Filumena Marturano, poca Napoli ma convincente

Filumena Marturano, poca Napoli ma convincente

Una modesta valutazione della Filumena Marturano della Rai, con Massimo Ranieri e Mariangela Melato

da in Rai, Rai 1
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    RaiUno sceglie un periodo fuori garanzia per testare la prima delle quattro commedie di Eduardo De Filippo affidate a Massimo Ranieri che attraverseranno il palinsesto Rai per tutto la stagione tv 2010-2011: la storia di Filumena torna in tv in una versione semi-teatrale realizzata negli studi del Centro di Produzione Rai di Napoli e girata in HD con la regia teatrale di Massimo Ranieri e quella tv di Franza Di Rosa. Al di là della scelta di abbandonare il napoletano, il risultato è stato, per noi, decisamente piacevole: certo, la sostanza la dà Eduardo, ma non era difficile farne una parodia.

    Una versione straordinariamente fedele all’originale quella proposta ieri da RaiUno: la ‘traduzione’ e l’adattamento di Filumena Marturano realizzata da Gualtiero Pierce e di Massimo Ranieri (che ne ha curato anche la regia e ha vestito i panni di Don Domenico Soriano) hanno rigidamente seguito il testo di De Filippo e questo è già stato un ‘risultato’ non da poco. Poche concessioni ‘innovative’ al copione, se non la sostanziale epurazione della lingua, privata dalla musicalità del napoletano per ampliare la platea televisiva, anche se siamo convinti che si tratti di una misura ‘preventiva’ senza grandi fondamenti: togliere a Filumena la potenza della battuta finale (“Dummi’, sto chiagnenno… Quant’è bello a chiàgnere”) vuol dire indebolire uno dei momenti topici della storia della ‘femmina’ di vicolo San Liborio, per fortuna compensata dalla grande forza espressiva di Mariangela Melato, che aveva detto no ad Eduardo proprio perché poco addentro al napoletano. La scomparsa del napoletano si risente, però soprattutto nella scena iniziale del secondo atto, protagonisti Alfredo e Rosalia. La rivediamo in basso nella versione teatrale di Eduardo.



    Diciamocelo, la riscrittura in italiano non ci scandalizza: la potenza della storia è capace di superare l’italianizzazione, anche perché Napoli riesce a ‘spuntare’ in tante battute, in tanti interstizi del copione, resiste nella caratterizzazione dei personaggi e soprattutto dei tre figli. Del resto lo stesso Eduardo aveva rinunciato al napoletano nella sua versione cinematografica, con la sorella Titina nelle vesti di Filumena, e aveva realmente ‘riscritto’ il suo dramma. Ne vediamo in basso il trailer, da non perdere.



    Convincente la messa in scena Rai: certo, bisogna abituarsi un po’ alle inquadrature che tradiscono uno storyboard, con giochi di specchi, stacchi netti sui primi piani, soluzioni che lasciano poco al teatro, ma che non soffocano i protagonisti; bella la scenografia, ariosa, luminosa e rispettosa di un certo tipo di arredamento, proprio delle case borghesi dei napoletani benestanti degli anni ’50, periodo in cui è ambientata la storia. E già la scelta di non voler ‘attualizzare’ la vicenda (cosa invece fin troppo frequente nelle trasposizioni fictional, con incomprensibili riscritture di personaggi e di finali) è del tutto apprezzabile.

    Veniamo ai protagonisti: Mariangela Melato restituisce una Filumena meno ‘avvelenata’ dalla vita e dal suo amore per Domenico, meno disperata e più consapevole di sé, pronta da subito alla sconfitta, paradossalmente più ‘dolce’ e ‘comprensiva’ nei confronti di Dummì. Una lettura che non va a sovrapporsi alle indimenticabili interpretazioni di Regina Bianchi (nella versione teatrale con De Filippo), Titina e che si distacca anche dalla passionalità di Sophia Loren in Matrimonio all’Italiana. La forza di questa Filumena era nello sguardo, profondo, acceso, violento, mitigato da una gestualità e da una prosodia più morbida, dove qualche concessione al napoletano (uòmini, ad esempio, con la o chiusa) ha finito invece per dare un effetto straniante. Certo, il monologo di “I figli so’ figli” e il racconto della sua vita che l’ha portata a fare la malafemmina (“così, così, così”) perdono la loro forza dirompente, ma acquistano una nuova dimensione, più distaccata, più ‘matura’, in una Filumena che non dimentica, ma che sembra ormai lontana da quella disperazione. Il paragone era arduo, la Melato ha dato al pubblico la ‘sua’ Filumena.

    Fin troppo esagitato, al contrario, Domenico Soriano: la disperazione, il terrore, la rabbia di De Filippo, veicolata dai toni, dalla voce, dall’espressione del viso, trova qui un ‘sfogo’ fisico. Massimo Ranieri ‘gioca’ a fare De Filippo (la naturale fossetta sulla guancia sembra davvero rubata al Maestro), non riesce a liberarsi del tutto del suo ‘personaggio’ principale per immedesimarsi in Domenico Soriano, ma la bravura c’è, il risultato viene portato a casa.

    C’è qualche personalizzazione nella regia teatrale: il pianoforte cui spesso si rivolge Filumena, battendo nervosamente (e forse troppo forzatamente) sui tasti o la scena tra la donna e la promessa sposa 22enne di Domenico (interpretata da una sorprendente Benedetta Valanzano), su cui Filumena esercita tutta la sua ‘superiorità’ schiacciandola sul tavolo del salotto. Per il resto c’è Eduardo con la forza della sua storia.
    In chiusura, però, non possiamo non riproporvi Regina Bianchi che racconta ai figli chi era fino a 17 anni, perché dopo non ce n’è bisogno (“Siete giovanotti, di me avete sentito parlare…”).

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