Il Collegio, RaiDue ‘elogia’ gli anni ’60 ma dimentica il confronto con i tempi moderni

Il docu-reality si è rivelato un dignitosissimo lunedì sera, ma ha anche aperto la riflessione su cosa significhi finzione e falsità in Televisione: al di là della polemica, il confine tra meccanismi perversi e tv educativa è davvero molto labile

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    Il Collegio è la nuova scommessa di RaiDue che divide le opinioni del pubblico. C’è chi dice sia un bel programma, e per questo lo segue e lo difende, chi invece sostiene la polemica secondo cui il cast sarebbe formato quasi per intero da attori, ragion per cui la trasmissione risulterebbe ‘finta’. Ecco che allora sembra opportuno fare una distinzione più generale tra ciò che in Televisione è ‘finzione’ è ciò che invece è ‘falsità’. Del resto, nessuno mai si sognerebbe di bollare una fiction come ‘finta’ solo perché è una fiction, eppure a volte succede…

    Il cast de Il Collegio messo in piedi su RaiDue ha dimostrato di ‘reggere’ nel corso delle quattro puntate trasmesse. I diciotto ragazzi hanno età differenti e questo ha aiutato la narrazione, anche perché in TV si sono viste diverse modalità di ‘ribellione adolescenziale’, dallo sclero giovanile alla rabbia tipica dei 16 anni.

    E tutto sommato gli adolescenti-personaggi sono stati quasi tutti capaci di rappresentare bene le loro reazioni alle regole del ‘Celana’, anche seguendo un canovaccio generale che è diventato il contesto, molto particolare, della trasmissione.

    Chi invece ha convinto di meno sono state le altre figure e i restanti personaggi-sfondo di questo docu-reality. C’è il Preside la cui autorità è risultata pari a quella di Alessia Marcuzzi a L’Isola dei Famosi, i Sorveglianti che sono apparsi come una sorta di caricatura-fumetto, infine i Professori che quasi mai sono riusciti ad ‘uscire’ dalle ‘direttive scolastiche’ imposte dal setting (che peccato…).

    E forse non è un caso se la trasmissione è nata col piede sbagliato. Inizialmente doveva andare in onda a novembre, poi RaiDue ha deciso di posticipare la prima puntata a gennaio. Probabilmente anche la rete per prima non credeva in un simile prodotto, che in realtà si è poi dimostrato un dignitosissimo lunedì sera, che è riuscito a parlare ai ragazzi là dove Nemo forse ha fallito.

    Invece, per quanto riguarda l’innesto a posteriori di Giancarlo Magalli ‘voce narrante’, se preso separatamente può essere stato una buona intuizione per fornire al pubblico anche un racconto ‘più adulto’ e ‘generalista’, ma è anche vero che, complessivamente, i momenti che hanno visto protagonista la voce del conduttore dei Fatti Vostri sono risultati un po’ un ‘pesce fuor d’acqua’, anche perché nella trasmissione il voice over c’è già.

    Del resto il linguaggio usato ne Il Collegio non è così nuovo, anche se ha funzionato perché è comunque contemporaneo. ‘Lezione’ e ‘punizione’, tanto per fare un esempio, appartengono ad un lessico non così inedito rispetto a quello usato negli altri programmi televisivi del genere. E’ comunque servito a raccontare il rapporto tra collegiali e collegio, tra allievi e autorità, ma è invece mancata la narrazione complementare del legame tra i ragazzi, se non nella forma dello spirito di gruppo.

    E va anche detto che i metodi usati da Il Collegio sono lontanissimi da quelli di oggi. E i dubbi di uno spettatore attento si concentrano soprattutto su due aspetti: attualmente come società ‘liquida’ accettiamo di veder piangere degli adolescenti mentre subiscono lo stress psicologico del taglio di capelli? Forse no, per lo stesso motivo per cui non consideriamo più applicabile la legge del taglione, che in tempi antichi era nella norma.

    Del resto, in tal senso non c’è stata nemmeno una restituzione ai telespettatori circa i metodi usati in Collegio, ‘consegnati’ al pubblico come ‘giusti’ e sempre ‘possibili’. Si pensi, ad esempio, agli stereotipi di genere proposti sulla TV di Stato: le donne prendono lezioni di economia domestica, i maschi non stirano ma cambiano le ruote dell’auto. Va benissimo raccontare un’epoca, ma il confronto con i ‘tempi moderni’ è totalmente mancato.

    Tutto questo apre dunque un varco nella differenza tra i generi televisivi ‘docu’ e ‘reality’ e tra i concetti tanto discussi di ‘finzione’ e ‘realtà’ in un programma televisivo. I confini tra meccanismo perverso da reality e tv educativa sono davvero molto labili. Confini, non altro.