Fiducia al Governo, quel che resta del giorno…più lungo

Fiducia al Governo, quel che resta del giorno…più lungo

Si chiude una giornata che non sarà dimeticata facilmente nè per il risultato politico che riporta la fiducia al governo Berlusconi, nè per i disordini che hanno messo a dura prova Roma e altre città italiane

    Il governo ha avuto la tanto sospirata fiducia, ma cosa resta di un giorno lungo e faticoso di cui si parlava da circa un mese? Berlusconi non ha mai avuto dubbi sull’esito del voto, né al Senato né alla Camera, il copione è stato rispettato. Ma a che prezzo? Una maggioranza esigua quella uscita dal voto della Camera avvenuta dopo le 13.00 e con una serie di scenette poco edificanti per il Parlamento. Inizia in mattinata l’assolo di Di Pietro che nel suo intervento consiglia al premier di espatriare, cerca di evidenziarne tutti i difetti con l’unico risultato di far uscire Berlusconi dall’aula e sarà solo l’intervento di Casini a riportare l’ordine, si fa per dire.

    Infatti, dopo poche ore, mentre il voto prende corpo già con la certezza del Senato in tasca, si capisce che la fiducia sta per diventare realtà, e quindi gli illuminati parlamentari non trovano di meglio da fare che innescare una bella rissa degna di un derby calcistico, uno spettacolo da dimenticare. Ma non è finita qui, quello che resta è la consapevolezza che, ad essere fin troppo mutevoli sono proprio le donne. Due, all’ultimo secondo, quasi fuori tempo massimo, hanno scavalcato il filo spinato, rimanendoci un po’ impigliate con la coscienza, a dire il vero, almeno così pare, o ci piace pensare.


    Per fortuna, a dimostrazione che le donne non sono tutte uguali, altre tre erano lì, nonostante fossero giustificate, per manifestare la propria scelta, questa volta almeno più consapevole, giusta o sbagliata che fosse.

    Ma resta anche l’amarezza di tanta gente che, in buona fede, e per ragioni rispettabili, oggi aveva scelto di far sentire il proprio dissenso manifestando pacificamente. Già, perché di pacifico oggi non c’è stato niente, in nessun luogo, in nessuna città.


    Roma ha subito forse l’affronto maggiore, una ferita dura da rimarginare, anche perché nel frattempo, mentre la città era impegnata a farsi del male, nei palazzi del potere ci si accordava, si tramava e come stabilito, si cantava vittoria.


    Una vittoria effimera, certo, che apre una voragine nello scenario politico attuale, ma che intanto stride non poco con tutto quello che è accaduto in questo 14 dicembre di cui rimarrà, non il dibattito politico giocato con l’onestà intellettuale che si conviene a chi ha in mano la Cosa Pubblica, ma soltanto il teatrino triste dello spettacolo che hanno dato tutti i parlamentari e anche un senso di fastidio per aver offuscato con la violenza di piazza un’opposizione che forse non esiste, o almeno non è costruttiva. E adesso si riparte da qui, Berlusconi al Colle, forse una crisi pilotata, ma forse anche no. Qualcuno, anni fa cantava, Povera Italia

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