Bruno Vespa, rinnovato il contratto Rai

La Rai ha rinnovato il contratto a Bruno Vespa, contratto bloccato qualche settimana fa in attesa di verifiche: per il cdA era un po' troppo esoso

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    La Rai ha rinnovato il contratto a Bruno Vespa, contratto bloccato qualche settimana fa in attesa di verifiche: per il CdA era un po’ troppo esoso. Intanto Vespa è stato condannato dalla Corte di Cassazione per uno dei suoi processi mediatici. In alto Vespa ospite a Domenica In, introdotto da una magnifica sigletta.

    Bruno Vespa e la Rai sono di nuovo legate da un formale contratto: dopo le perplessità del CdA, che ha richiesto un approfondimento del contratto presentato al Consiglio dal direttore Mauro Mazza visto il congruo stipendio, la proposta ha avuto il via libera e le parti hanno apposto l’attesa firma. Il contratto prevede un compenso annuo di 1.600.000 euro, circa il 10% in più rispetto al precedente, non ritoccato però da anni, come specificò all’epoca dello stop lo stesso Vespa.

    A far tentennare il CdA la difficile situazione economica dell’Azienda, che richiede una gestione più ‘attenta’ e oculata dei budget. Alla fine, però, la bozza è passata, con la benedizione del direttore di RaiUno, Mauro Mazza, che al Corriere della Sera ha spiegato il perché di tanta ‘generosità’: “Vespa sarà anche strapagato, ma è un grandissimo pro­fessionista che assicura ascolti con una formula che regge da quindici an­ni. Uno dei marchi sicuri di RaiUno“. E sul fronte risultati di certo non gli si può dire nulla.

    Intanto Vespa è stato condannato dalla Corte di Cassazione al pagamento di una multa di mille euro e al risarcimento dei danni ai familiari della contessa Alberica Filo della Torre, uccisa nella sua villa all’Olgiata 19 anni fa e sulla quale Vespa ha realizzato più di una puntata del suo Porta a Porta. In una di queste fu trasmesso un servizio in cui, secondo i familiari, “la morte della nobildonna era stata gratuitamente accostata ad una serie di ipotesi oggettivamente diffamatorie, in un contesto oscuro e inquietante di servizi segreti con conseguenziale pregiudizio per l’onore e la reputazione dei familiari“.

    Contestato dalla Corte di Cassazione l’atteggiamento dei talk show italiani: la Cassazione, infatti, li ha invitati a moderare la loro ‘tendenza’ a trasformarsi in veri e propri processi mediatici che “riscuotono apprezzabili indici di gradimento nell’utenza“, dice la Corte, ma che finiscono per “offrire una realtà immaginifica o virtuale, capace, non di meno, per forza di persuasione, di sovrapporsi, ove acriticamente recepita dagli utenti, a quella sostanziale“. “Non è consentito neppure in chiave retrospettiva riferire di ipotesi investigative o di meri sospetti degli inquirenti (veri o presunti che siano) senza precisare, al tempo stesso, che quelle ipotesi o sospetti sono rimasti privi di riscontro: le ipotesi degli investigatori che non abbiano trovato conforto nelle indagini sono il nulla assoluto” ricorda la Corte. Un atteggiamento diffuso, certo, che forse con questa condanna (per quanto irrisoria) potrebbe trovare un argine.