American Horror Story dall’8 novembre su Sky; foto, video e recensione

American Horror Story dall’8 novembre su Sky; foto, video e recensione

American Horror Story dall'8 novembre su Sky: le foto e i video promozionali e una recensione in anteprima dello show

    American Horror Story è uno dei telefilm più attesi dell’anno, dopo lo straordinario debutto americano lo show di Brad Falchuck e Ryan Murphy (già creatori di Glee da cui AHS non potrebbe essere più diverso) arriverà su FOX (canale 111 di Sky) dall’8 novembre alle ore 22.45. Televisionando ha dato un’occhiata ai primi due episodi dello show, e sotto vi riporta le sue (parziali) impressioni.

    Se non ne potete più degli studenti canta/ballerini di Glee, ma non avete mai perso un film horror che fosse uno, provate a sintonizzarvi su FOX il prossimo 8 novembre 2011, quando sul canale 111 di Sky, alle 22.45, debutterà American Horror Story, lo show sceneggiato da Ryan Murphy e Brad Falchuck che sembrano dare sfogo alla parte più ‘malata’ della loro mente. (Continua dopo ogni video).



    AHS racconta in particolare di Ben e Vivien Harmon (Dylan McDermott e Connie Britton), una coppia sposata che si trasferisce – con la figlia Violet (Taissa Farmiga) – da Boston a Los Angeles, allo scopo di salvare il matrimonio, messo in pericolo da una relazione adulterina di lui con una sua studentessa, capitata nei giorni successivi all’aborto di lei.



    I tre si ritrovano a vivere in una casa comprata ad un prezzo scandalosamente basso (l’abitazione è grande e in una zona ‘alta’ della città, ma fino a pochi mesi prima era abitata da una coppia omosessuale in cui uno dei partner ha ucciso l’altro e poi si è tolto la vita), ma ben presto scopriranno che quella che potrebbe essere una casa dei sogni non ha nulla da invidiare a quella di Amytiville, una cosa che i telespettatori sanno già dall’inizio della premiere di AHS, quando un flashback ambientato nel 1978 ci mostra la morte di due ragazzini che, entrati nella casa per far danni, non ne usciranno più.



    Tra i personaggi di contorno troviamo Constance (Jessica Lange), la vicina di casa cleptomane munita di figlia down (Addy/Jamie Brewer) che sembra avere uno strano legame con la casa, Larry Harvey (Denis O’Hare), uno degli ex abitanti della casa in cui è morta (per mano sua) la sua famiglia, Moira, la domestica della casa interpretata da una ‘vecchia’ Frances Conroy quando viene vista da Vivien e da una giovane e conturbante Alexandra Breckenridge quando viene vista da Ben, e Tate Langdon (Evan Peters) paziente con tendenze psicopatiche di Ben (che è uno strizzacervelli) e interesse amoroso di sua figlia.



    Pompato anche da un alone di mistero (della trama non si è saputo praticamente niente per mesi), American Horror Story ha avuto un ottimo riscontro di pubblico, ma nonostante una recitazione tutto sommato buona e alcune trovate narrative degne di nota (ad esempio l’uso del flashback, ad oggi usato per mostrarci tutte le nefandezze commesse nella, e forse dalla, casa) ci sembra solo un continuo citazionismo di altre e ben più note saghe horror (o singoli film horror, vedi i due gemelli morti che fanno il verso alle gemelle col triciclo di Shining) e cadute di stile – e non solo quelle in cui i momenti ‘de paura’ si trasformano in momenti di comicità involontaria – che manco gli show della CW.



    Se la casa stregata ricorda quella di Amytiville e di altri mille film del genere, nella seconda puntata gli sconosciuti che assalgono (sia nel flashback che nella narrazione ai giorni d’oggi) gli abitanti della casa sembrano la brutta copia di The Strangers, molti dialoghi e situazioni sono stereotipati tanto che se è vero che AHS ha molte scene ‘malate’ e momenti di tensione, è anche vero che se la serie (deputata ad esplorare “le varie forme di horror nella società”) voleva riscrivere il genere horror in televisione, fino ad ora non abbiamo visto niente degno di nota.



    Considerando che finora sono andati in onda – ed abbiamo visto – solo due episodi, confidiamo che American Horror Story migliori: non bastano una sigla accattivamente, un linguaggio osceno e qualche scena spinta a rendere uno show rivoluzionario. Anzi il rischio è che si ottenga l’effetto contrario, ossia che uno cominci a pensare che scene di sesso e parolacce siano messe lì per coprire una trama scontata e personaggi che non riescono a catturare fino in fondo il telespettatore. Dal Ryan Murphy di Glee non ci si aspetta più che tanto, da quello di Popular e Nip/Tuck invece sì.

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