Enrico Mentana: “Al Tg5 non tornerei e dissi di no al Tg1″

Enrico Mentana: “Al Tg5 non tornerei e dissi di no al Tg1″

Enrico Mentana si racconta a Vanity Fair fra passato (Tg5) e presente (Tg La7) e no a varie testate (Tg1 in primis), ecco i pensieri del giornalista

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    Da quasi due anni è al timone del Tg di La7 che conduce nell’edizione serale, il telegiornale diretto da Enrico Mentana si è trasformato in men che non si dica nell’unico telegiornale “libero” del panorama televisivo italiano. Sembra lontano anni luce il 1992 quando fondò il Tg5, ma ha mai pensato di tornare alla guida del telegiornale che ha creato, in un’intervista a Vanity Fair il direttore ha detto: “No e al Tg5 non ci tornerei“. Non solo, il giornalista ha anche rifiutato la guida del Tg1. Dopo il salto altre dichiarazioni.

    Nel numero di Vanity Fair in edicola, Enrico Mentana si racconta e racconta alcune delle sue esperienze lavorative più importanti e alcuni no che pesano. Come quelli detti quando gli era stata offerta la direzione di alcuni quotidiani nazionali: “La Stampa e l’Unità, tra gli altri“.

    Non solo carta stampata, Mentana ha detto più volte no alla direzione del Tg della Rai. Ma perché ha rifiutato? “Perché ci ho lavorato nove anni, so come funziona. In Rai tornerei solo se mi venisse garantita la libertà di non rispondere al telefono ai politici. Una cosa che non concederanno mai. Io sono l’unico direttore di Tg che non vota. La politica oggi è raccontata da piccoli fatti che non c’entrano con la passione. Per questo tante storie private, di sesso e tradimenti, prendono piede: un tempo non è che fossero più casti, ma avevano più argomenti. Oggi la politica è solo l’arte del prevalere“. Già perché fu proprio in Rai che il giornalista mosse i primi passi e addirittura commento giovanissimo il matrimonio della principessa Diana di cui vi avevamo parlato qui.

    Finita l’esperienza in Rai, Mentana fonda nel 1992 con l’amico Sposini (a cui ha dedicato qualche giorno fa la diretta del suo TgLa7) il Tg5 e ricorda quegli anni alla guida del tg di Canale 5: “Nessuno mi ha mai detto che cosa dovevo o non dovevo fare. La mia libertà si cibava del successo. Magari la telefonata c’era: ‘Guarda che questa cosa dà fastidio’. Ma, se era una notizia, la davo lo stesso. Quando a Berlusconi ha fatto comodo avere un Tg che facesse più i suoi interessi politici, mi ha sostituito“. E sulla sua sostituzione a fine 2004 dopo la sua rottura con Mediaset: “Ma io non ho fatto nulla per alimentare questa sindrome da conte di Montecristo: non ci sono ruggini o velleità vendicative. Se Berlusconi fa una cosa giusta lo diciamo, se fa una c******a anche.

    Statisticamente, succede di più la seconda“.

    Enrico Mentana ha trasformato il tg La7 in un prodotto di straordinario successo, il miglior telegiornale della tv italiana, come spiega questo successo? “Ci sono più pubblici. C’è ancora chi segue Avetrana, ma c’è una fetta, neanche marginale, che vuole altro. Chi mi ferma per strada dice sempre la stessa frase: ‘Grazie, perché mi ha restituito il gusto di vedere un vero telegiornale’. C’era spazio per rifare un Tg come era vent’anni fa prima che a cambiarlo arrivasse un vento a cui io, con la nascita del Tg5, ho fortemente contribuito“. E come dargli torto…

    Quali sono le differenze fra La7 e Canale 5? Mentana sottolinea che “il budget del Tg La7 è forse un quarto di quello del Tg5. Ma più che i soldi fanno le idee“. E il suo cachet? “Quando stai fermo a lungo e ti arriva un’opportunità come questa, lavori anche gratis. Dall’editore, Telecom, ho accettato uno stipendio che è alto, per carità (320 mila euro lordi), ma che è un quinto di quello che prendevo a Mediaset dopo tanti anni di lavoro. Però ho chiesto a La7 un premio di risultato per ogni punto di share di crescita. Quindi probabilmente guadagnerò parecchio“.

    In questi anni Mentana non si è mai piegato al presidente di rete di turno, come vede, invece, un telegiornale ultra schierato come il Tg1 di Minzolini? Mentana lo definisce “orgogliosamente filogovernativo, diverso da quelli di Rossella e Mimun, allineati ma non di battaglia. È una rivoluzione perché, prima di lui, il Tg1 cambiava solo per un 20% a seconda del partito che saliva al governo. E la sta pagando: i telespettatori antiberlusconiani vanno a cercare altro”. Il giornalista parla anche di Berlusconi: “Ha monopolizzato la politica italiana negli ultimi vent’anni, anche a causa della debolezza dei suoi avversari. A volte irrita, a volte diverte“.

    A Vanity Fair, settimanale per cui firma anche una rubrica, Enrico Mentana ricorda quando lasciò il Tg5 e l’incontro che ebbe con Silvio Berlusconi: “Mi disse: ‘Preferirei che tornasse a Mediaset. Non ho avuto nulla a che fare con il suo allontanamento e credo sarebbe giusto chiudere quella ferita. La chiamerà mio figlio”. Ma l’incontro con Pier Silvio fu inutile: “Mi offrì tutto quello che c’era da offrire”. Ma Mentana non specifica cosa.

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