Agostino Saccà: “Io sono la Rai”

In una lunga intervista a Il Foglio Agostino Saccà fa una disamina del sistema televisivo italiano, rimettendo al centro della produzione tv Rai la fiction contro i reality

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    Agostino Saccà contro la Rai

    In una lunga intervista a Il Foglio, Agostino Saccà torna all’attacco della Rai, azienda per la quale ha lavorato 35 anni e che lo ha ‘scaricato’ all’apertura dell’inchiesta giudiziaria promossa dalla Procura di Napoli e poi trasferita a Roma dove qualche giorno fa ne è stata decisa l’archiviazione. “Possono dire e fare quello vogliono, io sono la Rai!” esclama Saccà, pronto a rientrare a Viale Mazzini.

    Non è facile ripercorrere tutto il voluminoso Caso Saccà, che ha fatto clamore soprattutto per le intercettazioni telefoniche cui è stato protagonista anche il premier Silvio Berlusconi. La stampa ha colto soprattutto il lato più ‘gossipparo‘ della vicenda, ovvero le raccomandazioni del premier per qualche giovane attrice alla ricerca di qualche scrittura nelle fiction di casa Rai. Ma dalle telefonate intercettate, che hanno coinvolto produttori tv, consiglieri di amministrazione Rai, politici e via così è emerso un quadro ben più ‘preoccupante’ (anche se penalmente non rilevante) riguardante la gestione della produzione di fiction: politici che chiedono che venga portato a termine un certo progetto (si veda il Barbarossa tanto desiderato da Bossi), produttori che spingono perché venga promosso un titolo inadatto al cinema (l’Angelica della Titania), ma anche un giro di informazioni su senatori ‘acquistabili’ per far cadere il governo Prodi, all’epoca in carica.

    Ma sulle spalle di Agostino Saccà pesava un carico ancora più ‘pesante’: l’accusa di essersi servito del suo incarico di direttore di RaiFiction per intraprendere un proprio progetto imprenditoriale, la creazione di una Cittadella della Fiction in quel di Lamezia Terme con l’appoggio non solo di politici nazionali, ma anche di partner stranieri della Rai, all’oscuro della natura privata, non riconducibile ad una strategia aziendale di Viale Mazzini, del progetto.

    Tutte accuse cadute per il gip di Roma, che ha archiviato il caso, accuse che Saccà ha sempre rifiutato, ritenendole quasi una pagliacciata. “L’Italia si fonda sulle raccomandazioni” disse tempo fa, dimostrandosi sempre certo della fragilità dell’impianto accusatorio.

    Ora che è giunta l’archiviazione del caso, Saccà riprende a tuonare contro i vertici Rai, contro l’allora presidente Petruccioli e il dg Cappon, che avrebbero dovuto difenderlo e che invece lo hanno abbandonato e per i quali ora ha parole di fuoco.

    Il comportamento dell’ex presidente Claudio Petruccioli, dell’ex direttore generale Claudio Cappon, di alcuni consiglieri del centrosinistra e di una parte del management del centrodestra, non del management di centrosinistra, mi risulta tuttora incredibile” ha detto Saccà ad Andrea Marcenaro de Il Foglio e dando però anche una ‘spiegazione’ politico-aziendale a quel che gli risulta incompresibile. “Sapevano che il pm che mi accusava non era competente, sapevano che l’inchiesta non stava in piedi, hanno avuto in più la prova provata, da gennaio, che le accuse penali erano inesistenti. Sarebbe stato loro dovere difendermi, e invece no. Petruccioli doveva rilegittimarsi a sinistra dopo il bacio della pantofole fatto a Berlusconi. Cappon voleva l’interim della fiction. Guido Paglia e Fabrizio Del Noce di preciso non saprei credo robetta. Posso offrirle un dato però. La fiction Rai con me faceva il 26%, ora è al 20%“.

    Sull’accusa di ‘traffici illeciti’ con società di produzioni straniere, tra cui la Bavaria Film, storico partner della Rai, e l’HBO Saccà ha

    risposto evidenziando il grande rapporto di stima che lo legava ai vertici della società americana: “La HBO è la più grande produttrice di fiction del mondo. Il suo capo storico, che ha inventato e prodotto la fiction americana, Sex and the City, fino all’anno scorso è stato Chris Albrecht. Mi chiese di andare con lui a Los Angeles. Non lo chiese ad altri, lo chiese a me. Sapeva che conosco il mio lavoro, altro che traffici. Per farmi fuori gli inquirenti sono andati a spulciare gli ultimi dieci anni della mia vita, note spese comprese, e non hanno trovato niente fuori posto, niente di niente. Vivo in un appartamento in affitto di 60 metri quadrati:se uno nella mia posizione non è diventato ricco, molto ricco, è perché considera che esista qualcosa di più importante del denaro“.

    Questo qualcosa di più importante per Saccà è la Rai, e con essa la potenzialità del prodotto fictional che spera possa ritornare al centro delle strategie produttive dell’azienda, anche grazie al suo aiuto: “Io credo nelle possibilità editoriali della Rai. Mi piace l’idea di esercitare potere sulle possibilità editoriali del servizio pubblico, per questo sono tentatissimo dall’idea di tornare. La Rai ha davanti agli occhi la tragedia della sua fiction al 20% di share: cosa deve fare se non chiamarmi? Quattro persone sarebbero in grado, in Italia, di recuperare la situazione: Marco Bassetti e Giorgio Gori, che fanno proficuamente altro, Silvio Berlusconi, che mi risulta impegnato altrove, e suo figlio Piersilvio, che guida Mediaset. Stop, finito”.

    E’ un fiume in piena Saccà, che non perde occasione per fare una disamina del sistema televisivo contemporaneo, invaso da reality che a suo avviso stanno uccidendo la tv generalista. Riprendiamo alcuni dei passaggi più interessanti dell’intervista.

    L’idea che Sky diventi il terzo polo generalista fa ridere. Se a Sky e al satellite togli il calcio, fa il 4 per cento. Fiorello? Lo adoro, ma su Sky non va. La Cuccarini? Uguale. La Rai non deve temere Sky. E nemmeno Mediaset la deve temere. Il sistema generalista è in grande crisi perché s’è illuso che l’assenza di un terzo polo potesse esimerlo dall’investire. E cos’è successo? Che il terzo polo sta nascendo con quelli che la televisione generalista non la guardano più. Nell’ultimo anno Rai e Mediaset hanno perso un milione e mezzo di spettatori, appena arrivano a tre milioni perdono 400 milioni l’anno di pubblicità. Se scendono insieme sotto il 70% di share Rai e Mediaset vanno in semicoma. Per evitarlo piantano reallity show che costano poco ma le stanno ammazzando.

    Il linguaggio del reality è l’iperbole. Prendi situazioni estreme, poi stressi le reazioni. Prima i protagonisti si accarezzano, poi forse scopano, poi metti il gay, il trans. Poi il cieco, alla fine dove vai, alla roulette russa con il revolver?“.

    Per evitare il disastro economico e mntenere la propria identità l’unica speranza per Saccà è la fiction: “In America le televisioni generaliste sono andate in crisi col reality. La gente diventava pazza, dopo un po’ se ne andava. Abc, Cbs e Nbc erano scese sotto il 50%. Panico. Si sono riprese con le fiction: Lost, Casalinghe disperate, Law and order. In Italia è lo stesso. O la Rai torna a produrre fiction, cartoni animati e documentari, o muore. Lo stesso per Mediaset. Ma la Rai è più forte, ha un patrimonio di cultura e di capacità umane eccezionali che può obbligare Mediaset a seguirla, su quel terreno“.

    Anche a questo sarebbe dovuta servire la società che Saccà voleva mettere in piedi anche grazie agli investimenti di Luca di Montezemolo e Corrado Passera: “Passera e Montezemolo sono intelligenti. Hanno capito una cosa fondamentale: nel mondo, e nel futuro, le quote di presenza commerciale sono direttamente legate alla quota di racconto che riesci a fare di te stesso sul mercato globale. Su quanto riesci a raccontarti facendoti capire dagli altri. Per l’Alfa Romeo ha pesato di più la Duetto rossa del Laureato che mille giochetti di penetrazione pubblicitaria. Realtà e racconto, realtà e capacità di racconto, eventi e discorsi che partono dalla tua cultura e la ripropongono in modo moderno, al posto della realtà fasulla“.

    Ben conscio che la fiction è un prodotto costoso, Saccà si scaglia nettamente contro l’evasione del canone Rai, per il quale ripropone l’idea di farlo pagare insieme alla bolletta della fornitura elettrica. “In Italia il 25-30% di canone viene evaso. Vale 550 milioni di euro di evasione. Anche in Francia c’era evasione. La questione è stata risolta mettendo il canone televisivo nella bolletta elettrica. Anche in altri 11 paesi l’hanno risolta così. Primo. È lotta antievasione. Secondo, puoi evitare di far pagare il canone ai tre milioni di poveri di cui parla Giulio Tremonti. Forse nessuno ci pensa, ma a evadere il canone sono i ricchi, che se ne fottono della multa eventuale. I poveri lo pagano in massa. Recupereresti 550 milioni di euro e fare in modo che il nostro servizio pubblico non debba fare il 44% di share a tutti i costi, mentre la BBC fa il 36 e i francesi tranquillamente il 33. Per recuperare pubblicità, da noi, si sparano quei reality devastanti. Avremmo 400 milioni di pubblicità in meno e 550 in più di canone“.

    Insomma, Saccà si propone chiaramente al nuovo CdA Rai. Ma prima ci vogliono scuse pubbliche: “La mia azienda deve chiedermi scusa, la magistratura deve chiedermi scusa. E anche Berlusconi deve a se stesso di ottenere delle scuse: che cos’aveva fatto sulle cosiddette “attricette” per essere massacrato in quel modo? Si devono scusare“.

    Chissà se il CdA Rai, che oggi decide sulle nuove nomine, prenderà in considerazione il ritorno di Saccà. Lo sapremo presto.