Gianni Minà: “Con Storie ho perso il posto; epurato anche da RaiTre”

Gianni Minà: “Con Storie ho perso il posto; epurato anche da RaiTre”
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    Una splendida lezione di deontologia e di giornalismo quella regalata da Gianni Minà nell’affollata conferenza stampa di oggi al Giffoni Film Festival 2010, dove il giornalista è giunto per ritirare il premio Vittorio Mezzogiorno. E’ dal 1998 che Gianni Minà non appare più in Rai, dai tempi di Storie, 90 puntate per RaiDue che gli son costate il posto in azienda. “Non mi aspettavo l’epurazione dalla Rai, ma è come se fossi sparito per tutti, nessuno mi ha più fatto proposte”. “Io so cos’è il servizio pubblico, so come si difende e si tutela perché lo conosco da 50 anni; non lo sa certo un funzionariotto politico qualunque” aggiunge Minà, che intravede in Sky la possibilità di riaprire le porte a un giornalismo come il suo, “sempre che il suo modernismo non si limiti all’aspetto tecnico”, precisa Minà. “Ma sono un sognatore e i sognatori non li ammazza nessuno”.

    Difficile sintetizzare la densa e appassionante conferenza stampa di Gianni Minà al Giffoni Film Festival 2010, dove è giunto per ricevere il Premio Speciale Vittorio Mezzogiorno (per il secondo anno al GFF) che gli verrà consegnato questa sera sul palco dell’Arena della Cittadella del Cinema.
    Un’occasione imperdibile per fare il punto sul giornalismo tv di oggi e per commentare la paradossale situazione in cui versa l’informazione in Italia.
    “E’ difficile da credere ma io resto quello di Cuba per la Rai e non solo, ma non mi aspettavo l’epurazione dall’azienda per la quale ho sempre lavorato… Ma non ho fatto la vittima, non mi piace e poi mia moglie non vuole” rivendica Minà, scherzandoci un po’ su. E il suo nome di fatto non viene mai inserito nella lista degli epurati politici di mamma Rai, come Santoro, Luttazzi e Biagi, vittime del celebre editto bulgaro berlusconiano.

    “Mi hanno chiuso il becco – continua Minà – ma devo dire che sono in buona compagnia: basta fare i nomi di Italo Moretti, Enrico Deaglio… eppure io ho fatto la Rai, ci sono entrato nel 1958 (le trasmissioni regolari della Rai sono iniziate nel 1954, n.d.r.)”. E si infervora rivendicando la priorità della professione sulle beghe politiche che da sempre inquinano Viale Mazzini: “Io so cos’è il servizio pubblico, io so come si difende e come si tutela, di certo non può saperlo un funzionariotto politico qualunque” continua Minà, che ricostruisce con dovizia i particolari i motivi che lo hanno portato fuori dalla Rai.

    “Storie (90 puntate/interviste trasmesse su RaiDue nel 1998) mi è costato il posto e so anche perché – spiega Minà – Feci una puntata in diretta sul caso Alpi con i genitori di Ilaria in studio: venne fuori che le cassette video girate da Miran Hrovatin e i taccuini di Itaria erano stati imbarcati sul volo che riportò le salme in Italia con i bagagli, ma una volta atterrati questi oggetti non furono più trovati. Sul volo c’erano i militari a capo della missione in Somalia, i servizi segreti, la Rai… qualcuno di loro aveva fatto sparire i materiali e questa cosa ovviamente fece molta paura. Quali segreti dovevano sparire in quell’Italia che si diceva democratica?”.

    Ma se quella fu la goccia che fece traboccare il vaso, di certo di motivi per un suo ‘silenzioso’ allontanamento dall’azienda non mancarono. “In un’altra puntata Antonino Caponnetto (in testa all’articolo un estratto, ndr) raccontò del previsto passaggio di testimone tra lui e Falcone alla guida del pool Antimafia; ma poi al CSM qualcunò votò diversamente e dopo in un paio di anni il pool fu distrutto.

    Ora sappiamo perché, il Governo stava trattando con la Mafia”.

    “Ho saputo dopo che quella trasmissione aveva segnato il punto di non ritorno della mia carriera: 12 anni senza la Rai mi pesano, ma non mi piace e non voglio fare la vittima. Le soddisfazioni morali non sono mancate” e tra queste rientra anche il Premio Mezzogiorno “la cui motivazione – spiega Minà – ha colto quello che ho sempre cercato di essere” ovvero umano curioso e libero – come si legge nella motivazione del Premio – capace di rendere ‘normali’ fatti e personaggi che non lo erano, facendoli arrivare a tutti con una semplicità fatta di una grande ricerca.

    Un tipo di narrazione, di giornalismo che forse nessuna tv ha il coraggio e la capacità di riproporre: “Se il giornalismo è ormai ridotto soltanto al gossip, allo struttamento dell’intervistato allora vuol dire che non posso più fare il giornalista. Ma la società secondo me vuole ancora una tv in cui si racconti anche i personaggi più ‘irraggiungibili’ con normalità”. “Forse solo Sky potrebbe raccogliere questa eredità – dice Minà – sempre però che riesca ad accorgersene: se il modernismo, l’innovazione del linguaggio, è solo tecnico serve a poco” e ci domandiamo se il modello di Current potrebbe essere una buona ‘sponda’ per un ritorno di Minà.

    Eppure anche lui confessa di aver commesso un errore: “Era il 1994 e accettai di candidarmi alle elezioni: mi feci convincere da Claudio Fava e Nando Dalla Chiesa, ma la sinistra, con la sua lungimiranza, mi sistemò nel collegio Palermo-Capaci-Ustica. Accettai perché ero convinto di poter servire a qualcosa, volevo contribuire a rifare la legge sulla tv e sul conflitto di interessi. Ovviamente non uscii, ma la cosa più patetica è che sono passati 16 anni e c’è ancora qualcuno che ci racconta la favoletta che parlare di conflitto di interessi finisce per favorire Berlusconi”. “Noi non abbiamo più la capacità di indignarci perché da 20 anni viviamo in un sistema controllato dai modelli dell’intrattenimento: ormai la gente è assuefatta a tutto, la tv ci fa sembrare tutto normale, anche le cose più impensabili”.

    Una situazione che lascia poche speranze, ma la chiosa di Minà è ottimista: “Io sono un sognatore così come il direttore del GFF, Claudio Gubitosi: portò De Niro a Giffoni negli anni ’80, quando sembrava assolutamente impossibile che potesse accettare. Eppure venne: a noi sognatori non può ammazzarci nessuno, continueremo a sognare”.

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