Il Capo dei Capi, seconda puntata tra le polemiche

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Daniele Liotti e Claudio Gioè in una scena de Il Capo dei Capi

Stasera su Canale 5 va in onda la seconda puntata de Il Capo dei Capi, miniserie che ricostruisce la vita e i delitti di Totò Riina, mentre infuria la polemica tra Pietro Valsecchi, presidente della Taodue, la società produttrice, e il presidente della commissione Giustizia della Camera, Pino Pisicchio, che accusa la fiction di voler “giustificare” il boss più sanguinario della Mafia, dipingendolo come “uno sfortunato figlio di Sicilia con la faccia simpatica”. Secca la replica di Valsecchi: “La guardi tutta prima di giudicare”.

In effetti giudicare una miniserie in sei puntate dalla prima è davvero eccessivo, soprattutto in relazione ad un prodotto biografico che copre più di 50anni di storia italiana, oltre a quella personale del boss. In ogni caso Valsecchi commenta ironicamente, dicendosi pronto ad assoldare Pisicchio come consulente per la prossima produzione sulla Mafia e ad accogliere i dettami della nuova “legge Pisicchio sul cinema”, che ruota intorno alla regola personaggio cattivo = attore con faccia da “cattivo”.
Il battibecco continua con la pronta risposta dell’onorevole che, elogiando la qualità del prodotto, ha però difeso la propria posizione motivandola come una legittima “preoccupazione di tutelare quel pubblico che non è sempre in grado di discernere, specie nei confronti di fiction che derivano da episodi di cronaca recente”.

Insomma, ci sembra di capire dalle parole di Pisicchio che se il pubblico tv non ragiona da decenne (e ci ricolleghiamo all’intervista con Lorenzo Favella e al dibattito circa gli ascolti di Guerra e Pace) almeno viene trattato come tale.

Di certo Il Capo dei Capi ha fatto immediatamente parlare di sè. Gli ascolti boom della prima puntata, che hanno sfondato il tetto dei 7 milioni di telespettatori centrando l’obiettivo fallito dal kolossal Rai su Tolstoj, hanno fatto gridare al “miracolo” Giancarlo Scheri, direttore della Fiction Mediaset, riaprendo il mai sopito dibattito sul difficile rapporto, in tv, tra prodotto di qualità e grandi ascolti. Ma evidentemente il pubblico non è sempre “abbagliato” dal trash, come dimostrano gli eccezionali ascolti fatti registrare da Il Sergente, la pièce teatrale di e con Marco Paolini andata in onda martedì scorso su La7 e di cui avevamo parlato in un precedente articolo. Due ore di spettacolo non stop dal vivo, senza spot, che ha fatto raddoppiare lo share de La7, schizzato al 6%. Risultato che per Sandro Curzi - consigliere del CdA Rai ed ex direttore del Tg3 – “è la riprova che c’è sempre spazio per la tv di qualità in un mercato degradato dalla spazzatura”.

Tornando alla miniserie, Il Capo dei Capi ha finora raccolto il plauso di critica e pubblico, tra cui lo stesso Riina che l’ha seguita dal carcere. Ma siamo solo alla seconda puntata. Vedremo cosa ci riserverà stasera la storia di “Totò”, interpretato da Claudio Gioè e affiancato da Daniele Liotti, Simona Cavallari, Gioia Spaziani e Massimo Venturiello, con la regia di Enzo Monteleone e Alexis Sweet.

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23 novembre 2007 11:35
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il film è bellisimo ma cosi stanno facendo diventare toto riina un vip e secondo me e sbagliato io dico questo ma io sono la prima a non vedere l’ora che e gioVEDI COMUNQUE BACI DA PELERMO

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NINO IPPOLITO 25 novembre 2007 15:45
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Se persino una «fiction» fa paura…
Una considerazione sulle polemiche
suscitate dalla fiction «Il Capo dei Capi»

Alla voce «fiction» sull’autorevole Devoto-Oli si legge: «Letteratura amena, narrativa e con accentuato carattere romanzesco, specie in contrapposizione ad altri generi letterari. Nel cinema e nella televisione il termine si usa a proposito di quei film che basano la loro storia su fatti e personaggi di fantasia, in contrapposizione dunque ai documentari». Insomma, in una sola parola: finzione.

In questi giorni, con una superficialità di analisi e giudizio che è disarmante, magistrati, parlamentari di destra e di sinistra, giornalisti, uomini di governo, intellettuali e gente di spettacolo si sono esercitati in un artificioso quanto stucchevole dibattito per discutere se la «fiction» – e quindi la finzione – sul «Capo dei Capi», ovvero su Totò Riina e le sue «gesta» mafiose corrispondano alla realtà e se non suscitino addirittura una sorta di spirito di emulazione in quanti – soprattutto giovani – la guardano acriticamente.

L’ultima di queste analisi, rivelatici, per certi versi, di una irrazionale iconoclastìa per tutto ciò che non abbia i crismi di una certa «antimafiosità» – e nel caso specifico di un lavoro artistico di finzione, per definizione arbitrario e quindi senza vincoli di fedeltà a fatti e verità processuali – l’ha proposta il Pm della Dda di Palermo, Antonio Ingroia che durante un incontro a Potenza organizzato dall’associazione «Libera» ha osservato: «Alcune fiction come “Il capo dei capi’” possono essere dannose perché creano iconografie al contrario dei mafiosi».
Con lo steso metro di valutazione di «dannosità» e l’identico, disinvolto approccio, solo per fare un esempio, dovremmo vietare film, spettacoli teatrali, libri in cui la violenza viene raccontata e descritta.
E’ come se, volendo fare una provocazione, discutessimo se il «Davide con la testa di Golia» del Caravaggio possa essere dannoso o meno per chi lo osserva….
Non sarebbe meglio, piuttosto che vietarle le «finzioni», restituire il loro originario senso alle parole e preoccuparsi di utilizzarle con la necessaria perizia, piuttosto che confondere, banalmente, la «fiction» con la cronaca, e promuovere la cultura della visione, della lettura, dell’analisi critica ?
Insomma, si scade nel ridicolo se si pretende di appiccicare persino ad una «fiction» l’etichetta o meno di «antimafiosità»
Come scriveva Theodor Wiesengrund Adorno «La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta»

Nino Ippolito
Giornalista
ninoippolito@tiscali.it

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