Guerra e Pace, ultimo atto: un bilancio con Lorenzo Favella, sceneggiatore della miniserie

Guerra e Pace, ultimo atto: un bilancio con Lorenzo Favella, sceneggiatore della miniserie

Commento e recenzione sulla miniserie Guerra e Pace, in compagnia di Lorenzo Favella

    Guerra e Pace Il principe Andrej (Alessio Boni)

    Si è conclusa ieri la miniserie kolossal della Rai, Guerra e Pace, ed è tempo di bilanci. I risultati d’ascolto sono stati di certo inferiori alle attese della Rai (soprattutto della concessionaria di pubblicità Sipra, che si aspettava almeno un 30% di share) e della Lux Vide, che speravano in un ascolto superiore ai 7 milioni, raggiunto invece dalla prima puntata de Il Capo dei Capi di Canale 5.

    La trasposizione tolstojana ha raccolto una media finale di poco più di 6 milioni di telespettatori (6.055.000) e uno share del 25%, con un andamento sostanzialmente calante nell’arco delle quattro puntate. Prima di commentare con Lorenzo Favella, sceneggiatore della fiction e protagonista di una lunga intervista esclusiva per Televisionando (pubblicata sabato e domenica scorsi), vale la pena fare un piccolo commento sul prodotto.

    A nostro avviso il programma è stato piacevole: ci è parso che alla fine il lavoro compiuto in scrittura e sul set abbia dato un bel risultato, per quanto l’impresa di rendere Guerra e Pace in quattro puntate fosse una sfida ardua. Ad ogni modo qualche annotazione merita di essere fatta. In merito alla struttura abbiamo percepito un discorso narrativo piuttosto segmentato, piegato alla trama, all’evoluzione della storia, piuttosto che alla costruzione di una tensione drammatica. Ci riferiamo alla sensazione, soprattutto dalla seconda puntata in poi (quanto cioè l’intreccio iniziava a farsi un po’ più duro da affrontare), di procedere per “casi di puntata“, per capitoli isolati, che hanno reso a volte fastidioso seguire il programma.
    Cercando di fare un esempio, nella seconda puntata si ha la sensazione di procedere per “compartimenti stagni”: caso matrimonio Andrej e Natasha con padre contrario e attesa di notizie, tradimento Hèlèna e duello tra Pierre e Dolokhov, Andrej al fronte, Sonja e Nicolaj, vendetta di Anatolj e corteggiamento di Natasha, tutto trattato in maniera strettamente sequenziale, senza un vero intreccio delle linee narrative, che invece si esaurivano come se si trattasse di scene uniche.

    Qualche perplessità anche sulla scena finale, la morale della favola, con la famiglie Rostov-Bolkonskij ormai cresciute e felici, per quanto la voce fuori campo di Natasha cerchi di sintetizzare il pensiero di Tolstoj cui sono dedicate le ultime pagine del romanzo. L’uso della voce fuori campo, ad esempio, è stato, a nostro avviso, un buon sistema per mantenere le fila del racconto. Qualcuno potrà obiettare che ha un sapore un po’ retrò come scelta narrativa, ma, come notato più volte, la novità non è sempre foriera di buoni risultati. Ben delineati i personaggi, soprattutto Natasha, Marja, Andrej e il principe Bolkonskij senior, mentre condividiamo il parere di Favella sulla perdita di spessore di Pierre e, aggiugiamo noi, un certo eccesso nel dipingere il carattere del Conte Rostov, a volte troppo bonario e compresivo tanto da renderlo affine ad una figura paterna propria del tardo Novecento, se non proprio contemporanea.

    Il Conte Rostov (Andrea Giordana)

    Da un punto di vista tecnico non condividiamo alcune critiche sulla banalità della fotografia e della messa in scena: le atmosfere erano ben costruite, grazie a una fotografia pulita e raffinata soprattutto negli interni, e a scene e costumi davvero ben fatti. Molti dubbi hanno sollevato i doppiaggi, ma anche qui non siamo d’accordo. Le voci dei protagonisti stranieri sono state affidate a nomi di punta del doppiaggio e del cinema italiano, da Ilaria Stagni (Natasha) a Roberto Pedicini (Pierre) per arrivare a Giancarlo Giannini (Principe Bolkonskij).
    Se proprio un appunto va fatto, va forse rivolto a qualche interprete, tra tutti Violante Placido, non proprio eccelsa nel ruolo di Hélène (e la voce è la sua), mentre assolutamente convincente e piacevole è risultato Andrea Giordana.

    Insomma un prodotto ben confezionato, con alcune (evidenti) pecche nella messa in discorso (audiovisivo) e nei dialoghi, che risentono troppo dell’adattamento in inglese. Forse uno sforzo in più doveva essere fatto in sede di adattamento per il doppiaggio, sostituendo gli echi troppo moderni con qualche formula più ottocentesca (riecheggia ancora quel “coraggio, smettete di piangere” rivolto da Nicolaj a Marja prima della proposta di matrimonio che immaginiamo potesse essere ben sostituita da un “vi prego“.

    Il matrimonio tra Nicolaj Rostov e Marja Bolkonskaja

    Lasciando a voi, ovviamente, spazio per ulteriori commenti, torniamo al nostro Lorenzo Favella, che ci aveva lasciato con una domanda, relativa ai dati d’ascolto: “Possibile che il pubblico di Rai Uno ragioni come una decenne?”. Qualcuno (cercate su Internet!) ha tentato di dare una risposta, ma cerchiamo di dare anche noi una spiegazione a questi ascolti non proprio soddisfacenti.

    Intanto possiamo finalmente conoscere Lorenzo, immortalato in questa foto scattata da Emiliano Larizza, che ringraziamo.

    Lorenzo Favella

    Ma veniamo immediatamente a noi.
    Guerra e Pace ha raccolto poco più di 6 milioni di ascoltatori, che in tempi di magra come questi sono un ottimo risultato, ma inferiore, come del resto ci hai confermato, alle attese della vigilia. Alla fine dei conti la Baronessa ha fatto registrato un ascolto superiore, anche se di poco, per telespettatori (6.191.000) e share (26%). La contro-programmazione di Distretto di Polizia – argomento tirato in ballo lo scorso lunedì per spiegare il calo tra prima e seconda puntata – a nostro avviso non regge, come dimostrano i risultati di ieri della serie poliziesca. Forse il pubblico delle miniserie storiche è tutto qui? O magari non è più tempo per grandi coproduzioni capaci di monopolizzare gli ascolti e coinvolgere altri target?

    Anzitutto mi astengo dal commentare la tua recensione. Non condivido del tutto alcune tue affermazioni, soprattutto in merito alla struttura del racconto e al non tenero giudizio su Violante Placido, ma si tratta pur sempre del libero esercizio di critica, al quale è giusto che io mi sottoponga, assieme a tutti coloro che hanno partecipato alla creazione di questo film.
    Per quel che riguarda gli ascolti, credo si debbano fare alcune considerazioni. Se è vero che un soggetto come Guerra e Pace si presta “naturalmente” a una coproduzione internazionale e quindi a una larga distribuzione sui teleschermi di tutta Europa (come sta avvenendo), è anche vero che una vasta percentuale di pubblico, almeno qui in Italia, tende a percepirlo come un “mattone” indigeribile e quindi magari non si prende nemmeno la briga di vedere come è stato realizzato. E’ forse il caso di riflettere sulla capacità di penetrazione potenziale che un prodotto del genere può avere. Bisognerebbe conoscere in modo approfondito qual è il pubblico che guarda oggi la televisione generalista e perché. Sento spesso affermazioni generiche in tal senso, che poi vengono strumentalizzate per assecondare le opinioni o gli interessi specifici di tizio o caio. Io ho la sensazione che, negli ultimi anni, la televisione italiana abbia alienato una buona dose di pubblico, che ora preferisce passare le serate sui canali satellitari, internet, dvd, ecc… E attenzione: non parlo necessariamente di pubblico acculturato alla ricerca di alta qualità. Io sento le casalinghe al mercato che si lamentano di ciò che viene loro propinato! Di conseguenza, non è che poi questo pubblico lo recuperi in un batter d’occhio. Si crea una rapporto fiduciario con la programmazione di una rete e quando questo si incrina è difficile invertire la rotta. In queste condizioni, Guerra e Pace ha fatto il suo. Il 25% di share non mi sembra affatto da buttare.

    La prima puntata de Il Capo dei Capi, che personalmente mi è molto piaciuta, ha ottenuto il 27% e quindi mi pare di capire che sia questo ormai il bacino di utenza di una fiction televisiva di qualità. Poi, se vogliamo parlare di punticini di percentuale in più o in meno… Beh, preferisco lasciare questi discorsi ad esperti del settore, ammesso che esistano.

    Forse sarebbe stato meglio programmarlo a dicembre, tradizionalmente più casalingo e più incline ad essere trascorso in casa in compagnia di qualche “evento speciale”. A nostro parere la scelta di programmarlo a fine ottobre, per farlo poi seguire da una miniserie di sapore completamente diverso come La Terza Verità , e Rino Gaetano, diventa controproducente anche per la linea editoriale di RaiUno. Che ne pensi?

    Non lo so. Ma ripeto, secondo me i dati di ascolto non sono affatto negativi. Erano le aspettative ad essere eccessive. L’evento mediatico che avrebbe dovuto riportare tutti a sintonizzarsi su RaiUno non c’è stato, semplicemente perché il pubblico si è ormai parcellizzato e non è più molto soddisfatto della televisione generalista. Si è offerto troppo poco in questi anni. Ci sono fiction e trasmissioni che vanno avanti da troppo tempo, sempre uguali a se stesse. Questo, alla lunga, annoia. Ma temo sia lo specchio di un paese in evidente difficoltà, non solo nel settore dell’audiovisivo.
    Ad ogni modo, meno male che abbiamo battuto Distretto – con un bel milione di spettatori di differenza – se no saremmo stati condannati a vita! Io sentivo di aver esaurito tutti i crimini possibili e immaginabili già dopo la prima serie de La Squadra. Figuriamoci quando si arriva a fare la settima o l’ottava serie…
    E poi un’ultima cosa. E’ vero che Guerra e Pace è costato 28 milioni di euro. Ma sono intervenuti parecchi Paesi produttori. In conferenza stampa è stato detto che la Rai ha contribuito per nove milioni di euro, che di fatto è in linea con il costo medio di una miniserie (la Baronessa, di sole due puntate, è costato quattro milioni di euro). Considerando che la Rai potrebbe trovarsi in mano un possibile evergreen, che magari vedremo riproposto in replica ogni estate, credo che alla fine i conti tornino. Io personalmente lo spero, non perché ci guadagno qualcosa, ma perché vorrei continuare a lavorare a progetti di questo respiro. E credo che anche il pubblico si aspetti una proposta più variegata e interessante.

    Una risposta definitiva non l’avremo mai, anche se molti aspettano al varco un’altra fiction storica prossima alla messa in onda, La Figlia di Elisa, che non è certo paragonabile alle miniserie letterarie, ma che appartiene comunque al macrogenere della fiction storica. Qualcuno ne attende i risultati per verificare la tenuta dei prodotti in costume.
    Ma chiudiamo questa nostra piacevolissima chiacchierata tornando a te, al tuo lavoro e ai tuoi progetti.
    Molti immaginano il lavoro di sceneggiatore assolutamente affascinante: potresti raccontarci qualche aneddoto sulle tue esperienze?

    Beh, posso dirti come ho cominciato a lavorare a Guerra e Pace. Un giorno ho ricevuto una telefonata da Luca Manzi che all’epoca lavorava in LuxVide. Mi chiedeva di scrivergli un soggetto tratto dal romanzo. “Ok – rispondo io – per quando lo vuoi?”. “C’è una certa urgenza, quindi… entro lunedì mattina della prossima settimana”, fu l’inderogabile risposta. La reazione più giusta e naturale era riderci su e infischiarsene. Però poi… Dio mio, Guerra e Pace! Mi sono tappato in casa riprendendo in mano il romanzo, a una decina d’anni dall’ultima lettura. Cinque giorni per rileggerlo tutto, due per buttare giù il soggetto, in uno stato di trance assai simile al sonnambulismo. Credo di aver segnato il record assoluto di velocità per uno sceneggiatore. Record non omologato perché i testimoni sono pochi e tutti amici miei. Ma, credeteci o no, è così che è andata. Che poi questo contribuisca all’immagine affascinante del mestiere di sceneggiatore, francamente non so…

    Direi che la domanda conclusiva non può che essere tradizionale: a cosa stai lavorando? Altre trasposizioni? Serialità? Cinema? In breve quando e come ti “rivedremo”?

    Tutto questo è avvolto nel mistero, come le vite di tutti noi.

    E soprattutto: su cosa ti piacerebbe lavorare?

    Una nuova esperienza al cinema non sarebbe male, visto che un paio di sceneggiature nel cassetto già le ho pronte. Vedremo, del doman non vi è certezza…

    Grazie mille Lorenzo.

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