Faccia d’Angelo, Elio Germano dà sostanza a un’opera incompiuta

Faccia d’Angelo, Elio Germano dà sostanza a un’opera incompiuta

Faccia d'Angelo, si è chiusa la trasposizione fictional della storia di Felice Maniero

    Si è conclusa ieri la miniserie Faccia d’Angelo, due parti dirette da Andrea Porporati e prodotte per Sky dalla Gootdime di Gabriella Buontempo, ormai ex moglie di Italo Bocchino. Destinata a rimpolpare il genere delle biografie di malavita, che ha le sue origini ‘narrative’ nei titoli mafiosi di TaoDue – come Il Capo dei Capi o L’Ultimo PadrinoFaccia d’Angelo non riesce a ‘mimetizzare’ la volontà di rifarsi ai ‘capolavori’ del genere, come le due stagioni di Romanzo Criminale, che restano il riferimento stilistico nella confezione, più che nella narrazione. La fiction, però, ha il sapore dell’incompiuta: la vicenda del boss del Brenta non appassiona più di tanto, raffreddata da una costruzione piuttosto didascalica dovuta peraltro alla natura stessa della storia di Felice Maniero, mai peraltro citato nel corso delle due puntate. La ‘primula rossa’ non si è fatta ingabbiare neanche dalla tv.

    Le due puntate di Faccia d’Angelo si poggiano quasi esclusivamente sull’eccezionale interpretazione di Elio Germano, che con il suo ciuffo ‘filologicamente’ fedele all’originale, la riproduzione del sorrisetto beffardo con Maniero ha conquistato la cronaca italiana e la sua parlata veneta straordinariamente convincente ha dato sostanza a un personaggio ‘sfuggente’ e complesso, intorno cui ruota – inevitabilmente – tutta la (ri)costruzione delle ‘gesta’ della Mala del Brenta.

    Gesta che sembrano quasi restare sottotraccia: non si ha qui la corposità dell’affresco storico-generazionale di Romanzo Criminale, la dinamicità che un protagonismo corale può garantire, il sostrato politico-sociale capace di ancorare il racconto alla disamina di un periodo della storia d’Italia. Il tutto si gioca intorno all’ascesa e alla caduta di un boss sui generis, affascinato dal denaro più che dal potere, la cui carriera è stata ‘ostacolata’ proprio dalla ‘mancanza’ di un ‘gruppo’ in grado di sostenerlo adeguatamente.

    Il ‘Toso’, quindi, è sostanzialmente ‘solo’, nella ‘vita’ e nella fiction: i punti deboli del protagonista rimbalzano dunque nella trasposizione tv, rendendo la miniserie sostanzialmente piatta sul piano narrativo, illuminata a tratti da scelte di sceneggiatura e di regia interessanti, che riescono a rendere un minimo di dinamicità in una costruzione che procede sostanzialmente per episodi e si conclude con l’immancabile ‘vittoria’ delle forze dell’ordine, che nelle fiction assumono sempre i contorni di sparuti, coraggiosi e testardi individui impegnati in una solitaria lotta per la giustizia.

    Come dicevamo, lo stile guarda all’asciuttezza e alla drammaticità di Romanzo Criminale, ma si arena inevitabilmente di fronte alla diversa ‘grana’ dei protagonisti, lasciando il senso di qualcosa che sarebbe potuto essere, ma non ha avuto la forza di farlo. Forse un po’ come è avvenuto nella vita a Maniero. Chapeau a Elio Germano, che ha dato una prova attoriale pregevole e impeccabile, e complimenti alle co-protagoniste femminili, da Katia Ricciarelli, dolente e complice madre del Boss, alla fresca Linda Messerklinger, la fidanzata del Toso, che resta per due terzi del racconto la ‘chiave’ attraverso cui il pubblico può sperare di entrare nell’impenetrabile maschera del boss in doppiopetto. Morta lei, muore l’ultima speranza per il Toso e per il pubblico di veder raccontata un’altra storia.

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