Elio Germano: “Aspetto un film sul G8 di Genova”

Elio Germano: “Aspetto un film sul G8 di Genova”

Elio Germanoè giunto a sorpresa a Giffoni Experience incoraggiato dai racconti dei colleghi che lo hanno preceduto

    Elio Germano

    Elio Germano è giunto a sorpresa a Giffoni Experience incoraggiato dai racconti dei colleghi che lo hanno preceduto. L’attore, reduce dal set del nuovo film di Daniele Luchetti e prossimamente al cinema in Nine di Rob Marshall si ferma a riflettere sullo stato del cinema italiano: “Tra tagli del Fus e crisi i produttori cinematografici non fanno che guardare al profitto: si tende all’appiattimento, di coraggio per rischiare non ce n’è“.

    Il pubblico tv lo ha rivisto in questi mesi di repliche estive nella sua ‘mitica’ interpretazione de il Pasticca in Un Medico in Famiglia 2, ma Elio Germano in questi anni si è fermamente imposto nel panorama cinematografico italiano per la sua versatilità e soprattutto per la sua innata bravura. Dal liceale coatto di Che ne Sarà di Noi? (2004, Giovanni Veronesi) al Quattro Formaggi di Come Dio Comanda (2008, Gabriele Salvatores), Elio, che ha debuttato nel 1999 con Il Cielo in una Stanza di Ricky Tognazzi, ha avuto modo di lavorare con il meglio del cinema italiano, da Crialese (Respiro, 2002) a Virzì (N, Io e Napoleone, 2006; Tutta la Vita Davanti, 2008), da Placido (Romanzo Criminale, 2005) a Ettore Scola (Concorrenza Sleale, 2001).

    Ora ha appena terminato le riprese di La Vita di Daniele Luchetti, nel quale interpreta un operaio edile, sposato (con Isabella Ragonese), padre di due figli e in attesa del terzo: il tutto ambientato nelle nuove periferie suburbane di Roma, al di fuori della cinta del raccordo anulare, “zone vitali, ricche di giovani coppie che iniziano la propria vita insieme, in cui è forte il contrasto tra quel che si respira e la mancanza di servizi“, dice Elio, abituato a location del genere, già battute in Mio Fratello è Figlio Unico (2007, Luchetti). Se allora era il fratello di Scamarcio, questa volta gli tocca la parte del fratello di Raoul Bova: ma di certo non teme confronti.

    La sua recente partecipazione al musical Nine, di Rob Marshall (omaggio a 8 e 1/2 di Fellini) apre le porte a una seria rilfessione sullo stato del cinema italiano: “Nel film di Marshall ho davvero una particina, sono l’assistente alla regia di una troupe cinematografica guidata da Daniel Day Lewis, ma i pochi giorni passati sul set mi hanno fatto scoprire cosa sia un set americano: tutto è mega, solo per citare qualche esempio l’elenco troupe è il doppio del nostro, il regista l’avrò incontrato un paio di volte, per il resto la sua voce viene diffusa sul set da casse audio: in più c’è un clima di estrema professionalità. Da noi è consuetudine fare battute durante le riprese, lì non esiste: insomma i nostri set sembrano un campo nomadi della Prenestina, anche da questo si capisce la differenza“.
    Ma le difficoltà del cinema italiano hanno radici ben più profonde: “Mi sono stancato di dare colpa al governo o a i produttori: se il nostro cinema non ha il coraggio di raccontare storie del nostro presente non è solo colpa dei tagli al FUS o della logica commerciale dei produttori, che investono soldi per fare soldi: è colpa di tutti, anche del popolo che fa poco per cambiare le cose per qualche propria convenienza. Certo, con meno fondi c’è meno libertà: l’obiettivo diventa far soldi, quindi sceneggiatori e produttori vanno alla ricerca di storie sicure, già rodate, di personaggi di richiamo, che abbiano già incassato con la speranza che continuino a farlo. E così nascono i filoni di film sempre uguali: se penso ai teen drama mi rendo conto che ad aprire la strada è stato proprio Veronesi, cui poi si sono accodati gli altri“.
    C’era molto più coraggio 10/15 anni fa: film come IL Muro di Gomma o Il Portaborse hanno avuto i coraggio di raccontare la nostra Italia, ora per fortuna ci sono stati Il Divo e Gomorra, ma sono due eccezioni in un sistema che guarda sempre più al profitto. Aspetto ancora un film sui fatti del G8 di Genova.

    Anche gli attori si adeguano: se la necessità diventa lavorare (come in tutti i settori del nostro Paese) a questo punto non vai troppo per il sottile, non fai lo schizzinoso. Personalmente mi auguro di poter ancora scegliere i ruoli come ho potuto fare finora, ma sono bene di essere stato molto fortunato e che non durerà a lungo: riuscire a fare sempre ciò in cui si crede è un privilegio, ma non durerà“. Lucido e schietto, Germano delinea uno scenario preciso che vede l’industria cinematografica sempre più vicina alle logiche televisive e fictional, che peraltro negli Usa (con qualche barlume di speranza anche per le produzioni italiane) hanno finito per colmare, con i titoli di network come HBO, i buchi della ‘narrazione’ originale del cinema. Ma per ora Germano non ha progetti in ballo con la fiction: “E’ un periodo di stanca” sia per il cinema che per la tv, continua a ripetere, delineando una situazione alquanto buia, confermata anche dai tagli al budget annunciati da Rai e Mediaset.

    Nel suo futuro non vede la regia: “Sono del tutto impreparato e poi preferisco vivere” scherza con i giornalisti e riassume così il segreto della sua bravura ai giurati: “Non ho un metodo, non credo nelle scuole: la mia sfida è usare ogni volta un metodo diverso per entrare nel personaggio: talvolta non mi preparo neppure per vivere le emozioni con il personaggio“. Spesso in tv ci si chiede cosa sia il talento: beh, noi pensiamo di avere incontrato la risposta.

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