBO) con personaggi e serie via cavo che in gergo chiamiamo personaggi edge, ossia fortemente chiaroscurali, feriti dentro, borderline, agli antipodi dell’eroe classico, antieroici. Breaking Bad e Mad ne sono chiari esempi. La direzione è questa, stanno venendo meno o sono sempre più rari, e questo è un problema per chi deve poi programmare i prodotti, quelle serie che andavano bene per tutti i pubblici, come CSI e Grey’s Anatomy.
    • Una scelta del genere non può risultare controproducente? Dal punto di vista di mercato può essere controproducente soprattutto per chi si trova a doverle acquistare per parlare ad un pubblico ancora generalista. Per Sky non è controproducente ma per Mediaset, ad esempio, la indisponibilità di serie tv più facili da fruire e che hanno presa sul grande pubblico può sicuramente essere controproducente.
    • Il sistema italiano si sta davvero evolvendo? Quali saranno gli scenari futuri della fiction? In Italia c’è un filone che è quello di Raiuno che funziona perché si rivolge ad un pubblico generalista che rifiuterebbe serie di altro genere proprio perché non educato a seguire serie tv depressive, complesse, con quel mix di ironia e di cinismo che spesso contrassegnano quelle americane. Le serie italiane che si rivolgono al pubblico generalista funzionano. È vero, come molta critica sottolinea, tendono ad essere geografiche però questo non deve, credo, distrarre dal fatto che alcune di queste serie sono fatte molto bene. Sono pregevoli nella scrittura, nella drammaturgia e nella messa in scena. Sono pensate per un pubblico ampio, un format e una direzione in linea con quella del cinema mainstream che deve parlare a tutti, che deve rivolgersi ad un pubblico più ampio possibile di quanto non lo debba essere quello delle serie che parlano delle nicchie.
    • Quali sono stati secondo lei i migliori prodotti italiani degli ultimi anni? Mi viene in mente una serie tv di Mediaset che è O professore con Castellitto e scritta da Rulli e Petraglia. Mentre per quanto riguarda la Rai, mi viene in mente un Paolo VI molto bello anche se non ha sfondato.
    • Cosa pensa di serie tv come I Cesaroni e L’onore il rispetto? L’onore e il rispetto è un prodotto facile, plateale e poco ricercato che riesce ad avere presa sul pubblico. Per quanto riguarda I Cesaroni, c’è una buona idea a monte, uno stato di scrittura coeso e che sono riusciti a creare un brand, cioè un mondo possibile di finzione in un genere, che è quello che poi va anche molto al cinema in Italia, che è la commedia perché tv o cinema che sia, il nostro sistema produttivo è più debole dal punto di vista drammatico. Il nostro immaginario e molto più comico.