Giovanni Floris a DiMartedì su La 7 estende Ballarò, con più ospiti e meno coraggio

Giovanni Floris a DiMartedì su La 7 estende Ballarò, con più ospiti e meno coraggio

Giovanni Floris sfida Ballarò con DiMartedì a La 7: la prima puntata e la recensione per il debutto del 16 settembre 2014

    Giovanni Floris a DiMartedì su La 7. Abbiamo assistito al ‘trasferimento’ di baracche e burattini di Rai 3 e del vecchio Ballarò. Floris sbarca sulla rete di Urbano Cairo e la sensazione che si è avuta è stata di già visto: praticamente il nuovo talk show ha tutti gli elementi del format di Ballarò con ospiti in studio e in collegamento, con la missione in tal caso di far le pulci al governo Renzi, tra le imitazioni della copertina di Maurizio Crozza e i sondaggi di un ‘iperuranico’ Nando Pagnoncelli in collegamento.

    Le parole pronunciate da Giovanni Floris in occasione del debutto, ci aiutano nell’impresa di descrivere come la pensiamo circa un cambiamento che è avvenuto in questi giorni. Dagli intenti di assoluta sfida televisiva con Ballarò e Giannini a Rai 3, tanto da andare in onda nella stessa serata (diMartedì, appunto), stasera abbiamo assistito ad una sorta di passo indietro, che ha lasciato spazio anche a qualche ammissione da parte dello stesso Floris:

    “Ricominciamo daccapo, dopo tanti anni. E ricominciare quando ci si abitua a qualcosa che va bene è sempre faticoso, ma è anche salutare. E’ difficile, è dura, ma è molto bello. Speriamo ci sia modo, piano piano di…convincere le persone che tanti anni sono stati con noi, di ritornare piano piano con noi, col tempo”.

    Siamo soltanto agli inizi e giudicare il Ballarò di La 7 solo dalla prima puntata e senza vederne le evoluzioni e i cambiamenti – che sicuramente ci saranno – sarebbe prematuro. Però, a naso, due osservazioni crediamo si possano fare: al di là degli ascolti positivi o negativi, per uno o per entrambi i ‘duellanti’, riteniamo sia stato un errore ‘prelevare’ menti e braccia dal vecchio Ballarò di Rai 3.

    Sostanzialmente, per due motivi: il primo è che il bello della televisione, soprattutto per chi debutta su una nuova rete, è proprio mettere in piedi idee nuove, che stasera non abbiamo visto, e che sarebbero potuto arrivare grazie ad autori nuovi e modernità. Rimpastare tutto per ottenere ciò che si è già (visto) può sembrare a tratti una certezza, ma non è detto che lo sia. Soprattutto se succede su una rete così diversa.

    Che manda in onda da stasera gli ottimi servizi giornalistici da sempre ‘preparati’ per il pubblico di Rai 3.

    C’è qualcosa di nuovo più in 19e40 che, per quanto funzioni poco, ha rivalutato l’idea di portare il telegiornale in tv in un’altra fascia oraria e con altri contenuti. Mentre la prima puntata di DiMartedì, invece, ci è sembrato Ballarò con il logo di La 7, con qualche ospite in più, più del solito (con le nutrite presenza dal ministro Giannini a Debora Serracchiani), anche se alcuni certamente tra i più autorevoli (vedi il presidente del Senato Grasso, Eugenio Scalfari e Paolo Mieli), con il tipico dibattito in studio tra politici, nel caso specifico dedicato al ‘nemico’ Matteo Renzi.

    E proprio lo studio, sorvolando sui problemi audio avuti in tutta la puntata, ma che sappiamo possono capitare in diretta, è una delle novità più riuscite, perché in grado di non appesantire i toni di un dibattito, talvolta già pesanti di suo, ma di dare l’idea di leggerezza, a metà tra una scenografia più teatrale e il senso di estensione in largo che si vedeva nei primi studi degli anni ’90.

    Come direbbe Giannini a Rai 3, Diciamoci la verità. Nel momento più ricco di talk show in tv, ospiti ‘accovacciati’ nelle poltrone fino a notte fonda possono essere ancora la tv che informa? Una sola novità, di fatto, è stata sperimentato ma senza successo in video: l’intervista ‘face to face’ con Eugenio Scalfari, preceduta da quella ‘doppia’ con il presidente del Senato Pietro Grasso e Mons. Nunzio Galantino. Una sorta di ‘poltrona per due’ ma che, così pensata, una lunga intervista eccessivamente ‘parlata’, rischia di annoiare i telespettatori.

    Insomma, meglio cambiare, no?

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