Il Delitto di Via Poma: il ‘colpevole’ è il commissario. Ma c’era bisogno di una ‘istant fiction’?

Il Delitto di Via Poma: il ‘colpevole’ è il commissario. Ma c’era bisogno di una ‘istant fiction’?

La fiction sul Delitto di Via Poma diventa un atto di accusa per l'incapacità degli inquirenti che seguirono il caso nelle prime ore

    Silvio Orlando ne Il Delitto di Via Poma

    E’ vero, sono passati 21 anni dall’omicidio di Simonetta Cesaroni e quindi parlare di un’istant fiction può sembrare piuttosto azzardato: di fatto, però, siamo nel cuore dell’iter processuale che vede imputato (e già condannato in primo grado) l’allora fidanzato della ventenne romana, Raniero Busco, che proprio in questi giorni è al cospetto della Corte d’Appello. La mancanza di una ‘verità’ processuale rende complicata la costruzione narrativa di un delitto, non potendo – né giustamente volendo – ‘abbracciare’ una tesi di colpevolezza. Il risultato è un film tv sì rispettoso delle posizioni delle varie parti in causa, ma sostanzialmente privo dell’ingrediente sostanziale, l’antagonista, il colpevole, e privo di una chiusura narrativa. L’impressione è che l’unico colpevole sia il commissario borioso e incompetente, vero antagonista del protagonista, Silvio Orlando, nei panni dell’immaginario ispettore capo Montella.

    Il Delitto di Via Poma, film tv diretto da Roberto Faenza e prodotto dalla Taodue in onda ieri su Canale 5, potrebbe essere considerata un’ottima prima puntata di una miniserie in due parti. Essendo lontana la chiusura del processo per Raniero Busco, indicato in base alla riapertura delle indagini – nel 2004 – come colpevole dell’omicidio di Simonetta Cesaroni (avvenuto il 7 agosto 1990), manca necessariamente una chiusura narrativa al film tv, che ne inficia, quindi, la resa.

    Indubbia la qualità dei protagonisti, curata la regia, inevitabilmente tendente al didascalico la sceneggiatura, che deve muoversi nel difficile compito di presentare fatti mai del tutto chiariti senza propendere per una tesi di colpevolezza, finendo per presentare le varie ipotesi investigative e le conseguenti ‘delusioni’.
    Mancando l’assassino, il vero antagonista diventa il commissario, borioso e incompetente carrierista, che procede spedito nella carriera grazie ad amicizie e frequentazioni giuste, che cerca di liquidare il delitto di Simonetta in poche ore pur di non rinunciare alle ferie.

    Non è un delitto perfetto, l’assassino è stato molto fortunato e le indagini sono state molto sfortunate… già, diciamo sfortunate, dice Montella riassumendo la ‘morale della favola’ quando si smonta anche l’ipotesi di Federico Valle, per alcuni anni considerato il possibile assassino.

    Tutta colpa delle indagini mal condotte, quindi, della superficialità degli inquirenti che hanno lasciato per anni i vestiti di Simonetta Cesaroni al patologo che condusse l’autopsia, che non è mai riuscita a penetrare nei segreti e nei non detti dei principali protagonisti della storia, dal portiere Vanacore ai colleghi e ai datori di lavoro di Simonetta. Insomma, la fiction si concentra, necessariamente, sui punti oscuri senza poterne dare una ‘spiegazione’ che i familiari di Simonetta cercano ancora, senza tregua. La domanda nasce spontanea: c’era proprio bisogno di una fiction su Via Poma visto che ancora non si sa che storia raccontare e non c’è ancora il necessario distacco dall’iter processuale? Alla fine il delitto di Simonetta diventa un caso di malagiustizia e la fiction un J’Accuse sulla condotta degli inquirenti dell’epoca. Malagiustizia e malasanità restano pallini della Taodue: ricordate Crimini Bianchi? Beh, forse si poteva aspettare un po’ per raccontare la storia del delitto di Simonetta Cesaroni…

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