Fiction italiana in crisi, parola di Milly Buonanno

Fiction italiana in crisi, parola di Milly Buonanno

Milly Buonanno analizza la situazione della fiction italiana, in crisi per contrazione della produzione e per la mancanza di idee

    Vent’anni di Fiction Italiana

    Il Romafictionfest non offre ‘solo’ golose anteprime di serie tv Usa, non si limita a organizzare rassegne ed eventi speciali, ma resta uno dei principali spazi di riflessione sullo stato della fiction italiana e internazionale. Resta il cardine della produzione e della programmazione delle emittenti tv mondiali (indipendentemente dalle piattaforme) configurandosi spesso come il valore aggiunto dell’offerta pay grazie soprattutto alla spinta propulsiva che viene dalle nuove produzioni Usa. In Italia, invece, l’offerta si sta contraendo, non solo per ore di fiction prodotta, ma soprattutto per i contenuti veicolati, che guardano sempre di più al recente passato. La fiction italiana non racconta più l’Italia sembra far intendere la prof. Milly Buonanno, direttore dell’Osservatorio sulla Fiction Italiana, presentando il ventunesimo rapporto realizzato dall’OFI, Se vent’anni sembran pochi.

    La fiction italiana è in crisi: questo emerge dall’intervista rilasciata a La Stampa dalla prof. Milly Buonanno, docente alla Sapienza e direttrice della Scuola di scrittura televisiva di Milano, nonché dell’OFI: l’occasione è data dalla presentazione del 21mo rapporto annuale su La Fiction in Italia, L’Italia nella Fiction, che prende in prestito i versi di De Gregori per celebrare i suoi primi 20 anni.
    Vent’anni in cui la fiction nazionale è finalmente maturata, affermandosi come genere strategico per la composizione dei palinsesti nostrani, che negli anni ’80 erano appiattiti sull’importazione di titoli Usa e sudamericani e che negli anni ’90 ha poi puntato sulla media-lunga serialità domestica, abbandonando progressivamente il formato breve della miniserie per darsi una struttura più industriale (sono gli anni delle prime soap made in Italy e delle prime serie da 50′).

    Negli ultimi anni si è notata un’inversione di tendenza, con i titoli Usa a fare la parte del leone (sintomatico fu lo sbarco del Dr. House nella prima serata di Canale 5, che fece tornare in mente i successi di Dallas e Dynasty) non solo per la quantità di materiale in palinsesto, ma soprattutto per creatività contenuti e successi d’ascolto.

    Cosi la Buonanno riassume gli ultimi 10 anni di fiction in Italia: “In dieci anni, dal 1996 al 2006, una crescita costante passando da 100 a 800 ore l’anno. Con il 2007 è cominciato il calo. Tra Mediaset e Rai siamo a circa 200 ore di meno. I dati dicono che la rete che più ne ha messa in onda è stata Canale 5, anche se ha avuto alcuni flop. L’anno prossimo potrebbe essere Raiuno ad averne di più“. Una contrazione dovuta principalmente al taglio degli investimenti e alla crescita del potenziale narrativo dei reality show, che hanno ormai sostituito – a basso costo – la narrazione del quotidiano di cui la fiction anni ’90 era stata portatrice.

    Scarseggia la progettualità - spiega Buonanno – Mediaset ha deciso di non fare più i grandi eventi, le fiction sbanca-Auditel. La Rai ha scelto di buttarsi sulle biografie dei miti del passato. Si punta sui reality come in tutto il mondo perchè il reality è il frutto di questa cultura globalizzata: non costa molto, stimola il voyerismo collettivo, rappresenta per la gente comune la strada per accedere alla celebrità. Anche temporanea, anche effimera“.

    E così, di fronte alla mancanza di ‘coraggio narrativo’ e per paura di investimenti a rischio – non debitamente compensati dagli ascolti, visti anche i tanti flop delle ultime tre/quattro stagioni – si lascia da parte la media-lunga serialità per ricorrere a titoli ‘blindati’, di appeal più certo e remunerativo. Un ritorno al passato in qualche modo, che la Buonanno riassume così: “La fiction italiana non gode di buona salute: da Raidue è stata eliminata; Canale 5, che aveva Vivere e Centovetrine tiene una sola soap; il miracolo di Un posto al sole non s’è ripetuto con Agrodolce su Raitre. Le novità scarseggiano. Le sceneggiature mostrano la corda:abbiamo pochi buoni prodotti su una media scarsa. Le cose di Valsecchi per Mediaset sono discrete ma Intelligence con Raul Bova è andata al di sotto delle attese. Era ottima C’Era Una Volta La Città dei Matti, su Basaglia, che ha fatto incetta di premi, ma due serate non fanno una stagione“.
    E sono davvero pochi i titoli capaci di mettere in evidenza la principale potenzialità commericiale della fiction, rispetto soprattutto ai reality, la replicabilità: sono rari i casi alla Montalbano, capace di vincere la serata anche al 15mo passaggio, il resto ‘vivacchia’.

    In Italia manca la lunga serialità che è la spina dorsale della fiction” questa la secca diagnosi della Buonanno e non basta andare avanti a sequel per garantirsi il successo: “I casi ci sono: Distretto di polizia, Un medico in famiglia, Don Matteo, I RIS, La squadra, a modo suo I Cesaroni. Sono pochi. Prendiamo Tutti pazzi per amore: la prima serie era perfetta e innovativa, in bilico tra realismo e musical; la seconda ha cambiato tono forzando sul paradossale. Non va bene: se si vuole costruire una serie lunga occorre il massimo controllo sullo stile“.

    In chiusura un pensiero per Coliandro: “Mi dispiace abbiano cancellato l’Ispettore Coliandro. Non era un capolavoro, però poteva far tendenza“. Come la prenderanno i coliandrizzati?

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